30/01/16

I romanzi impubblicabili


La morte rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l'ultimo; non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno”
Jorge Luis Borges

Sono passati quasi dodici anni dalla pubblicazione del mio primo libro solista. Una vita, anche due. Non ne ho pubblicati altri.
Non da solista. Sembro uno di quei bassisti che mi piacciono tanto: un disco solista e tante collaborazioni.
Come tutti coloro che scrivono (non autofinanziandosi le pubblicazioni, questa precisazione è ancora fondamentale), anche io ho varia roba inedita che va ad arricchire i miei archivi fisici e mentali. Il mio primo romanzo inedito, “Conati di tango” è datato 1997 e ci sono ancora affezionato. Ingenuo, sovraccarico, improponibile, impubblicabile. Ce n'è un altro che non mi dispiaceva, “Il cloridrato di Yoimbin”, che non riesco più nemmeno a datare.
La sciabola sotto le lenzuola” è stato invece proposto e rifiutato al tempo, ed anche qui è un tempo che non mi è più tanto chiaro.
Subito dopo la pubblicazione del primo vero libro, che andò abbastanza bene per essere underground e non edito da major, mi chiesero di scriverne un secondo. Ma l'esperienza della prima pubblicazione mi aveva svuotato e fiaccato, invece che galvanizzarmi. Perché arrivava dopo anni di tentativi, proprio quando sentivo crescere l'esigenza di mollare e abbandonare la narrativa. La pubblicazione del primo libro vero, che mi regalò una breve notorietà mediatica e fece risollevare le mie quotazioni presso le persone che conoscevo, mi portò, come trascinato dalla corrente, in un mondo del quale avevo solo sentito parlare. Un mondo in cui altri scrittori mi davano amabilmente del “collega”. Un mondo di presentazioni in librerie, di ospitate a presentazioni altrui, di febbrili contatti per entrare a far parte di un'antologia, un mondo dove dietro ogni complimento mellifluo e ridondante si nascondeva il sotteso desiderio di veder crepare il rivale. Non provai la forte eccitazione che mi aspettavo e che mi era stata preconizzata da più parti.
Per quel che mi fu possibile, mi sabotai e mi feci sabotare. Un paio di errori tattici, poca pazienza, nessun affettata gentilezza e mi trovai presto nei pressi dell'uscita di servizio, luogo dal quale potevo ancora udire le pompose parole usate per le presentazioni e spesso recitate da attori/amici chiamati a fare da testimonial. Mi dissero che ero ancora in tempo per presentare il secondo lavoro, un'ideale continuazione del primo libro.
Quasi forzandomi, scrissi una cosa che non mi rappresentava del tutto. Anzi, quasi per niente. L'avevo scritta con il pensiero che dovesse piacere all'editore (o agli editori) e alla gente. Ne uscì una frittata di verdura che, per quanto mi riguardava, aveva un po' l'odore della merda costipata. Mi ero fatto influenzare, condizionare, forse impaurire. La spada di Damocle di dovermi confermare come “ex giovane promessa” mi rese, nei due anni seguenti all'uscita di Frank Ressel, una specie di babbuino confuso. La mia narrativa non ne trasse giovamento. Tutt'altro. Anche perché non ero un giallista con dodici plot pronti all'uso e non avevo la faciltà di creazione di altri che -non lavorando- avevano a disposizione un tempo infinito per lambiccarsi e farsi consigliare, o al limite rubare idee in giro.
Il secondo lavoro che proposi non piacque quasi a nessuno. Tirai un sospiro di sollievo ed uscii di scena. Non mestamente, ma senza protestare. Senza prendere il telefono per elemosinare attenzioni, aiuti, azioni di reinserimento o altro. Roba che la maggior parte degli scrittori attenti a mantenere in vita il sogno trionfante svolgono con più efficacia della respirazione.
Il telefono ha smesso di squillare. Poi sono finite anche le mail dei “colleghi”. Ancora più gradualmente, sono scemate le richieste di contatto sui social e i like. Silenzio. Forse, un altro al posto mio avrebbe smesso di scrivere o si sarebbe cimentato con letteratura da cucina e saggi sul salmone gratinato. Io non ho mai smesso di scrivere e non mi sono mai sentito un incompreso e un vilipeso. Ho respirato a pieni polmoni, soprattutto di notte, mentre la vita mi metteva a dura prova e imparavo, quasi con piacere, che la luce dell'alba non basta a farti sentire spirituale, che l'amore è sì una corazza ma non può essere un involucro onnicomprensivo e che non pubblicare non significa affatto essere caduto in disgrazia o da un piccolo trono.
Ricordo senza rabbia, intercettandone il lato ridicolo, delle sciocche conversazioni avute con dei “colleghi”, quando ero già sulla strada della svanizione, in cui mi si rimproverava di non avere un agente letterario e di non aver proposto l'opera seconda alle persone giuste. Sia ben chiaro: loro certo non si offrivano di intercedere. E ci mancherebbe. Ti dicono che sei un talento, non lo pensano nemmeno, e poi -solo per il gusto del ghigno sardonico- si compiacciono che tu debba cavartela da solo. Meglio, molto meglio.
Non c'è vera amicizia nel mondo letterario. Non c'è amicizia nel lavoro. Almeno, per persone che la pensano come me. L'amicizia è rara, mentre la vicinanza è facilissima e contingente. In quanto contingente, è più capricciosa di un'amante distratta e poligama.

C'è stato qualcosa di poetico in questi anni randagi, anni nei quali mi sono cimentato con un vero senso della scrittura, ovunque, alla prima ispirazione, di notte, al risveglio, senza mai pensare seriamente ad un editore, ad un consulente, al gusto corrente. Scrivere per guarire piccole parti dell'insidia immortale che uno cova dentro. Scrivere per riordinare il magma e lasciare che poi esploda qualche minuto dopo. Scrivere per capire, e capire bene, che si perde in continuazione. Si perdono competizioni alle quali non si è stati invitati, si perde la giovinezza, si perdono treni per la visibilità, si perdono amori e amici, si gettano via vecchi vestiti, si vendono o svendono le emozioni in sovrannumero, quelle cariate, infette, dolenti.
Non c'è stato un solo giorno della mia vita in cui io non mi sia sentito uno scrittore. Le valutazioni razionali circa la spendibilità ed i guadagni sono altra cosa, apparentemente parallela. Ma per me mai vincolante.
Negli ultimi anni, la scrittura mi ha chiamato in piena notte, impedendomi di dormire e condannandomi ormai ad un'insonnia cronica, frastagliata ed imprevedibile. La scrittura mi ha raggiunto nella stanza delle delusioni, quella senza finestre, e mi ha baciato a lungo. Come la donna che su carta non incontro mai e spero di non incontrare mai: perché vorrebbe dire che non ho più nulla da dire. Non sono un giallista. Non sono uno sceneggiatore. Non costruisco trame pensando al pubblico. Sono più umile, mi faccio prendere per mano e mi offro di scrivere fino a che non crollerò esausto o inviperito.

Sere fa sono entrato in una delle mie stanze. Ho trovato e sfogliato quei romanzi impubblicabili, mai proposti o rifiutati qualche volta. Ho provato un senso di tenerezza per quelle creature abortite, che Valerio Zurlini avrebbe definito “sterili anticipazioni di morte”. Toccando quella carta, sfogliandola, mi sono detto che non ero al cospetto di semplici e banali fallimenti (o meglio, tentativi da me stesso spesso non autorizzati), ma di veri e propri tranci di vita non finiti nelle ceste di smaltimento e neanche sui comodini dei lettori. Ho tenuto le luci basse in camera, per la mia atavica devozione alla notte e alle sue ombre. Ho riletto alcune cose. Certe mi sono sembrate belle e proponibili, altre molto datate e ho provato fastidio a leggerle. Ma non sono stato violento come al solito. Erano lì. Le emozioni che raccontavo in quelle storie erano vere. Mi hanno portato ad essere l'uomo che sono oggi. Non so se quella odierna è la migliore edizione di me stesso, ma di certo è la più involontariamente eroica. Perché ho resistito a tantissimi fattori esterni inquinanti e demolenti, e soprattutto ho resistito a me stesso e al mio hobby di distruzione. Non ho stracciato quei manoscritti e non ho mai smesso di scrivere. Doppia vittoria.
Ho distrutto e dilaniato altro. Ad iniziare dal sonno. Ho scoperto che restare svegli di notte è una prova importante di esistenza e di resistenza. Di notte, le emozioni sono amplificate, senza filtri, senza camere di compressione. Ti prendono in pieno petto o tra gli occhi; tu sussulti, indietreggi, chiami Dio perché hai paura di crepare, ma infine scopri di respirare meglio.
E poi la solitudine è fondamentale. Molto più di quel che si dice per celia e per vanteria decadente, che poi non funziona più penso da fine ottocento. La solitudine era attraente nei romanzi ottocenteschi, oggi è come il morbillo.
L'uomo che scrive con tre quarti del volto e dell'anima perennemente al buio non eccita le masse e mi sembra pure normale. Però la solitudine è di un'importanza incontestabile nella vita di un uomo che decide di non riprodurre all'infinito la sua immota tranquillità.
Io sono grato ai miei romanzi impubblicabili. Li conserverò. Non sono partite a dadi finite male, sono forse combattimenti che non hanno mai varcato le mura del mio faro. Ma sono stati combattimenti corretti, cavallereschi, disfide romantiche con le unghie troppo acuminate per restare integri come muli e rivolti al sole come imbecilli. Io non sono un girasole. Non sono un giallista, e lo dico senza alcuno sprezzo. Non sono un manovratore di trame irreali. Non scrivo fantascienza e non scrivo poesia.
Sono probabilmente uno scrittore di fantasmi e un uomo della notte. Sono io e conosco l'odore del mio respiro di notte. I movimenti involontari delle mie mani, le esplorazioni faticose degli occhi quando la scrittura ti impedisce di dormire peggio di un figlio piccolo che piange.
E conosco, grazie anche ai miei romanzi impubblicabili, il profondo senso di spaesamento che si prova di fronte a tutto quello che potresti comunicare e invece finisce per diventare la più derivativa e leggera delle storie. Ci sono notti, notti senza luna, notti di lupi e di lame, di amori presi a calci, di bocche strappate dai disegni e dalle confessioni, notti in cui sento ai lati, o anche sulla mia pelle, tutto il dolore che un piccolo uomo può riuscire a riversare su carta. Ma fallisco nell'esatto istante in cui trovo l'inizio, lo svolgimento e la fine. È sempre troppo poco e finisce presto. E quando me ne accorgo, mi dico sempre che sono troppo poco capiente per i fantasmi che mi vengono a trovare o mi entrano dentro come addetti alle pulizie o assassini.
Finisce che dormo per impotenza espressiva, e mi risveglio su una spiaggia uguale a tante altre, con gli ombrelloni chiusi, il sole timido poco dopo l'alba e un bambino che mi guarda con la testa reclinata.
Sono uno scrittore”, sembro dirgli, “tutto questo mi tocca”.

Luca De Pasquale, 30 gennaio 2016



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