01/01/16

I grotteschi feticci della borghesia illuminata (un accenno)


Il tizio con la Mercedes, maglione bianco senza giacca o cappotto nonostante il freddo, armeggia nel bagagliaio. Comunica un senso di tracotanza, di fastidiosa sicumera. Mi chiedo, dietro i vetri con la sigaretta in bocca, invisibile e calmo, se quest'uomo avrà un libro sul comodino. Che libro sarà? Uno di quelli che vanno di moda. Ma chissà pure se. Forse no. Voterà quasi certamente verso destra, quella finta destra liberale e sprezzante nei confronti di ogni valore minimamente progressista o umanitario. Quella destra che non è neanche destra, che è crassa sistematicità crapulona, una torre di Babele costruita su benefit e intoccabili feticci borghesi e di appartenenza.
Ma poi che me ne fotte?
L'uomo con la Mercedes è solo nel mio campo visivo: non c'è nient'altro che ci avvicini. Però, se questi sono gli uomini che girano per le strade con la faccia sicura di quel che hanno e di quel che si portano dietro, beh, allora mi rallegro di essere un rifiuto della società, lo scarto difettoso, e di essere povero ed orgoglioso come un coglione sì, ma un coglione ancora in piedi.

La completa insofferenza che ho verso l'opulenza, soprattutto se ostentata, e verso un modello di vita appunto borghese che trovo disgustoso e di nessun interesse, è stata fraintesa tante di quelle volte che ho perso il conto. Da quello che ho potuto toccare con mano, la finta guerriglia ideologica è quasi più deteriore dei ventri a tamburo dei ricchi e dei capitalisti che mi creano tanti problemi emetici.
Si dice che i radical chic non esistano più e che la definizione sia in ampio disuso. Falso. I radical chic continuano ad infestare il mondo, il mio sempre meno per fortuna, continuano a portare in giro i loro santini irritanti, i loro topoi infrangibili e la loro accoglienza parolaia, manifestando a pieni polmoni spiriti guevariani che alla resa dei conti sono più impalpabili della carta igienica ad uno strato.
Rifiutano l'estetica del privilegio, ma dal punto di vista prettamente personale il privilegio certo non lo disdegnano. Si appassionano a questioni per le quali sembrerebbe darebbero anche la loro vita: ora è rendere il quartiere degradato una nuova realtà civile e di condivisione urbana ed emozionale, ora la guerra santa della lettura a tutti i costi, passando magari per la statalizzazione dell'orgasmo simultaneo e dell'adozione forzata di un baobab in qualche sperduto buco di culo che fa tanto mentalità di sinistra.
Non mi sono mai piaciute queste cose. Per i radical chic io sono sempre stato un reazionario ed un fascista. Ero anche contrario alle occupazioni a scuola e i vari leader del movimento mi sembravano solo degli stronzetti con i genitori pieni di soldi e qualche idea sulla presunta giustizia sociale.
Oggi passo per un boia perché non abbraccio, proprio io che scrivo, questa farsa della lettura che riappacifica con lo spirito: ma se uno è uno stronzo senz'anima non migliorerà con dei libri. Il discorso può valere solo per chi non ha ancora il culo rosicato dal mondo, e cioé i ragazzi, i giovani. Allora sono d'accordo: altrimenti non partecipo a questa ossessione modaiola libri contro patatine.
Le patatine la gente le vuole, perché la società italiana (e napoletana) è quasi diventata una patata fritta, unta e pesante per la digestione, la voracità dell'ignoranza, lo sfogo nei bisogni primari di tutta la pochezza spirituale che ci si ostina a voler nascondere. E chi scrive -il sottoscritto, per capirci- non gioca al santone che ha capito. Io non ho capito mai un cazzo. Altrimenti ora avrei le chiappe al sicuro, cosa che non è. E rivendico la mia convinta mancanza di una qualsiasi morale. Niente morale e niente trattative. Niente istruzioni e niente affratellamenti. Nessun perdono e nessuna redenzione. 

So solo che non accetto lezioni di vita da gente che è scesa a compromessi e lo nasconde goffamente. Non accetto sarcasmi imperlati di finta arguzia circa il mio rifiutarmi categoricamente di votare. Non voto. Voglio starne fuori. Sono già fuori.
Se avessi capito qualcosa, proprio io che passo per intelligente, non avrei mai fatto da portavoce -esponendo la mia faccia, il mio culo e la mia faccia di culo- per i miei ex colleghi, durante quella pagliacciata della chiusura di quei merciai francesi a Napoli, quartiere Vomero, crema dell'intelligenza che si lubrifica. Lì ho toccato il mio Nadir, ho fatto petting duro con la fase più sciocca e controproducente della mia vita.
SALVIAMO LA CULTURA, SALVIAMO LA CULTURA!!!”, urlavano tutti, colleghi, sindacalisti, clienti, simpatizzanti, passanti, uomini istituzionali.
Ma di quale cultura si parlava? Quale cazzo di cultura? Quel posto non ha mai fatto cultura, era una latrina magnetica al centro del quartiere e a tanti piaceva ammantare la cosa con questa sporca parolina magica, “cultura”. Non si doveva urlare “SALVIAMO LA CULTURA!”, bensì “SALVIAMO IL CULO E OGNUNO PER SE!”.

E ancora oggi, chiusa quell'esperienza imbrattata di feci e di ipocrisia, leggo ancora la parola “cultura” usata strumentalmente per tutto ciò che non sembra patatina fritta ma che, alla fine, porta avanti un solo concetto: vendere, fare soldi, cavalcare l'onda.
Sembra bello e rinnovante, ma è solo consumismo, uno degli alberi di Natale del capitalismo. Il puntale va in culo agli straccioni. Ed è inutile fare i barricaderi, se la propria vocazione resta, anche a distanza di anni, quella di leccare il culo al caporale che può “facilitare”. Fate una bella cosa: leggetevi un bel libro idiota mangiando patatine. Le basculazioni morali e un po' equivoche sono sempre gradite alla borghesia che controlla il conto in banca tre volte al giorno. Buon appetito.

Luca De Pasquale, 1 gennaio 2016

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