23/01/16

I "dischetti", le divise e la lotta di classe


Per un periodo della mia vita, ho indossato una divisa. Una casacca più che una divisa, mi correggo. Sembrava una legge del contrappasso vero e proprio. “Incasaccarmi” è forse la cosa in assoluto più lontana dal mio modo di essere. Eppure, quella divisa/casacca mi rendeva riconoscibile. Troppo riconoscibile per i miei gusti. Mi fermavano anche al supermercato, dal tabaccaio (dal quale andavo più che al supermercato), nei mezzi pubblici, quando camminavo in compagnia.
In particolare, c'era un tipo che mi ossessionava. Mi braccava. Mi incrociava nei posti più disparati e mi chiedeva, con voce monocorde ed ottusa, se era arrivato “quel dischetto che ho ordinato”. Dischetto? Come se avessi potuto ricordare tutto quello che i clienti ordinavano. Il tizio, un palmipede dalla mascella peso welter e con modi da boss rionale, era anche convinto che condividessimo un'insana passione per Supertramp e Duran Duran. Quando mi incontrava, capitava che mi nominasse i Durans per nome: Andy, John, Simon, Nick, Roger e persino Warren (Cuccurullo).
Fu capace di urlarmi in tabaccheria la seguente frase: “Ho ascoltato un dischetto nuovo con Warren alla chitarra. I buchi in terra!”. Come se Warren fosse suo cugino o un mio compare di battesimo. La mia espressione contrita per la sua deprecabile invadenza non lo scoraggiava affatto. Una volta fece i complimenti ad un'amica che mi accompagnava, chiedendole sfacciatamente se prevedevamo di fare un figlio.
Non stiamo insieme, è una vecchia amica”, ringhiai. Volevo scomporlo, polverizzarlo.
Ma io lo capisco che è un fatto di privacy, scusatemi, ma state tanto bene insieme, si vede che vi amate”, ribadì.
Ti dico che ti sbagli...” e non mi venne il suo nome. Mi resi conto che no, non conoscevo neppure il suo nome.
L'incontro, una vera calamità, durò purtroppo altri cinque minuti. L'individuo, nell'accomiatarsi, mi regalò un'altra perla: “Comunque è bello che ci piacciono a tutti e due i dischetti di Neil Young e comunque ancora tanti complimenti per la tua bellissima fidanzata”.
Non avevamo mai parlato di Neil Young, che con tutto il rispetto (molto) non è in cima alle mie preferenze.

Ma quel palmipede era solo la punta dell'iceberg. C'erano anche quelli, tanti, che mi fermavano per dirmi che facevo proprio un bel lavoro. Parlavano del vendere dischi come se fosse un hobby per ricchi. Coglioni. Ed io spiegavo, ma poi mi stancai presto di farlo, che una cosa è vendere dischi in un negozio gestito di persona, altro è stare in livrea al grande indiscriminato pubblico e mettere a posto tonnellate di merce sotto lo sguardo ansioso di qualche kapò convinto che lavorare in un megastore sia delicato come programmare razzi per la Nasa.
Guadagni bene, eh?”, chiedevano i pinguini.
Mille euro tondi con dieci anni di anzianità”
Ma veramente?”
Non mi credevano. Pensavano che guadagnassi almeno 1500 euro al mese e che il mio fosse un lavoro di assoluto riposo, appunto un mezzo hobby. E quei cani per giunta continuavano a chiedermi se erano arrivati i loro “dischetti”.
Ogni tanto in negozio arrivava qualche bonazza scollata. Era tipico. Veniva da te, ti stordiva con il suo profumo dolce, dolce da maratona missionaria, ti annichiliva con la sua peccaminosa scollatura e poi, dopo averti presumibilmente ammaliato e provocato una dolorosa erezione basata su fantasie indicibili, ti consegnava il suo curriculum.
Mi piacerebbe lavorare con te. Mi piace questo posto e tu sei tanto simpatico”
E il maschio italiano, quello tipico con l'uccello annodato al cervello, doveva crollare ed inoltrare il curriculum, sperando in un ringraziamento a posteriori e magari di posteriore. Io cercavo sempre di restare impassibile e di spiegare con garbo che non potevo fare molto. Non ho mai contato un cazzo lì dentro, come in altri luoghi che prevedevano un'adesione incondizionata a protocolli che mi facevano orrore. Sono stato capace di farmi superare da tutti, davvero da tutti. Quando me ne resi conto, lo trovai persino divertente. Chiunque subentrava in corso d'opera aveva più chances di me di ottenere un ruolo di finta responsabilità. Ma questo le bonazze non potevano saperlo, perché sembravo comunque a mio agio nell'ambiente, se non altro rispettato.
Distrattamente, mi impegnavo a presentare il loro curriculum.
E la bonazza tipo mi sorrideva a mezza bocca, la mezza bocca che gioca sulla fantasia erotica del maschio sempre arrapato, con un languido e falsissimo “gentilissimo, davvero. Ci vediamo prestissimo, ciao ciao”
C'era pure chi, tra i miei colleghi, doveva andare di sopra a tirare il collo all'anatra in solitaire tanto che si era eccitato con una visita del genere. Effettivamente, devo dire che sembrava si stesse parlando di prenotare un pompino di gratitudine. Ma era tutta una finzione. Era palese. E poi quei curriculum venivano puntualmente cestinati, perché c'era già una graduatoria di parenti ed amici da piazzare.

Una volta, venne a trovarmi nella bidonville/negozio un mio vecchio compagno di scuola. Un riccone con smanie da comunista incorruttibile. Ma si trattava di uno che non avrebbe mai rinunciato alla colf filippina, alla lavastoviglie, alla scuola privata per i figli, al viaggio in barca, alle chiavate nel resort “Atollo di Positano” con i tergipalle appesi ovunque. Il tipo, che di nome faceva Adelmo Hellmut (non so se è vivo o morto, la cosa non mi riguarda), mi fece chiaramente intendere che disprezzava il mio lavoro, e che non era da comunisti lavorare nella grande distribuzione. Gli risposi, con finta cautela, che non tutti possono permettersi di finire a lavorare nello studio avvocatizio o notarile del papi, e che non tutti si scelgono la moglie ricca e continuano a percepire la paghetta adolescenziale dai genitori, paghetta che in età adulta diventa come minimo di cinquecento euro extra al mese. Io prendevo mille euro sudati ed ero infinitamente più comunista di lui (non era la mia mente a costruirmi l'ideologia addosso, ma la stessa mia vita low profile), un maledetto e molliccio borghese viziato con il vezzo di mostrare a tutti il suo portachiavi con l'effigie di Engels. Gettò discredito e letame sul mio lavoro di “dischista sotto padrone” e si disse stupito che “uno di idee estreme come te” lavorasse per una fottuta multinazionale.
Adelmo Hellmut, devo pur mangiare”
Peccato, pensavo che saresti diventato scrittore a tempo pieno”
Queste cose succedono solo nei film”
Ma del resto, Luca, tu hai sempre scelto di non prendere posizione in quello che scrivevi... avresti dovuto scegliere un altro tipo di contenuti”
A parte che non era vero, la lezioncina di vita dal borghese creso con la lavatrice marca Bakunin proprio non la potevo accettare. Iniziai con una delle mie paradossali provocazioni: “Adelmo Hellmut, io non ho la stessa coscienza civile che hai tu. Vuoi sapere perché lavoro in questa chiavica di posto? Per la fica. Sì, per la fica. Fica a ufo, fica a stufo. Mi piace guardare culi, cosce e tette in questo flusso ininterrotto di astanti. Vivo per il triangolo più che per l'utopia, non ho il tuo spessore morale. E ora scusami, che ho visto una minigonna nel reparto musica italiana”
Lo lasciai sconcertato, insieme alla moglie, un'orata priva di forme che sembrava più fredda di un freezer. Lo lasciai lì, con il suo assurdo concetto di lotta di classe per hobby, lui che non avrebbe rinunciato a niente. Gli piaceva fare l'intellettuale, al cazzone.
Ma che cazzo ne sai tu della lotta di classe, riccone annoiato? Che cazzo ne sai? Ti ha mai riguardato? No. E, in un certo qual senso, nemmeno me, perché sono nato in una famiglia borghese e in un quartiere ricco. Non ho mai giocato a fare il proletario, perché avrei offeso i proletari. Cosa che non mi sarei perdonato. Anche io ho avuto i miei bei privilegi e non posso inventare di essere stato uno che si doveva svegliare alle quattro di mattina per andare nei campi. Onestà intellettuale, caro il mio Adelmo Hellmut succhiacazzi con guru personale e costoso hobby di acquistare monete prussiane.

Comunque, bene o male ero finito con una divisa addosso. Una divisa che lavavo due volte al mese, perché qualsiasi lavoro -e dico qualsiasi- ha una sua dignità e una sua ragione. Non arrivavo a fine mese. Non ci sono quasi mai arrivato. Cinquecento euro di fitto, mangiare, qualche capo d'abbigliamento, le bollette, le rate del computer, l'ostinazione a non rinunciare ad acquistare libri e musica per non morire dentro. A scadenze irregolari dovevo vendere tutti i dischi e i libri che avevo per garantirmi il fondo di sopravvivenza, casomai mi fossi rotto un dente o dovuto pagare una visita specialistica non mutuata. Non una vita drammatica, una banalissima vita sul filo. Non sono una vittima del sistema. Non ancora. Non ho ancora dovuto giocarmi la dignità a dadi con qualche burocrate di merda. Tutto sul filo, o forse su una corda di basso. Preferibilmente il mi, che è bella doppia e resistente, oltre che la più cupa come registro.
È sempre più raro che mi fermino per strada per chiedermi “dischetti”. Ogni tanto qualcuno ci prova ancora: “So che non vendi più dischi, ma dato che come me hai la passione per Jobim che mi dici di quel dischetto che hanno ristampato?”
Non ho mai dichiarato di avere una passione per Jobim. Il mio musicista brasiliano prediletto è Joao Bosco, sono anni che lo dico, un artista che consiglio caldamente a tutti. Un musicista intelligente, uno sottovalutato, uno surreale, uno corposo.
Ma l'equivoco dei “dischetti” e delle passioni condivise proseguirà fino alla mia dipartita, perché basta aver indossato una casacca per confondere la geografia delle affiliazioni, per disconoscere le inclinazioni basiche e gli ambienti di appartenenza, per permettere ad un coglione con il portachiavi di Engels fabbricato in Cina di arringarti sulla lotta di classe, una lotta che è sempre interessante da leggere nei libri e guardare nei documentari proposti da Rai Tre e da Rai Storia, ma che viene usata più come vezzo distintivo che come reale consapevolezza.
Sono i tanti Adelmo Hellmut de noantri che hanno disgregato il tessuto logico delle giuste distinzioni e della coscienza di essere in un posto o in un altro. Io, l'indipendente annunciato, l'estremista incollocabile, sono finito per tanti anni a farmi sodomizzare in un acquitrino e non per questo mi sento colpevole di tradimento.
Dovevo lavorare per vivere. Dovevo farmi infilare. Intendo la casacca. Altrimenti chi vi avrebbe aiutato con i dischetti?

Luca De Pasquale, 23 gennaio 2016

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