15/01/16

Diario di fantasmi e murene


Vicino casa mia sta aprendo un bar che si è dato nomenclatura francese. Non siamo a Montmartre. Nome improbabile, fuori sincrono con l'ambiente. Guardo l'insegna in allestimento, penso che non entrerò mai lì dentro chiamando per nome il barista. Del resto, sono venti anni che cammino per queste strade, sempre di fretta e con la sigaretta in bocca per sigillare il sorriso, e non ho imparato un solo nome proprio. Per me le persone che pure conosco di vista sono “salve”, “buongiorno”, “fa freddo stamattina”, “la ringrazio e a presto”. In diciotto anni non ho neanche memorizzato i cognomi delle famiglie stanziali nel palazzo.
Ciao, buongiorno”
Ciao, tutto bene?”
Sì grazie, tu?”
Benone, grazie”
Allora ciao, buona giornata”
Altrettanto”
Okay. Socievolezza. Trasporto.

Sento le persone cacare, parlare al telefono, pulire casa, a volte chiavare. Non conosco i loro nomi. Sono solo confinanti con i muri di casa. Delle loro professioni so poco o niente. Loro di me pensano che ho qualche rendita, perché non mi vedono uscire la mattina per andare al lavoro. Il lavoro classico. E poi all'epoca avrò fatto sensazione perché non ho la macchina. Un maschio adulto del sud che non guida è ancora oggi un'ignominia, un rompicapo, viene considerato alla stregua di un ragazzino. Io non ci faccio nemmeno più caso.

Perché si conservano le lettere, i messaggi, i regali? Non facciamo altro che conservare ed accantonare pezzi di attimi consumati e prospettive che sono state superate. L'anno scorso ho fatto pulizia e sono stato spietato al punto da sembrarmi un vero coglione. Sembravo Aiace Telamonio con il gregge di pecore. Stracciavo lettere, foglietti maliziosi, corrispondenza con amici, con musicisti scomparsi nel “ci dovremo conoscere di persona, prima o poi”, rendevo coriandoli lettere editoriali, consigli di vecchi cazzoni, curiosità disilluse di grafomani.
E sghignazzavo nel rendermi conto che le donne più facili ad usare la parola “amore” non amavano, che gli amici più nostalgici e pomposi nei modi in fondo erano già dispersi dall'inizio. Viceversa, la sobrietà sembrava indicare un trasporto reale, una vicinanza più concreta. Sono stato chirurgico nel distruggere. Non mi piace conservare. Non mi piace la nostalgia organizzata.

Sono sempre stato educato, soprattutto con gli stronzi. Ne facevo una questione di stile. Oggi mi pento di essere stato gentile e ragionevole quando non mi era richiesto, anzi, potevo ben dire di essere autorizzato a cacciare il peggio. Non l'ho fatto. I rapporti deludenti li ho lasciati sbiadire. Senza piazzate, senza scene madri, che detesto. Oggi so che pochissime volte nella mia vita mi sono sentito realmente vicino e compatibile a qualcuno che premeva per dimostrarmi il contrario. Molti hanno bisogno di essere rassicurati. È solo necessità di sicurezze: amicizia ed amore sono tangenziali, sono strumenti per arrivare alla sicurezza, non sono il fine.

Dopo un certo numero di mesi con gli stessi oggetti, gli stessi abiti, gli stessi quaderni ed agende, sono sempre tentato di rinnovare tutto. Le dismissioni e le sostituzioni mi danno l'idea del movimento e l'illusione del futuro che mette radici da ora. L'ossessione del futuro è la chiave di volta per evitare l'idea del passato. Il passato mi interessa così poco che finisce con il perseguitarmi. Più mi pianto e mi arrampico sulle stelle del futuro, più i fantasmi si affollano alla porta, soprattutto dopo una certa ora della notte. E quando li devo affrontare, mi sembra di essere un silenzioso esorcista che sa quanto deve pagare, con chi e con quali conseguenze.
Il mattino seguente a queste lotte la consapevolezza di essere vivo e sveglio somiglia ad una cicatrice che può finalmente prendere un po' di sole. I risvegli sono stanchi, con le ossa rimpicciolite. Scrivi delle domande e non lasci spazio alle risposte. Sai che eviterai bar con nomi francesi che non c'entrano un cazzo. Sai che non berrai una birra ascoltando un disco in un luogo pubblico. Sai che non ripescherai un numero di telefono per una session di goffa nostalgia. Sai che sei tu. Tu, accompagnato da fasi di luce e buio, alternanze.

Al porto di notte ci sono gruppi di giovani che ridono, scherzano, si abbracciano. Ogni tanto c'è qualcuno che sale su un motorino e fa un giro, poi torna e si accende una sigaretta. Nel ristorante dove mi trovo, l'amico che è con me cerca di fare il simpatico con il cameriere. È una scena patetica e fastidiosa e non partecipo. Dietro degli enormi vasi di piante, a pochi passi da due navi ferme ed arrugginite, una donna sta facendo una sega ad un uomo. Si vede il braccio destro della donna andare su e giù. Guardo senza volerlo. Sono nella mia direzione. Non voglio guardare il merdoso piatto di pesce misto che ha preso il mio amico e non voglio guardargli i denti sporchi. Ogni tanto gli cade anche qualche pezzo di cibo. La scena di sesso outdoor prende una piega orale, perché stavolta è la testa della donna che vedo andare su e giù come un pistone con i capelli. La mia schiena mi dice, dolorante a fasce sagomate, che sono una quadriglia di fantasmi sotto la coperta della notte. L'amico parla di David Bowie, della sua ex, del suo nuovo pc e della sua collezione di dischi, “importante” perché varia; da sempre lui si dichiara senza steccati, uno dei migliori. Ha i denti sporchi di residui di pesce e indossa delle scarpe da checca. Mette in mezzo un negozio di dischi che adora. A me quel negozio fa schifo più di un qualsiasi circolo di imprenditori post-berlusconiani, il che è dire. Le idee del mio amico sono vagamente di sinistra. Ma quelle che lui considera persone di sinistra per me sono quasi fascisti, per quanto li vedo conservatori. Mentre lui parla di cose che non mi interessano, mi accorgo che il pompino outdoor è finito e non ho poi più ordinato quel libro di Emile Armand. Sono mesi che ne parlo a me stesso e non l'ho acquistato. Ridicolo.

L'amico mi riaccompagna a casa in auto. Dice che non posso fumare in auto. Non si può più fumare da nessuna parte, merda. Al diniego aggiunge anche un semi-predicozzo sul fumo. Gli dico che con me non attacca. Me ne sbatto se mi sto ammazzando con la nicotina. Meglio il tabacco che le illusioni di civiltà. Riattacca a parlarmi della sua ex. Lui è sposato. Ma si vede che è prigioniero del matrimonio e dei suoi gangli più indigesti. Credo che avrebbe tanta voglia di scoparsi una ragazza giovane, di sentirla sotto di lui a mormorare oscena “quanto sei bravo, quanto sei bravo, che bel cazzo duro che hai...”. Riacquisterebbe quindici anni di vigoria, se una giovane donna gli dicesse queste cose. Vedere una donna godere ti fa tornare in pista. Si sa che è così. Molti si rincoglioniscono per questo ed iniziano a vivere diversamente per cercare di trovare questa scena: una donna che goda grazie a loro, loro arrugginiti, imbolsiti, ingrassati e con la paura di morire.
La sua ex è ancora bella e bona, mi dice. La rimpiange. Farebbe carte false, anche se ipocritamente non me lo dice, per starle di nuovo dentro: almeno una volta, una sola volta. Non esce dal suo stesso cul de sac ed allora riattacca a parlare di David Bowie. Esco dall'auto e mi accendo una sigaretta. Il cielo è una tavolozza blu martirio, sembra una murena negli abissi. Ho la sensazione che i miei ricordi tornino indietro dalla terra al cielo, come salmoni impazziti, e mi sento schifosamente ingrato per l'ennesima volta. Per l'ennesima volta.

A casa, seduto a riordinare appunti, sigle e cifre, ho un'improvvisa sensazione di freddo. Come se qualcuno mi sfiorasse la spalla. Fantasmi. Fantasmi caldissimi sul mio freddo. Fantasmi che invadono una sala vuota che sputa numeri per un turno inesistente. Questi fantasmi sono parte della mia respirazione. E, come tra amici veri, ci alterniamo a reggerci la testa mentre vomitiamo promesse, tradimenti, bugie in carta intestata, menzogneri atti di morte e cerimonie fallite.
La sensazione della carezza fantasma permane. Accendo una sigaretta nel semibuio. Ci scriverò domani, cicatrice al sole, lontano da quel bar con il nome francese. Lontano dai rimpianti che sovrapponiamo alle mancanze. Lontano da me stesso, come sempre, ma pronto alla battaglia.

Luca De Pasquale, 15 gennaio 2016


Tracklist:
Deepchord presents Echospace – Abraxas
Deepchord presents Echospace – Spatialdimension









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