25/01/16

Autoreferenzialità volontaria ed involontaria




“Non leggo libri di altri scrittori, sono troppo impegnato con i miei”
“No, non sto ascoltando altra musica all'infuori della mia da diversi anni, mi deconcentra ascoltare altri”

Quante volte ascolto e leggo queste frasi inquietanti?

Ormai ho perso il conto.

Gli autonauti si rimpolpano con autorità, a volte sono insospettabili. Sono tra noi. Tutti presi da loro stessi e dalle loro attività. E la cosa non vale solo per artisti o presunti tali, ma per tantissime “persone normali”.

Chi non può vantare degli amici e dei conoscenti che non ti ascoltano quando parli, tutti presi dalla prossima cosa che hanno da dire loro?

Chi non ha dovuto accettare che l'interlocutore non sta prestando la minima attenzione a quel che dici perché non lo correla in alcun modo con il suo mondo?

Va ancora peggio quando ti considerano solo perché hai fatto loro un complimento al quale evidentemente tenevano; tipo che sono attraenti e che piaceranno ad un mucchio di donne. Se fai involontariamente il complimento giusto, sarai nella loro orbita per un mese o poco più. Nella vita reale e telefonica (che non sempre vanno di pari passo), nella messaggistica istantanea, su facebook, dove magari ti taggano per una loro foto nella quale si vedono fighi, roba infiammabile per tutte le splendide sottanelle del circondario.

Ma è inutile illudersi, per Dio.

Così come ti apprezzano perché li apprezzi, ti ricusano al primo implausibile torto. Funziona così anche nelle storie d'amore. Se comprendi le esigenze del partner sei un uomo fantastico e scopi anche in modo ragguardevole, se non cogli però dei dettagli fondamentali diventi d'un tratto un fastidioso pezzo di merda. Funziona così con la scrittura: devi leggere nel cuore -e non solo- del lettore, ma se scantoni o offendi in qualche modo la loro morale consacrata sei out. Da consigliato diventi sconsigliatissimo.

Ma nella scrittura subentra anche il concetto di quanto puoi essere insidioso. Perché voi non dovete credere che ci stimiamo tutti e che ognuno di noi spalancherebbe strade per i colleghi. Il senso di competizione è altissimo. Altissimo e insopportabile, anche tra pesi piuma e pesi gallo. Io stesso ho invidiato, demolito e biasimato per fastidio.

E ci sono rimasto malissimo, dico davvero, quando mi sono scoperto a dire di un “collega” (posso ancora dirlo?): “Quello? Quello è uno stronzo commerciale, avrà lavorato qualcuno ai fianchi e al culo, penso anche che abbia un pene minuscolo, perciò è così acido e snob”

Mi sono detto, ascoltandomi con raccapriccio, “ma che diavolo stai dicendo? Non lo conosci nemmeno, cos'è questo senso di competizione, vecchio mio?”

Già. Ammettiamolo. Qui ognuno pensa di avere le stimmate della genialità, e se gli altri non se ne accorgono in tempo reale o dopo con pentimento, beh, allora sono solo delle teste di cazzo e togliamo loro spazio.

E se non ci aiutano? Devono morire.

E se non ci sponsorizzano? Maledetti, la pagheranno.

Io ho un difetto enorme, uno dei tanti. Detesto l'autopromozione, e alcuni miei risultati lo testimoniano. Ho sempre il dubbio di molestare e allora non mi autopromuovo quasi. Non scriverò mai cose tipo “leggete questa meravigliosa intervista” o “questo racconto si incanala nella migliore produzione personale di sempre e vi ricorderà i Giovani Arrabbiati inglesi, se li avete letti”.

Mi viene il braccino corto, il braccino del tennista che serve tre matchball sul 40-0 e che invece si fa breakkare e perde pure la partita. Siamo lontanissimi, in questo caso, da forme di insicurezza e di timidezza, non è proprio questo il caso. È una specie di riserbo vergognoso, di paura del bacio con la lingua, non saprei come spiegare. Metti che non vuole la lingua, poi sai che imbarazzo? No, evito.

Questa consapevolezza, però, mi porta a deprecare violentemente chi eccede con l'autopromozione. Divento intransigente ed aggressivo, se non derisorio, una specie di hooligan della tastiera (la penna non la usa più nessuno, se non per accecare un rivale o per un gioco autoerotico).

E anche qui, non vale mica solo per l'arte. Fai delle foto della tua casa per farci vedere quant'è bella? Bene, io ti farò capire che non me ne fotte una mazza. Ti stai prendendo il tuo rimborso piacione dalla vita e vuoi mostrare a tutti il tuo nuovo naso? Ottimo: ti farò presente che preferivo il naso precedente.

L'autoreferenzialità è la faccia insana della consapevolezza, anzi non ha niente a che vedere con la lucida percezione di quel che si è e dove si può arrivare. Per me, eccetto sfumature singole e magari introdotte preventivamente, è una specie di vomito irrefrenabile di tutto quel che vorremmo fosse amato di noi dagli altri.

E se scrivo questo, significa che anche io, io in primis, ho orinato fuori dal pitale. Oppure ho sbagliato mira in un gigantesco cesso turco, imbrattandomi delle mie smanie come un esaltato. Fino a qualche anno fa mi eccitava l'idea di essere riconosciuto come uno scrittore abrasivo, uno che va al cuore del problema ed usa rasoi, asce e ogni tanto si riposa sotto il mantello notturno come l'ultimo dei romantici autodistruttivi. Pensavo di essere sulla strada, ma poi ho capito che mi stavo solo guardando in uno specchio e poco ci mancava che mi masturbassi per l'emozione. “Ti piacciono le mie parole al vetriolo? Oh cazzo, mi hai detto quel che volevo: aspetta che mi masturbo, intanto levati da sotto che ti sporchi. Questo è un rito solitario, devo celebrarmi, devo farlo, è la mia rivincita, prendetelo tutti nel culo, sono io il Re di me stesso e mi dovrete riconoscere”

Dev'essere successo qualcosa che mi ha fatto invertire la rotta. Ora osservo, ora guardo. Non sono un santo, rispetto a questo sono sempre più vicino ad essere un maiale nostalgico, ma ora è più facile non fissarsi con lo specchio.

Questa non è neanche autocritica. Non aspettatevi sincera autocritica da quelli che scrivono, perché hanno più capsule di ego che sangue nelle vene. È stupore. Ho devoluto l'attenzione che prestavo a me stesso ad altro. Il gioco vale la candela. Assumi nuovi linguaggi, apprendi, rielabori, ti rendi conto di quanto eri ridicolo quando volevi imporre la tua visuale della tua stessa persona e delle sue qualità in posizione anaforica.

Oggi mi è più facile ascoltare gli altri. Non è new age. La new age è roba per impotenti e creduloni. Ma è un deciso progresso. Quando il mio ego strabordante -nelle notti di luna piena, negli anni bisestili, in groppa ad un giro di basso troppo euforizzante- reclama la sua parte, lo mando affanculo subito. Gli impongo di guardare altrove. Anche solo una pozzanghera per ore. O due persone che si amano, senza per forza pisciare sulla scena per distinguersi. Gli chiedo anche di guardare la reale disperazione alla quale abbiamo diritto ed accesso tutti, e che è da rispettare anche se non rappresenta la correlazione ideale.

Scrittore o ceramista, bastardo senza sogni o personaggio sveviano destinato allo scacco e alla parzialità dei trionfi, non importa: la priorità, alla mia età e con tutto il letame che continuo a spalare fuori la mia porta e nel mio stomaco, è non farmi schifo. E per non farsi troppo schifo, bisogna dare il giusto valore alla voce altra dalla propria, al sorriso imperfetto, a tutta quella maledetta grazia che hanno gli esseri umani quando provano, sapendo di morire, a sfiorare definizioni e panorami di felicità.

Luca De Pasquale, 25/1/2016

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