02/01/16

58000 piedi sotto l'aurora


Dedicato a Jerry Fuchs
 
Non è vero che la vecchiaia è una bella cosa. Non è vero che invecchiare è necessario. Non è vero che si diventa saggi. Che si distinguono di più le cose ed i contorni della vita.
Non ho paura di morire, non potrò comunque evitarlo, ma ho una paura fottuta di diventare vecchio. Rifiuto l'idea. Consapevolmente, ripudio la fase che, salvo altre sorti o che mi faccia saltare per aria, mi toccherà. Non sono pronto. Non ho carrucole per il cielo che mi aiutino a sopportare la decadenza. Non ho familiarità con il sacro, nessuna familiarità. Non penso a ricompense. Liquefazioni. Reincarnazioni. Fasci di energia che mi sostituiscano nei cieli già adesso indifferenti ai miei movimenti di carne e respiro. A volte mi immagino fantasma. Anima inquieta. Più di ora, più di sempre, più della mia stessa nascita che è stata un atto di profonda ed irrefrenabile inquietudine. Ma non mi immagino vecchio. Ora sono ancora pronto a tutto perché sono ancora relativamente giovane. Ma poi?

E così, giro per le strade con ancora tutta questa presunzione maledetta, con questa tentazione dell'assoluto che non appare ancora in tutta la sua totale ridicolaggine. Sono per le cose dense, sono per le stelle che durano poco, sono per fottermi. Ogni tanto mi piace maledirmi e poi sbagliare o viceversa. Mi piace ballare senza muovere un muscolo. Mi piace ballare di notte, solo adeguando lo sguardo alle luci lontane. Mi piacciono i flussi di suono. I suoni bassi, quelli gravidi di una sporca sensualità così confacente alle mie dimore temporalesche e vuote per acclamazione.
Ma cadrò anche io. Posso fumare quanto cazzo voglio, ribellarmi, continuare a dire sempre (o quasi) quello che penso, ma sono destinato a cadere anch'io.
Dio non voglia che tutta la mia flotta notturna, popolata da viaggiatori senza documenti addosso, senza DNA degli affetti, diventi una mesta parata di scialuppe di salvataggio, con dentro filantropi falliti senza dentiera. Da ragazzo mi dicevo che avrei voluto crepare con ancora particelle di bellezza addosso, le fiamme scure, le emozioni blu oltremare o blu pavone.

Stamattina, per strada, mi sentivo come uno 58000 piedi sotto l'aurora. Sì, 58000 piedi. Presenza occasionale negli occhi della gente. Sono decenni che vivo in quartieri occasionali, attorniato da conoscenze occasionali, da cordiali conversazioni che possibilmente non mi tocchino lo stomaco. Rifuggo da qualsiasi forma di abitudine che comprenda la minima possibilità di mio non intervento: devo sempre avere una porta di servizio, una via di fuga. Non devo sentirmi obbligato. Costretto. Se qualcuno mi dice, per bonomia, che mi comprende appieno, in tutto, io eviterò quella persona come la peste. Non cerco questo. Non so cosa cerco. Penso sempre che tutti i miei piani, di qualsiasi cosa si tratti, saranno scombinati. Da una frequenza radio, da una strada interrotta, da un'aurora, da un attacco di febbre, da una nuova mania, dal vizio di distruggere i ponti appena terminato di costruirli.
Conosco la frammentazione, la dispersione, l'accomodamento silenzioso, l'adeguamento in forma leggera, conosco l'energia dell'avvicinamento ma molto meno quella che trattiene a sé. Non ho colla e spaghi nella mia confezione senza fiocchi. Da bambino mi piacevano giochi distruttivi. Bruciavo sul balcone modellini di auto Bburago. Facevo scontrare i robot con i giocatori di Subbuteo, ed era un massacro. Creavo incidenti stradali con le auto in miniatura della polizia francese che mio padre mi portava quasi ogni sera. Stamattina, 58000 piedi sotto l'aurora, mi sono chiesto per l'ennesima volta dove cazzo è mio padre. Nell'energia che sento crescere nelle ore di buio? Nelle mie sommesse e laiche invocazioni di libertà mai concreta? In quel senso di nebbia interiore dei risvegli? Mi tiene compagnia, ombra, fantasma, discendenza, spettro sonoro, quando mangio da solo, di fretta e furia per concludere presto il rito e concedermi una sigaretta? È il filo di ferro che evita sistematicamente al mio manichino di spezzarsi?
Senza risposta. Non è fotografando chiese che lo capirò. Non è confidandomi con qualcuno. Non c'è nulla da confidare. Non è garantendo la mia presenza che sarò abbastanza nobile per meritare di capire. Preferisco questa sensazione liquida, ritmica e dolorosa, camminare 58000 piedi sotto l'aurora. Senza sapere, ovviamente, se quest'aurora sarà l'ennesimo maremoto, un breve abbraccio o una musica nuova e per questo rivolta ampia, tabula rasa.

Stamattina sono entrato in un bar. Mentre facevo colazione, mi è tornato in mente mio nonno paterno. Lui mi ha svezzato con i libri. Era un classicista, in un certo senso. Un uomo di lettere, di profonde lettere. Non laureato. Insofferente, tabagista, campione di sollevamento pesi, insospettabile erotomane à la Brancati, basso, tracagnotto, fortissimo. È morto da solo per non disturbare i figli. È morto in solitudine, con un libro sul comodino dell'ospedale. Ce lo riportarono, il libro: si trattava de “I promessi sposi”. Mi diede da leggere Bacchelli, Foscolo, D'Annunzio, Gozzano, Benedetto Croce, Carducci, persino Cardarelli, Marino Moretti, Federico De Roberto, Emilio De Marchi, Ercole Patti. Letti tutti. Diligentemente. Lo ammiravo, il nonno. Tanto colto quanto scontroso e poco propenso alle chiacchiere. In genere è il contrario, sono i più vuoti a martoriare il prossimo con quelle forme di misticismo emozionale ed empirico che mi spingono così spesso all'omicidio.
In quel bar con tutte le luci di Natale ancora accese, ho sentito una forma di dolore addosso, un'impotenza strisciante, pulsante e breve come un attacco di gengivite. Non mi ricordo se ho mai abbracciato mio nonno. Adesso lo farei. Sobriamente. Sobrio come lui. E se mi chiedesse ragione di questo abbraccio impossibile, gli direi la verità, senza enfasi: “Ogni tanto devo stringere qualcosa che mi appartiene, perché lo so che sono perso. Lo sono sempre stato e non voglio che cambi. Dammi un altro libro da leggere”.
No, non ricordo di aver mai abbracciato mio nonno. È assurdo.
Ma è difficile abbracciare qualcuno quando ti muovi 58000 piedi sotto l'aurora e, soprattutto, non hai chiamato soccorso.

Da qualche giorno ho ripreso i miei studi su due musicisti scomparsi troppo presto: il tastierista Ethan White dei Tortured Soul e uno dei batteristi che ho amato di più, la macchina ritmica Gerhardt “Jerry” Fuchs (Maserati, LCD Soundsystem, Turing Machine, Panthers, etc), al quale ho anche dedicato dei racconti ancora inediti. Due grandi artisti, due perdite pesanti. Non so nemmeno se giornali e riviste italiani abbiano dedicato uno spazio minimamente accettabile a Ethan e Jerry, preoccupati principalmente come sono a disquisire sul rock vero e sul rock falso, sugli amori di Emma o sui tormenti interiori del ventriloquo dei Negramaro. Chissà, a proposito, se Al Bano -in queste zone pronunciato disinvoltamente “Abbano”- e Romina ci daranno ancora dentro, e se lei raggiungerà l'orgasmo. Ce lo spiegherà Giletti o la D'Urso, ma lo spiegheranno ad altri.
Affanculo i vincenti e i presenti, se è vero che vivo, cammino ed amo 58000 piedi sotto l'aurora -o forse il mio destino-, allora tocca a me prendermi cura di certe cose, Ethan White, Jerry Fuchs e mio nonno compresi.
Intanto piove, la musica continua, la musica c'è sempre, e per fortuna non c'è nessuno che mi chieda perché non sono stato qui o lì. Rispondo ai fulmini e al vento, ed intanto invecchio anche io.

Luca De Pasquale, 2 gennaio 2016






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