02/12/15

Zurlini non si sarebbe mai iscritto a facebook. Ma, nel caso, non mi avrebbe inserito tra i conoscenti.


A volte capita di pensare a cose stupide mentre si svolgono attività tendenzialmente intelligenti. Ieri sera, mentre rileggevo per la quarta volta il libro/testamento di Valerio Zurlini, “Pagine di un diario veneziano”, del quale ho scritto e riscritto abbondantemente, ho per qualche istante pensato a quel meccanismo di facebook “amici/conoscenti”. Un pensiero stupido, perché Facebook è essenzialmente piuttosto noioso e perché ho e avrei altro cui pensare. Però ci ho pensato. Forse perché leggere Zurlini fa sempre un po' male, ed allora ecco che uno divaga con pensieri altri, pensieri leggerissimi.
D'un tratto ho iniziato a sghignazzare come un idiota. Perché ho realizzato che -ad occhio e croce- il buon ottanta per cento dei miei contatti mi avrà inserito nei “conoscenti”. Per i motivi più diversi. Dovrei analizzare caso per caso. Se così fosse, sarei il primo a chiamare d'urgenza la neurodeliri.
Non sono uno di quei tipi che va in ambasce perché la maggior parte dei suoi contatti social lo ha infilato nel buco di culo dei conoscenti. Del resto, io ho rapidamente ricambiato il favore, a volte anticipandolo. Ma la cosa fa riflettere. Difficile che io interagisca per davvero sui social. Di personale scrivo poco e nulla. Commento pochissimo. Se scrivo qualcosa, magari è perché mi girano. E allora alimento la già cospicua fama di negatività e cupezza: un carattere spigoloso, polemico, forse vendicativo. Confermo tutto e ora mi accendo pure una sigaretta.
Sarà per le cose che propongo. Di scarso interesse collettivo. Sarà che non tollero pagine su animali, pietanze, proverbi, vini, accolite di ribelli, pagine agiografiche su scrittori popolari, angeli che danno il buongiorno mostrando cosce e tette, sarà che non cerco sorca su facebook. Sorca e compiacimento. Sarà che non sento l'obbligo di esprimere pareri in continuazione. Riassunti. Bignami esplicativi di situazioni internazionali o condominiali. Difficilmente uso la mia immagine mentre sto lì ad inaugurare un locale o a dare baciotti alla mia compagna. Quasi mai mi mostro illuminato. Forse interessato. Quando mi esprimo probabilmente risulto sarcastico, giudicante, arrogante. Maniaco probabile di una sdegnosa e desiderata solitudine. Vorrei apparire blu notte. Come l'imitazione di un Rothko ad opera di un daltonico. Ma è più probabile che io appaia nero, nero e non noir, poco accomodante, intollerante, insofferente. E, come ho già avuto modo di scrivere, anche rosicone. Perché considero la maggior parte dei successi di massa come dei deliri senza senso. Ho il diritto di dichiarare che non leggerei mai un libro della Top 20 italiana o napoletana. Passo per prevenuto, per snob. E chi se ne fotte, su. Ho anche smesso di fare auguri, se non ci tengo per davvero. Non guardo i compleanni e non accetto di giocare a InculSaga, a mettere “mi piace” ad una pagina di liberi professionisti che si dilettano con Eduardo De Filippo o ad una di quelle cover band che vorrebbe somigliare agli Iron Maiden e finisce per risultare la copia diarroica di uno di quei gruppi plastificati da talent. Se tu ti celebri, ed io capisco che ti piace celebrarti, non ti cago di striscio. Se tu fai il professore, saranno altri a leccartelo per entrare nelle tue grazie. Su facebook come nella vita.
Ogni tanto, essendo dotato di una perfetta memoria fotografica, mi accorgo che qualcuno ha abbandonato, senza scegliere il meccanismo ipocrita e semplice dell'inserimento nei conoscenti. Meglio così. Ma è chiaro che quella persona, quell'avatar, non rientrerà mai più nei miei contatti. Perché magari avevo accettato la richiesta per cortesia e tu poi mi elimini dopo un po'. Allora è destino che moriremo lontani, senza ricordare neanche le sembianze dell'altro. Legge di natura, legge perfetta della distanza.

La storia dei conoscenti su facebook equivale a quell'altro capolavoro di indifferente comodità che è l'ignorarsi per strada, ad un concerto, alla presentazione di un libro, dal salumiere. Quel biascicare un “come stai?” senza sbattersene un cazzo. L'ipocrisia, coadiuvata dal formalismo, è noiosa. Ho spesso invitato i non convinti a togliere le tende, con spontaneità, con tranquillità. Prendendo atto che il tempo della vicinanza, della condivisione di qualcosa, è finito. La maggior parte dei rapporti sociali e umani sono a termine, hanno un sistema ed una durata, poi appassiscono. Se non ci sono tratti comuni, non può funzionare. Se non c'è carburante nei serbatoi dell'ideologia e della libido. Se non si tifa per la stessa squadra. Se l'altro è amico o conoscente di qualcuno che reputo uno stronzo da tenere alla larga.
Quindi, concludevo ieri sera nel letto, con il libro di Zurlini in grembo, il buon ottanta per cento dei miei contatti social mi ha inserito nella lista conoscenti. Una persona più attenta alle conservazioni avrebbe di che rammaricarsi. Ma io non ho niente da perdere. In assoluto. Credo nel libero arbitrio e persino nel gesto surrealista.
Facebook somiglia alla realtà. Perché c'è un buon ottanta per cento di persone che ho conosciuto che preferirei dimenticare o rimuovere dalla mia memoria e dalle mie stesse scorie. Ho sempre quella sensazione di perdere tempo, di averne pochissimo, e così non posso che pensare alle inevitabili delusioni, agli allontanamenti, a certi amori che valevano meno di una sega a diciassette anni, a certe amicizie che partivano con il pacco emotivo ingrossato, una specie di bozzo alla Gabriel Pontello, per rivelarsi poi dei micropeni con ridicole ansie spirituali.

Valerio Zurlini era un uomo molto tormentato, conosceva moltissime persone ma contava sulle dita di una mano i veri amici, o quelli semplicemente “vicini per davvero”. Era un uomo discreto, raffinato, dalla sensibilità amara e lucida, e quindi spietata. Un uomo di silenzi e di tentativi. Un uomo di sottrazioni e di bellezze intuite e per questo difficili da realizzare. Ha girato pochi film, tutto sommato; molti di meno di quelli che il suo talento poteva promettere. Zurlini, insieme a Jean-Pierre Melville, è il mio regista preferito da sempre. Sento una sorta di devozione equilibrata per questa figura che si potrebbe dire “ritirata” e “sobria”.
Non ho nemmeno il 4% del talento di Valerio Zurlini. Non è per sminuirmi, tutt'altro. Non ho il talento di credere a certi progetti impossibili fino a farsi male e poi dare via libera ad un'inesorabile malinconia. In genere, mi ribello prima, protesto, sbraito, mi ammutino e poi faccio la conta delle pendenze, restando sempre su quel crinale equivoco tra gentilezza e distruzione.
Valerio Zurlini non si sarebbe mai iscritto a Facebook. Di questo sono certo, come di questa mattina invernale tersa, con le luminarie di Natale già accese per strada, utili a ricordarmi che anche quest'anno dovrò affrontare capitoni, lenticchie, zampognari, auguri non sentiti, “ogni bene a te e famiglia”, “Felici Festività E Aruspice Buon Anno Nuovo” e altri messaggi circolari di merda, i tipici.
E mi sbilancio in una bellissima previsione: sotto Natale, la percentuale di quelli che mi hanno inserito tra i conoscenti salirà al 93%.
Perché sono miscredente, nichilista e non mangio le vongole. E perché a fine anno non indosserò microscopici slip rossi per convincere l'aria circostante di avere un bel cazzone ottimista da negro allegro.

LdP, 2 dicembre 2015


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