03/12/15

Traslochi


A fianco stanno traslocando. Il mio vicino, il fastidioso inglese pastore multiprole, se ne va. Una liberazione. Mi stava sui coglioni. Faceva rumore.
I suoi figli non erano i miei.
Di traslochi ne ho fatti tanti. Il rumore del nastro adesivo strappato mi è familiare come il pianto del bambino per una madre.
Ho avuto tante case e nessuna dimora. Ho comprato doppioni di posate, di detersivi, di risme di carta, un numero impressionante di spazzolini.
Nessuna casa mi è piaciuta veramente. Mi sembravano stazioni. Gente che entrava ed usciva. Io che entravo ed uscivo. Tramonti, albe, insonnie, chilometri di parole, contratti stracciati, nuovi accordi, prospettive in chiaroscuro.
Anche le notti erano diverse. Come i panorami. Casa dopo casa. Le luci in lontananza. Le sigarette al centro della stanza, equidistante da ogni equilibrio spiacevole, al centro dei margini nella musica, nella scrittura, negli amori.
Il mio corpo è una casa occasionale. I ricordi comodi non sono ninnoli da scrivania o bomboniere. I colori delle tapparelle e dei muri determinano il ritmo del sonno capriccioso.
È stato un valzer di eliminazioni infastidite e di oggetti ricomprati, di caratteristi assoldati per qualche mese, per qualche notte estiva, per qualche svogliata festa con le luci e le candele sui balconi. Non mi sentivo mai a casa. Se ti senti a casa, sei costretto a dire quando esci e quando torni. Ed io non lo sapevo mai.
Una sola costante finiva per essere sempre uguale a se stessa, nelle mie case girandola: il vento. Il vento mi piaceva sempre. Il vento puliva. Vento nella mia stazione. Nel mio cuore ingrato, tenaglia, nel mio cuore assassino.
Quel vento che amo ancora tanto, perché ridicolizza la mia buona educazione e mi ricorda che sono un cieco, uno che vaga, un selvaggio da partenze e pochi ritorni. Uno che non si specchia. Uno che non riesce a scrivere per aggrapparsi, ma semmai per perdere ulteriormente. La direzione, quella appena inventata, la memoria degli interruttori, le bugie delle persone, le radiocomandate suggestioni degli incontri necessari.
L'inglese se ne va. Spero di non rivederlo mai più. Non gli auguro il bene e neanche il male. Poi toccherà a me, andare via. Le case non durano mai quanto il vento. Non riesci a tenerle pulite. Troppi orari, troppe abitudini, troppa voglia contraddittoria di renderle confortevoli.
Ma io credo che la casa più adatta a me, me che non mi specchio e non aggiorno la mia anima all'ultima versione più utile, sia una capanna su un lago, finestre giocattolo, lumi verdi, macchine per scrivere, tazze non troppo capienti, poche penne e la prospettiva del sonno come geometria imperfetta da non tradire troppo.

Luca De Pasquale, 3 dicembre 2015

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