10/12/15

Scopare al telefono mentre il mondo elegge nuovi eroi e spaventapasseri


Ad una coppia di amici piace fare sesso al telefono. No, non sesso tra loro al telefono, a distanza. Sesso reale, con lei che mentre scopa parla al telefono. Con la madre, con la sorella o con l'amica. Raggiungono l'orgasmo solo in questo modo, o quasi.
Lei deve riuscire a trattenersi dal gemere mentre parla; questo fattore genera in lui una grande sovreccitazione ed in lei una migliore lubrificazione. Sono felici di questa perversione così poco perversa. Lo raccontano divertiti, mentre io mi domando perché non sia possibile scomparire in una Camel Light e consumarmi proprio come una sigaretta. Velocemente, fumato dal vento.
Forse lo raccontano perché una delle loro perversioni potrebbe essere quella di eccitare un soggetto altro, un terzo. Forse a lui piace pensare che mi si potrebbe indurire nei pantaloni. Gli viene voglia di nuovo di scoparla. Forse lui vorrebbe che io e lei ci sentissimo di più al telefono, così scoperebbero alla faccia mia. L'equivoco amoroso ha bisogno di queste stronzate. Ma io non mi presto alla goliardia e non mi mostro per nulla coinvolto dalla piccante agnizione che mi sottopongono con ghigni adulterati, tronfi e sciocchi.
E poi il telefono non mi piace. Il telefono e le telefonate sono delle cose casuali, non ci si può costruire un mondo attorno.

L'incontro con la coppia di amici pruriginosi si svolge in campo neutro e in tenuta impari, perché io non ho portato la mia compagna, non ritenendola -in senso di rispetto- merce di esposizione e di accompagnamento. Come invece fanno molti uomini e donne, sempre con la litografia dell'amore dietro. I compagni non sono accompagnatori. Non li si può svilire in questo modo.
Mi fanno domande su di lei. Rispondo evasivamente, circumnavigo, improvviso, fumo. Mi parlano dei loro nuovi entusiasmi politici, che non riesco a tradurre neanche in un simbolo o in un'ideologia. Loro sono per la pulizia morale, per la trasparenza degli uffici pubblici, per l'onestà. Sono per una nuova politica “che abbia fiducia nella gente” e che stimoli “nella gente la fiducia per i nuovi politici”.
Siamo sulle sponde dell'utopia, del qualunquismo sloganista, dell'iperfiducia in salsa post-umanistica. Il loro entusiasmo mi provoca bordate di mal di stomaco. Non è servito a niente dir loro, mesi o forse anni fa, che sono un cane sciolto. Una pecorella smarrita, seppure ad ano sigillato. Non cerco pastori che me lo mettano al culo. Non sono una pecora. Sono un lupo senza branco e mi piace così.
Sento e so che interpretano il mio anarchismo in salsa paraletteraria, forse come una sorta di provocazione permanente. Sono liberi di pensare quel che cazzo vogliono. Ho smesso da tempo di farmi problemi sulle idee altrui. Non mi stupirebbe se interpretassero alcune forme di anarchismo come posizioni reazionarie, vicine magari a derive destrorse. Sarebbero pazzi. Ma, del resto, sono due che per scopare bene devono parlare al telefono mentre lo fanno.

Non saranno loro, e le loro scopate piene di olio, penne di pavone e gelatina santa della speranza, a ridarmi la libertà che sento meravigliosa ed impossibile, libertà che mi circuisce ogni giorno e poi mi stringe le mani al collo quando inizio a sognare sul serio.
Anche se questa è Napoli e c'è il sole, anche se loro sono una coppia ben piazzata fisicamente e scopano forte e forse mi vogliono bene a modo loro, io sono felicemente sistemato in una città che sembra un film di Jean-Pierre Melville. Una volta mi hanno chiesto all'unisono -forse avevano scopato da poco- che film di Melville avrebbero dovuto guardare per iniziare.
Io risposi “Le samourai”, schifosamente tradotto in italiano con il vergognoso 'Frank Costello faccia d'angelo', ma non credo lo abbiano visto. Melville non fa per loro. Il senso di lealtà virile e terminale di Melville, le sue luci livide, le sue parabole silenziose, non vanno bene per una coppia che inchioda spesso filmandosi pure. Non è una questione di statura morale. Tutt'altro. È questione di predilezione, di fratellanza spirituale, di somiglianza nell'instabilità. Ognuno deve scegliere quel che gli è più consono. Possibilmente, strafottendosene se la cosa può essere condivisa. Loro tendono a voler osservare la bellezza del creato, cazzo e fica inclusi. Niente da obiettare. Sono sinceri ecologisti e credono che il mondo abbia un lato giusto ed uno sbagliato. Ci credono in questa cosa. Guardano un film africano e sentono di essere cresciuti e di non essere razzisti. Poi si abbracciano, poi lui caccia l'uccello e faranno presto un bel viaggio a Parigi o ad Oporto e sigilleranno forte forte il loro amore.
Non mi affanno più a cercare di spiegare che sono la fotocopia in bianco e nero del cane a tre zampe degli Alice In Chains. Che sono un lanciatore di coltelli che ci vede da un occhio solo. Che sono un cane perso in un giorno perso. Vivo lo stesso. Amo lo stesso. Mi difendo, lotto e a volte sogno, piuttosto che dormire. I loro valori non mi seducono. Come la loro propaganda involontaria ed assillante. Come il loro tentativo di reclutare, di affiliare. Di conoscermi da pochi cenni veloci e di conoscere in genere. I loro viaggi non mi suscitano invidia. E non trovo il loro forsennato progressismo in salsa di pineta illuminato più valido della mia putrida anarchia. Non scoperei una donna che parla al telefono con la madre. Non mi verrebbe più duro per questo. Non è un giudizio morale. Per quel che mi riguarda, possono avere anche rapporti orogenitali con dei cardellini maculati. Sono liberi. Liberi di sentirsi nel giusto, anche. Purché non rompano i coglioni con leggi, proclami, tavole della pace, comandamenti e bon ton ideologico. Il bon ton ideologico è la peggiore merda che si trova in giro. Fa sembrare le persone dei fantocci caricati a salve con un'accozzaglia di parole in bocca pronte ad essere sparate nei contesti più grotteschi.

Quando il nostro incontro finisce, Napoli somiglia ad una città di Melville, ma sono in troppi con panettoni e pacchi in mano per poterci essere davvero Melville in giro.
Oggi sono meno cupo. Mi piacerebbe essere in 'Borsalino'. Ho la fissa del cinema francese, lo preferisco alle scopate con il telefono in mano. Riesco a riflettere di più con un film francese che con l'arnese fuori dai pantaloni. E poi Bebel ed Alain Delon sono i miei attori feticcio. Per diversi motivi, anche contrastanti tra loro. In quel film erano insieme. Un film di cassetta, non privo di un certo mestiere. Uno dei primi film che ho amato. Preferivo il personaggio di Belmondo, François Capella, che infatti muore alla fine del film. L'ho detto: mi piacciono i perdenti.
I perdenti non scopano con il telefono in mano. Spesso non votano nemmeno. Non credono nella nuova politica. Qualche volta mangiano il panettone, quando la strada è sgombra da santoni e 'bontonisti' della prima ed ultim'ora.

Luca De Pasquale, 10 dicembre 2015







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