31/12/15

Relapso (Ruggine Neon Burro di cacao)


Ciao 2015.
Ciao, vaffanculo.
Archiviato, bruciato senza incendi, inculato con olio per il corpo, pagato a rate, sciolto sulla lingua, addormentato sul cazzo o sulla panca di una chiesa inventata, smarrito nelle case di rappresentanza, elemosinato dagli zuccheri delle droghe peggiori, pieno di musica che è già altrove, lontana a far festa, a consolare altri individui.
Il 2015 ha cercato di chiamarmi con dei nomignoli insulsi, di quelli che si usano in alcova, anche; ma non gliel'ho permesso. Gli ho ricordato, al 2015, che non ci conoscevamo. Nessuna confidenza.
Forse pensava di flirtare con me, di darmi un nome tutto nostro, un ruolo esclusivo. Non gliel'ho permesso. Forse pensava di chattare con me fino a tarda notte, come si fa quando si vuole scopare qualcuno. Magari di nascosto. Non gioco fino a tardi. Non gioco. E di notte mi devi chiedere permesso, non devi blandirmi.

Quest'anno ho scritto molto. Come al solito. Ma ho scritto diversamente. Libero. Tendenzialmente libero, libero in una folla di fantasmi. Me ne sono fottuto di piacere o meno. Più del solito. Se ancora fossi impelagato in quella storia dei consensi, avrebbe più senso che mi sparassi. Ho spesso scritto come un ladro, in stanze fredde e con la finestra aperta, perché non riesco a scrivere senza fumare. Quando scrivo, la Philip Morris incrementa i suoi affari nel sud Italia. Ho scritto quando sentivo di volerlo e quel che sentivo di voler esprimere, perché il professionismo mi è stato chiesto altrove. E io ho finalmente imparato a distinguere le cose.
Ho scritto senza pensare al prodotto finito, e non ho mai inviato un solo cazzo di link chiedendo di essere letto. Vuoi? Bene. Non vuoi? Bene uguale. Vuoi leggere in quel che scrivo dei riferimenti personali, delle palesi allusioni? Liberissimo di farlo. C'è gente che crede ancora alla giustizia divina in giro, figuriamoci. Ognuno è libero di interpretare qualsiasi cosa, incluso il foglio di montaggio di un tavolo svedese. Ognuno gira il ventilatore verso il suo culo, il suo ego, la sua follia e il suo rancore idiota.
Non amo i ventilatori.

Ciao 2015, con i suoi equivoci molli come la pastina al brodo vegetale. Con i messaggi per interposta persona. Con le nostalgie accese ma soffocate da un profilattico al kiwi. Con l'alternanza di nuove conoscenze ottime e confortanti e clamorose teste di cazzo. Quest'anno ho avuto la fortuna di incontrare degli artisti veri, coerenti, aperti, curiosi, sinceramente interessati alla realtà ed alla conoscenza. Ho conosciuto, per il contrappasso previsto, degli arroganti, degli “sminuitori” di professione, dei cortigiani con le chiappe macchiate e la lingua pendula, pronti a difendere il loro padrone indifferente, tirannico, l'accumulatore di crediti ed oboli.
I grandi mi hanno trattato alle pari e si sono guadagnati il rispetto, spesso i piccoli hanno alzato la voce rendendosi ridicoli.
Non sono un servo ed un cortigiano. Se alzi la voce, se tenti l'abuso io non ci metto niente a decollare il re e scegliere la luce fuori, quella che si vede in lontananza e ha quel profumo strano di coraggio ed incoscienza.

Mancano poche ore alla notte che non cambierà nulla, ma che è comunque un traguardo nuovo. Giù per strada c'è un vecchio che piscia su delle piante. Il vento sferza la vegetazione. Ho ruggine in bocca e burro di cacao addosso. Il neon nel cervello. Lo stereo riproduce un brano leggero, “Holiday” di Donnie; al basso c'è Jonathan Maron dei Groove Collective e questo basso saltellante, funky, insinuante, somiglia forse ad una foto che non faccio da anni. La foto ai sogni in movimento. La foto alla resistenza che non chiede altro che strada, strada e campo aperto, vista sui laghi, sulle stazioni della sera, resistenza che ha bisogno di fumare, di riflettere fino all'alba, di non sciupare i lampi nell'odio e nella frammentazione dei silenzi.
Il vecchio piscia e sgrulla, io scrivo. I botti sono iniziati. Se avessi una tazza del water da buttare, la lancerei sul SUV parcheggiato sotto casa. In fondo, non ho mai smesso di essere un teppista. Anche se ho ingrigito i capelli, se ho rughe d'espressione e di memoria da domare, anche se mi immalinconisco per un sorriso che svanisce, per un bambino che piange, per l'inevitabile dispersione della materia onirica in rigagnoli di disillusione organizzata, con tanto di organigramma e feste patronali.

Ciao 2015, ci siamo piaciuti qualche volta, ma non siamo mai andati oltre. Non era tempo, non era luogo, non era modo. L'intimità è una conquista che ha bisogno di fiducia e pazzia, e nessuno di noi due ha mostrato questa disponibilità. Non ti amo e non ti detesto. Non ti celebro e non ti ripercorro. Non ci siamo innamorati, anche se ci hanno invitato allo stesso party. Ci siamo annusati, poi tu hai preferito le tartine, altre lingue in bocca, ed io ho scelto le sigarette e un basso saltellante come questo “Holiday”. È sempre il basso a ricordarmi chi sono, da dove vengo, cosa potrei volere e come mi muoverò. Il basso mi dice come devo muovere i piedi, mi spinge a seguire il tempo muovendo la testa come un tacchino, mi concede di dimenticare, di tentare, ritentare, e di non fissarmi con onorevoli origini da ostentare.
La musica è sempre stata la mia famiglia migliore, e il basso l'altro padre, il motore interno, il deus ex machina, il riordinatore di impulsi e il coach scriteriato dei migliori voli.
Sul groove di questo basso, il basso di Jonathan Maron, mi avvio verso nuove tonalità di viola, il mio colore, la mia aura e la mia perdizione annunciata. Dimenticherò e sarò dimenticato ancora e ancora, ma il groove da sotto i piedi non me lo ha mai tolto nessuno.
Ah, non ho scritto il coccodrillo per Lemmy Kilmister. Non riesco a dare il meglio nel futile sciacallaggio e nella dolente agiografia. E poi penso che Lemmy non saprebbe cosa farsene, da quell'altra parte, del mio tributo. Anche se non gli piacerebbe neanche un po', gli dedico questo basso così funky da aver saputo riscrivere la mia carta d'identità nella notte di S. Silvestro. Cheers.

Luca De Pasquale, 31 dicembre 2015

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