30/12/15

Recensione: BROKEN DOWN - The Other Shore (Altsphere 2016)


Una cosa è certa: l'ascolto del secondo disco dei Broken Down, “The Other Shore”, in uscita il 26 febbraio 2016 per la label francese Altsphere, è spiazzante. Spiazzante perché offre una miriade di ingredienti diversi senza per questo rischiare di impantanarsi in un pastiche, come spesso accade; anzi, la confluenza di elementi tanto diversi e paradossalmente contrapposti rende il progetto intrigante e molto particolare.
Perché occorre dire che la definizione di industrial metal va decisamente stretta alla one-man band: dell'industrial metal c'è qui una certa marzialità ritmica, le concrete barriere chitarristiche, ma i Broken Down evolvono ben oltre la loro proposta sonora iniziale. Rispetto al primo album uscito appena un anno fa, “The Split”, si nota appunto un'accelerazione ritmica decisa, con maggior enfasi anche sulle dinamiche innescate dal basso e le atmosfere virano verso un corpus sonoro più rarefatto e suggestivo.
I nove brani alternano sapientemente una pesantezza di fondo con uno spirito effettivamente pop; alcuni inserti all'interno delle tracks sfiorano addirittura coloriture hip hop, gothic e crossover.
Nella title track svetta un basso aggressivo e demarcante, e si potrebbe azzardare un incrocio pericoloso tra Godflesh e LCD Soundsystem.
Rear view mirror” presenta un'atmosfera desolata e malinconica, con note di basso molto suggestive e sostanzialmente gotiche: qui è il pianoforte a determinare però l'andatura decadente del brano. Pianoforte che compare anche in “Scribble your world”, giocando apertamente sulla dicotomia tra la melodia malinconica di base e il sovrapporsi di vocals più smaccatamente industrial e metal.
Alienated music” promette quanto annuncia, partendo sorniona nella sua accorta virulenza, ma con due sorprese: inserti di tastiere ambientali stranianti e coda più pulsante e ritmica. Nel centro esatto del pezzo, come a voler aggrovigliare l'ascoltatore programmaticamente, fa la sua comparsa un accenno di strofa quasi hip hop.
This art is mine” è una lotteria pop che flirta con l'art rock e l'indie meno prevedibile; inutile dire che non è escluso dal gioco il metal, con un riff potente di chitarra. “Speculator” palesa più chiaramente l'elemento teatrale della musica dei Broken Down. Basso in evidenza, articolato ed efficace.
L'episodio finale, “Puzzle” (nomen omen) sembra racchiudere la summa del meticciato sonoro dei Broken Down: ci trovi cori zappiani (sempre graditi), porzioni di metal, hardcore e nebbiosi richiami ad un background punk.

Non si può dire che “The Other Shore” sia un lavoro facile, e che sia per tutte le orecchie. È un album che si potrebbe definire “citazionista” ma nient'affatto derivativo: e di questi tempi credo che sia già questo un elemento lodevole e sempre più raro. In un certo qual senso è musica per musicisti e conoscitori, perché -senza spocchia e superbia- presuppone una certa conoscenza della materia, per ritrovarne tutte le eco e le frammentazioni rivisitate/reimpostate. Forse bisogna aver ascoltato i Queen, i primi, non quelli della sbornia arena rock successiva, i Nine Inch Nails, Frank Zappa, molto metal, electrowave e quant'altro, per poterne cogliere appieno tutti gli spunti distintivi.

In chiusura, possiamo dire che il progetto Broken Down pone ulteriori premesse confortanti per un futuro che si preannuncia foriero di altri depistaggi sonori e dimostrazioni non sconnesse di eclettismo, equilibrio questo (e rischio, naturalmente) che molte band dalla vena simile invece smarriscono facilmente. Perché a volte non si torna indietro da un détournement situazionista, soprattutto se non si hanno le idee chiare. Non sembra il caso dei Broken Down.
L'album uscirà in versione cd, digitale e digipack limitata a cinquanta copie numerate a mano.

8/10


Luca De Pasquale 2015

 

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