24/12/15

Pelliccia di neve


Rubinetti rotti. Bolla di Natale. Presepe. Fumo dalla bocca. Il mercatino che toglie le tende. Io che cammino per strada con un panettone. Striscia blu di luci intermittenti al terzo piano di un palazzo che non conosco, in una strada che non conosco.
Calze a rete di una donna con bambina dietro. Un uomo anziano fa un apprezzamento. C'è un autobus fuori uso all'angolo della piazza; l'autista fuma una sigaretta accanto al bestione malato, ha un deck in mano, avrà chiamato un soccorso tecnico che non arriverà.
La città è un'enorme bolla di Natale e perdersi è così facile che non ne vale la pena. Qualsiasi procedimento in sospeso, penso, si azzererà nella notte di S. Silvestro e poi sarà tutto più semplice.

Un tizio cerca di vendermi dei calzini corti. Dice che ha bisogno. Al mio rifiuto secco, dice qualcosa tipo “jamme frà” e io rispondo girandomi a destra e accendendo una sigaretta. Potevo dargli il panettone. Me lo hanno regalato, ma non ci tengo particolarmente.
In edicola un ragazzo con un cappello giallo acquista il calendario del Napoli e 'La Settimana Enigmistica'. In edicola ci sono molte riviste che titolano enorme sulla separazione di Belen Rodriguez. Non fa freddo, ma è umido. Esce il fumo dalla bocca quando respiro. La pizzeria ha messo un cartello enorme scritto con un pennarello nero: “APERTI COMUNQUE IL GIORNO DI NATALE”. Mi colpisce il “comunque”. È come se volessero dire che fanno un'eccezione per bontà d'animo. La fanno pesare.
Le strade si sono svuotate, è tempo per molti di andare a cucinare. Cucinare duro e tradizionale.
A me piacciono i camini finti in serate come questa. Camini finti, quelli che danno solo luce d'interno, luce che è un vezzo, ma senza troppo calore. In serate come questa mi piace l'odore dei forni a legna, del fumo di sigaretta fumata senza vento. Mi piace l'odore dei vecchi libri, ma non quelli che odorano i libri.
In serate come questa mi accorgo, e me ne accorgo da lupo selvatico, che la pace, e i suggerimenti di felicità annessi nel pacchetto, chiedono sempre prima un passaggio alla dogana dell'oblio. Già pagato. Già fatto. Ma non è una tassa annuale e nemmeno mensile: è una tassa capricciosa, obbligata, impossibile posporre il debito ad altri momenti. Paghi subito, paghi allo sportello preposto, e sai che nei locali non puoi fumare. Per la pace corri subito a dimenticare. Non te lo ha mai spiegato nessuno, ma sai che devi farlo. Istinto. Istinto di conservazione.
Al solerte impiegato imbecille che mi chiede una firmetta per dimenticare quasi tutto lascio il panettone e il sorriso più stupido di cui dispongo, quello da venditore, quello da dimostrazione commerciale, quello da tolleranza. Per anni ho venduto e dunque ho in qualche modo mentito. Adesso sono in regola. Cittadino zero, possibile predatore alfa in un deserto scelto sui cataloghi, ancora così idiota da chiedermi se tra la musica e le stelle ci passa qualcosa in mezzo. Affretto il passo, mollo degli auguri ad uno che mi sorride, l'effetto amnesia comincerà presto e potrò godermi tutta la pace che ho sempre trovato nei libri più duri e scorticati. Perché nella violenza dell'espressione c'è un bisogno di pace che può arrivare a rendere un uomo degno un autentico cretino. Ma che, volente o nolente, alla fine ti salva il culo.




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