14/12/15

La stretta osservanza della superficialità (Sostituiscimi al primo sconto)


Ricordo l'odore dei tanti Natale trascorsi a lavorare come un idiota. Manco il panettone aziendale regalavano, quei bastardi. Manco quella soddisfazione da scrotone.
Ricordo l'odore nauseante dei dolci glassati, i profumi di donna veloci e poco promettenti appena girato l'angolo, ricordo le ragazze di buona famiglia in cerca di regali dell'ultimo minuto per i loro fidanzati imberbi. Ricordo gente abbronzata che aveva il colore della merda, ma profumava molto di denaro. Ricordo che qualche volta, nei cessi aziendali, ho pisciato fuori dalla tazza e mi accendevo delle sigarette di nascosto, vissute con grosso senso del peccato, come fossero dei veloci pompini da un travestito.
Ricordo il senso di colpa schifoso che mi dava il rendermi conto che non avevo voglia di ricevere auguri e ricambiarli. Tutte quelle parole mielose. Tutti quei concetti prevedibili. L'ipocrisia, la buona ipocrisia necessaria che però, in qualche modo, sentivo essere comunque superiore al mio nero coda di stelle.

Ricordo quegli odori e quella frenesia maledetta, al centro esatto di una crisi di insonnia e fantasmi. Nero coda di stelle, servirebbe un liquore chiaro, una candela, una macchina per scrivere, dimenticarsi, sostituirsi una volta per tutte. Ammettere che forse abituarsi alla gentilezza è troppo impegnativo.

Il senso di spaesamento durante le festività è una vecchia storia con la quale ogni anno devo fare i conti. E non sempre ho il fuoco di Prometeo nello sguardo per risultare bello comunque. Spesso il mio sguardo, in questi giorni, è cenere ed amnesia voluta. Il senso di scompenso mi prende nei negozi, nella fiumana di persone che sorride al flusso e mai ad un altro essere vivente in carne ed ossa. Mi parlano ogni tanto di rinascita, di celebrazione. Io non so mai cosa dire. Non mi sono mai sentito invece colpevole di non aver abbracciato un credo, una religione, aver fatto mia la cultura di un paese specifico o di un gruppo di essere umano. L'ortodossia mi spaventa più del demonio. Il dogma. La liturgia. Sono cattedrali troppo perfette per il mio gusto delle ombre. Mi sconcertano e non mi catturano mai come invece accade con una luce casuale, una permanenza involontaria, un movimento di paura tra le braccia di una crescita non garantita.
Da bambino, da ragazzo, ho assistito a tutta una serie di menzogne, di incauti tentativi di direzionare il pensiero e l'emotività, mi sono scontrato con sacralità indimostrabili, con perdoni che non erano necessari, e ho opposto un muro di cenere all'egoistico fanatismo della memoria, della discendenza, della continuazione, del credo. Non ho voluto il pensiero unico e non lo accetterei mai e comunque. Non sento di dover riscattare ombre e spettri al banco dei pegni. Ho già pagato. Ho pagato anche all'Equitalia della disperazione, al tempo. Ora basta. Conta il qui, l'ora, il profumo istantaneo, l'attimo che sfugge e che non sempre riesci a salvare, come un file, negli angoli degli specchi più belli: quelli composti da acqua, da pensiero, da sentimenti tanto profondi da essere veri e propri sabotaggi della quiete.

Incontro sulla mia strada persone molto convinte di quel che pensano e di quel che professano. Hanno fatto delle scelte. Scelte che prevedono osservanza e sovente una completa mancanza di imparzialità. Non sono interessato a quella dimensione di certezze, seppure in movimento. In questi giorni, ed in genere nei momenti di caos, mi sento come quella musica techno fluttuante, ambientale, che riempie le case senza annunciare nulla se non suggestioni. Stanotte, insonne in un punto che non mi porterà gloria, mi sento come “Juice” di Brendon Moeller. Potrei andare bene ovunque e da nessuna parte. Come le foto di Luigi Ghirri. Come i dipinti di James Ensor. Come la cultura che non serve a sfangarsela, ma -semmai- imbruttisce, confonde, disperde.


Vado avanti per buona parte della notte con il pezzo di Brendon Moeller, le sigarette hanno il sapore di un attacco febbrile e il retrogusto piacevole ed insperato di una persona che riesca a prendersi cura del tuo smarrimento senza volerti a sua immagine e necessità.
Quando qualcuno ostenta le sue convinzioni io, rispettosamente ma rigorosamente non aperto (con tutto il diritto del caso), io mi allontano docilmente, senza mezzo di contrasto. Senza enfatizzare la differenza. L'enorme differenza. Credi in quello che vuoi, ma non tentare di annettermi. Non funziona. Il credo è troppo per la mia pazienza. Il credo per me è perdita di razionalità.

Alle 4e14 minuti altro pezzo di Brendon Moeller. “Motion”. Qui si fa più sul serio con l'oscurità. Penso alle stazioni deserte dove osservavo treni. I treni che mi avrebbero portato qualcuno o allontanato per sempre. La nebbia alla stazione di Firenze. S. Maria Novella immersa nella nebbia e nel gelo. La nostalgia del mare nei viaggi brevi. La nostalgia dell'amore nelle curve d'odio necessario. La disabitudine alla verità, per quello che da piccolo ho dovuto osservare. Il rancore, l'indipendenza, la vanità, l'autodistruzione. Confessarsi sinceramente vale poco più di una sega rabbiosa in un bagno chimico, con la cintura slacciata e la schiuma in bocca. Ti torna indietro tutto, ad aghi, ad uccelli suicidi contro i tuoi vetri, il massimo che accade è che ti trovi delle labbra azzeccate sulla bocca, ma sono labbra-inchiostro simpatico e la tua musica non aumenterà la sua portata.
Sono abituato a diffidare. Sono abituato alla solitudine. Forse più di un montanaro abbozzato in un film o in un romanzo. Sono abituato a non considerare i mezzi di comunicazione come davvero indispensabili. Non conto i giorni di silenzio tra le persone, perché non è quello il peggior silenzio. Il peggior silenzio è continuare a vomitarsi in gola bolo affettivo basato sui propri sanissimi e fottutissimi principi. Intoccabili, sacri, sacralizzati, pompati come seni deformi di attricette porno.
Io credo in questo, te ne interesserai mai?, sembra chiederti qualcuno con lo sguardo. Con gentilezza. La risposta, garbata e schiva, è no. Il rispetto sì, la partecipazione no. La condivisione solo qualche volta. Se non compromette troppo quella musica che ti permette di arrivare alle cinque del mattino senza cocci nel cuore, senza ossessioni realmente inguaribili, forte stranamente di una totale e cronica mancanza di punti di riferimento “accertati ed accettati”.

Poi stamattina mi scrive uno che mi chiede una specie di consiglio su come pubblicare un romanzo di formazione. Un bildungsroman che sarà caricaturale come quasi tutti quelli dei giovani scrittori ambiziosi. Pieno di personaggi e con la sottesa -neanche tanto- intenzione di sedurre i lettori. E lo chiedi a me? Ma sei scemo? Io ho preso traghetti e treni per diventare una promessa mancata, ho aspettato le corriere, le coincidenze, l'impermanenza della memoria per non rispettare il cammino profilato. E tu lo chiedi a me. Se lo chiedi a me, stai fuori. Ci sono tante persone convinte lì fuori. Rivolgiti a loro. Ai loro profili mediterranei sul retrocopertina. Alle loro false emozioni da riflusso rimiratorio. Alla loro stramaledetta buona volontà. Vai all'estuario delle loro fedi, abbeverati e vai a fare in culo nella luce di Natale.

Luca De Pasquale, 14 dicembre 2015







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