08/12/15

La società civile, i fantasmi, la merda di cavallo


“L'oscurità che lentamente sommerge la casa deserta preannuncia i misteriosi pericoli della notte e porta con sé la solitudine, la sconosciuta paura, i ricordi del tempo della libera giovinezza, i rimpianti. Riacutizza anche il dolore di ferite vecchie e nuove, nascoste sotto lo splendore del manto logorato da un'esistenza di duelli.
O forse è anche una presenza diversa che già da tempo ha scoperto la traccia segreta di un cuore stanco e si affaccia a pretendere con astuzia e ferocia i diritti del più forte?
Sarebbe cauta, guardinga, ma l'incertezza e la paura di chi la teme la hanno resa coraggiosa e sicura sino alla spavalderia. Anche lei attraversa l'esigua terra di nessuno, forte della legittimità dell'egoismo e del debito passionale di chi la attende.
O è la passione stessa, oscura e degenere figliastra del desiderio e della speranza, che se accettata o subita rivela brutalmente la sua fisionomia quasi disumana? O la gelosia, sua triste compagna di strada? O la vita stessa, finalmente, che superata la metà del suo cammino confonde i suoi chiari confini e rivela la selva oscura fitta di insidie primitive, restituita all'istinto, resa ancora più enigmatica e crudele dal velo trasparente delle illusioni estreme?
Con le tigri non si coesiste facilmente, siano esse Shere Kahn o la perfetta eleganza di William Blake, vivano sulle rive dell'Amur o nelle fitte foreste del Bengala. Non a caso è l'unico animale assolutamente solitario del creato”

Valerio Zurlini, Pagine di un diario veneziano, pagg. 142-143

Non dovrei aggiungere nulla a queste parole. Uno dei rari casi in cui una citazione sostituisce al meglio un possibile testo.
Per ognuno di noi, un libro può assumere un valore diverso. Io non credo ai libri salvifici. Non credo alle complete immedesimazioni. Ci sono dei libri ai quali sono legato da un rapporto speciale, intimo e personale. Non libri manifesto, semmai libri-fratelli, libri-scintilla. Un libro non deve essere rassicurante. Non deve rappresentare un appiglio. Preferisco che un libro, un libro che entra nella mia vita, sia un guizzo, un brivido, un affondo. Anche un affondo spietato. La narrativa di intrattenimento, per come la penso io, è peggio del petting adolescenziale e la evito come la peste. Sarà anche per questo che molti giovani brillanti scrittori -finti giovani e finti brillanti- io li ignori completamente. Perché se devo leggere sotto un ombrellone una storiella farsesca, preferisco guardare culi, tette e collane di ambulanti proposte a cinque euro. Preferisco il venditore di cocco e il bagnino che si è mesciato i capelli. La narrativa di intrattenimento è uno schifo. Mi stupisce e mi duole che molti editori dal nobile passato stiano puntando da tempo ad un'insensata rigenerazione che appare chiaramente come una completa regressione. Il giovane cavallo non è quasi mai uno stallone. E finisce per cacare nella sala dei premi quando meno te l'aspetti, proprio come accaduto recentemente in una squallida trasmissione televisiva, dove un pony ha generato simpatia e poi prodotto una discreta quantità di merda.

Ho un rapporto speciale ed intimo con Valerio Zurlini e questo suo libro-testamento. Un rapporto davvero speciale e talmente personale da risultare intoccabile, nonché di nullo interesse per gli altri. Chi mi conosce, o intende conoscermi o mi ha conosciuto di persona, non guadagna nessuna informazione utile dall'apprendere di questo speciale rapporto con Zurlini, il suo cinema e le sue parole. Potrei avere una passione per il lievito cinese o amare la perversione di sbattermi un dildo su per il culo. Non cambierebbe nulla. Le persone vivono di idee preconcette da dimostrare con cura. I rapporti si cullano su quel sesto senso che ci continuano a propinarci, a volte con un misticismo di infima fattura. Il sesto senso è una bufala, come le renne di Babbo Natale. Il sesto senso per me è istinto. E l'istinto spesso porta distruzione, non è il ricettario della nonna o il calendario di Frate Indovino.

Ho un rapporto intimo, violento e personale con altri libri. Non tantissimi. C'è “La dama di picche” di Puskin. “I demoni” di Dostoevskij. “Fame” di Knut Hamsun. “I giochi della notte” di Stig Dagerman. “Le affinità elettive” di Goethe. Saranno in tutto una trentina di libri “speciali”, i miei libri della vita. Per vari motivi. Vari intimi motivi, che non so e non voglio spiegare.
Conosco i miei vizi. Mi piacciono i personaggi autodistruttivi. Mi affascinano. Mi ricordano la spinta all'istinto e l'abuso dello stesso, l'abuso fino alla sconfitta. Mi piacciono quelli che nella società civile, in fondo, non ci sono mai entrati sul serio. Nonostante avessero tutte le carte in regola.
Non considero la mia vita personale straordinaria o da raccontare: la mia è una falsa prima persona. Uno che non trova la sua immagine allo specchio non può pensare di scrivere in prima persona. Sono un mentitore qualsiasi. Scrivo in prima persona, tempo presente, coniugazione fantasma.
Chi vuole leggere, legge. Altrimenti dimentichiamoci come ci stiamo chiedendo da sempre.

Oggi al bar un uomo con un cappello verde e delle scarpe scalcagnate e troppo marroni ha chiesto una bottiglia di Grand Marnier per fare un dolce. Gli hanno risposto che il Grand Marnier non c'era, che poteva usare il Cointreau. Quell'uomo mi ricordava qualcuno, ma sono sicuro che era un fantasma del non vissuto. Ne incontro tutti i giorni. Sono spettri, mi attraversano e se pure mi illumino, poi ridivento notte come sono abituato e come desidero.
Accanto a me, al bancone, c'era invece una giovane donna molto spigliata che sulle labbra aveva, ferma e distintiva, la parola sesso. Come girava il caffè nella tazza, come ha sorriso alla cassiera, come ha chiesto il cornetto. Era tutto sesso. Sesso sperperato nella confusa luce del giorno dell'Immacolata. Anche lei, senza stuzzicarmi nella cruda realtà dei minuti, mi ha trapassato e sono tornato notte velocemente.

Tutti questi incontri fantasma mi dicono che non sono parte della società civile. Non mi sento in colpa. Non mi sento sfortunato. Non sento l'errore bruciare. Non sento l'ingiustizia. Non sento spinta, se non all'affondo, al brivido senza garanzie. Sono fuori dagli ingranaggi della società civile. Non è un merito. Non è affascinante, ma nemmeno da condannare. Non sono fatti miei, alla fine, e men che meno degli altri. Le informazioni che posso comunicare non cambiano la sorte dei giochi.
Posso sentire un grande trasporto per Valerio Zurlini e la sua poetica. Posso sognare di uccidere. Posso pagare una prostituta per sentirmi un pezzo di merda con il cazzo ritto e moglie e figli a casa. Posso ascoltare esortazioni ed inviti senza farci caso, restando nella zona degli scarti fantasma, senza conoscere le linee guida del buonsenso. Non cerco l'inserimento in un sistema. Negli uffici della normalità sociale mi hanno sputato in faccia e io ho replicato allargando una specie di mantello da Lucifero, che fa comodo e tiene lontani i rompicoglioni ed i predicatori.

Non mi vedrete in lacrime su una tomba. Non mi vedrete portare fiori con aria sommessa. Se proprio cerco di ritrovare chi ho amato, sarà il buio a riportarmelo. Probabilmente sarò sveglio. Quelli che non sono entrati nella società civile hanno come sciocco hobby quello di restare svegli di notte. È un requisito delle persone non grate, riuscire ad osservare meglio il buio. Fuori da ogni disgustoso vittimismo e dal malvezzo di scrivere romanzi di formazione alla rovescia.
In queste notti leggo Zurlini. Non mi connota. Non è un'informazione utile. Sono schermaglie tra fantasmi. Sono gesti sommessi, quando vai in chiesa e ti accorgi che non conosci una sola preghiera: e allora guardi gli altri e stai zitto.
Non sono affascinante, ma sarà difficile che io cachi troppo in una sala dove si distribuiscono premi, punizioni o rinascite.
Fuori dalla società civile, mi piace illudermi di aver capito che il vento ha delle linee di demarcazione, dei valichi, degli abissi, delle impennate cromatiche, dei meravigliosi profumi di non vissuto che ti impongono il silenzio e non la presunzione dell'espressione con conseguente sbrodolamento verso la comprensione obbligata.
Tra fantasmi, il silenzio è un cordiale cenno di saluto.


LdP, 8 dicembre 2015



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