27/12/15

La rimozione dal palinsesto degli auguri forzati


Conosco molte persone affettuose. Molte persone formali. Molte persone gentili. Molti ipocriti.
Sono categorie che si incrociano e si mescolano, ma partono da presupposti differenti. Modi di vivere e di pensare spesso inconciliabili.
Sono ormai molti anni che non faccio auguri, a Natale. Sono anche tanti anni che il Natale non lo sento. Qualche volta è stata una vera e propria seccatura.
Da molto ho smesso di fingere di celebrarlo; e, contestualmente, di inviare auguri a raffica: auguri che sarebbero totalmente privi di senso. Perché se tengo a qualcuno, gli auguri di una vita bella, piena e colorata possono venirmi anche il 19 aprile o il 22 ottobre. Non c'è bisogno di Natale. Che, parlando banalmente, per me non ha una valenza religiosa e men che meno consumistica, quindi vale poco più di zero. Chi ha bambini attorno ragiona in modo differente ed è giusto che sia così.

Mi sono visto, in questi giorni. Entrare nei bar, nei negozi, rispondere al saluto di qualcuno per strada. Ho sentito la mia voce dire “'guri...” con inesistente convinzione, improvvisa timidezza. Nella migliore delle ipotesi fai la figura del rompicoglioni, del bastian contrario, del sociopatico. Di fondo c'è solo l'onestà di non dare aria alla bocca senza motivo.
In passato, qualcuno si è offeso. Offeso di brutto. Le mie spiegazioni, forse perché date con un senso di tedio addosso, non sono servite. Io non dico “Buon natale”, chiarivo, come non ti direi “buona scopata” se so che hai un appuntamento galante. Non faccio i versetti da scemo ai bambini nelle culle. Non parlo agli animali come se fossero degli esseri senza capacità di interagire. Non tratto gli altri da fessi e pretendo, esigo, lo stesso trattamento. Se non ci filiamo da lustri, stai certo che non ti canterò la canzoncina di happy birthday. Se mi conosci, se invece mi conosci veramente, allora non ti offendi e tutto è come prima. Se il nostro vincolo è genealogico ma non ha un senso logico, non ti porterò le paste a casa di domenica. Non sono obbligato a farmi piacere i tuoi modi ed i tuoi cari. Se la tua religione mi appare come una multa comminata alle mie abitudini, non fingerò di abbracciarla. Se dei tuoi amori me ne frego, come tu te ne strafotti dei miei, non prenderò il tuo bouquet al volo, con addosso un'insulsa cravatta.
Il tuo scrittore preferito non sarà il mio. I tuoi valori democratici o rivoltosi cozzeranno giocoforza con la mia adorazione per il disordine emotivo, per la casualità, per il colpo di coda senza salvazione.

Mentre sto ascoltando Franco Campanino, che nelle tracce più sexy delle sue colonne sonora scimmiottava apertamente un Gato Barbieri a patta aperta, mi arriva una mail di un tipo che si offende per ogni cosa. Si offende da decenni. Una volta tentò di farmi una lezione su “come si dovrebbe coltivare un'amicizia”. Io mi astenni, a mia volta, dal consigliargli uno di quei gel utili ad allungare il pene. La mail del superpermaloso verte su dei libri che non riesce a trovare, vorrebbe una mano, ma si conclude con un perentorio e unticcio: “... e comunque tanti auguri ANCHE A TE di buone feste, eh... ogni tanto potresti anche sollevarlo quel telefono...”
Io non sollevo telefoni, bimbo. Sollevo altro. Ti aspettavi gli auguri melensi del figliol prodigo? Volevi che componessi per te uno di quei messaggi utili per la catena? Magari lo avresti anche riciclato per quella vecchia zia e per quell'amica della tua donna che, ammettilo, te lo ha fatto venire un po' duro, solo come un callo o un occhio di pernice, qualche volta.
Mi hai chiesto dei libri e poi, a modo tuo, mi hai sgridato. Hai assolto al tuo compito di petulanza quotidiana. Hai ricordato ad un organismo espulso -a vario titolo- dalla società di doversi comportare come se ne facesse ancora parte.
Gli ho risposto sui libri: proprio non so dove cazzo dovrebbe andare a scovarli, si tratta di vecchie edizioni fatte bene, quando ancora le case editrici italiane non si erano sputtanate del tutto puntando su cazzoni mollicci.
Gli auguri, comunque, non glieli ho fatti.

Oggi è 27 dicembre. Tra quattro giorni questo esteta delle forme, questo rimproveratore garbato e saccarotico indosserà dei boxer rossi con la scritta “2016”. Avrà lo stomaco pieno di pesce e di cotechino e si prodigherà in dei divertenti selfie. Se gli gira bene, finirà alle due di notte supino su un letto con l'uccelletto cosparso di panna montata e la compagna ubriaca come lui. Il giro di auguri se lo sarà già fatto di certo. Lui e tutta la combriccola.

Io, a parte desideri privati e non comunicabili, voglio iniziare il 2016 con una canzone di Keni Burke, “Risin' to the top”. Il basso è straordinario, una leggenda del groove. Nessun virtuosismo a bocca spalancata, solo un groove aderente come un'ossessione, qualche minuto di puro sesso sonoro.
E dopo Keni Burke, sognare un lago. Una delle poche visioni di vera pace per i miei occhi, un grembo indimenticabile e quasi sconosciuto dove perdere memoria, contegno e vestiti.

Luca De Pasquale, 27 dicembre 2015





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