23/12/15

La notte che sono stato inseguito da un tacchino


La notte scorsa ho sognato un enorme tacchino che mi inseguiva per tutta la città. Ero terrorizzato. Il tacchino, sontuoso, mi ha inseguito fino ad un parcheggio. Mi sono rifugiato sotto un'automobile bianca, ma il tacchino, con una forza insospettabile, ha sollevato l'auto ed io mi sono svegliato.

Oggi ho portato con me, per strade, per le deliranti strade natalizie, gli effetti del sogno nefasto con quel fottuto tacchino. Non so perché, ma mi sentivo ingrigito, invecchiato, pesante, in preda ad un escapismo onirico perennemente interrotto sul più bello. La sensazione era chiara, non far parte del presepe. Vecchia storia. Ho deciso di tagliare i capelli e la barba. Il barbiere, che è una brava persona, mi ha detto che è della classe 1963 ed io mi sono interessato alla sua vita con piacere e sincera partecipazione.
Nove anni più, mi dicevo, ma qui le vieux con sembro io.
Un tizio con il codino è passato a salutare il barbiere. Ho biascicato un arrivederci quando è uscito, ma la mia voce non l'ho sentita nemmeno io. Fuori passava di tutto. Donne sexy stilizzate. Vecchi con la tuta del Napoli. Giovani leoni. Persone della mia età con molta crema in faccia. Abbronzati. Tutti alle prese con regali e telefonate. Nessun tacchino. Ho lasciato parlare il simpatico barbiere, una specie di tregua. Perché con gli altri, quelli che non sono barbieri o tacchini, per accettare cinque minuti di conversazione devo incastrare tutto tra due sigarette. Altrimenti reggo poco.

Con i capelli tagliati sono entrato in un negozio di abbigliamento. Mi sentivo un bambino invecchiato, spigoloso. Ovviamente tabagista. Escapista. Un po' tacchino. Come al solito, da subito, le coppie in negozio mi sono sembrate ridicole. Le donne sole avevano come un'aureola in testa, un anello di fidanzamento, un brillocco cafone. Nessuna santità, solo un destino segnato. Sono fuggito dal negozio e appena fuori ho acceso una sigaretta. Accerchiato. Insidiato. Non libero. Non libero. Non libero. Il tacchino simboleggia gioie familiari. Io fuggivo. Non mi stupisce affatto.
Appoggiato al muro, ho consumato la mia sigaretta. Con i guanti simili a quelli di Layne Staley. Una delle mie fissazioni da giovane vecchio. Mentre ero al muro con la mia sigaretta, ho pensato a quando avevo trentasei anni. Non so perché l'ho fatto. Sembra ieri. Ma anche trent'anni fa. Sembra anche da venire, se non mi sveglio assediato da un tacchino. Le sigarette sono il mio marcatempo. Ho sempre bisogno di ritmo. Forse è per questo che in alcuni periodi ho un disperato bisogno di musica elettronica e mi dimentico, per qualche tempo, del rock. Ho bisogno del battito mentre fluttuo. Battito ed espansione. Un'illusione di dominio di me stesso.
Mi sento ancora il ragazzo che tirava su la saracinesca del piccolo negozio di dischi. Per questo finisce che poi mi ritrovo solo di notte. Proprio non riesco a tirarmela: non la saracinesca, ma la quota del mio ego. Ho la sgradevole sensazione di vivere in mezzo ad eserciti di padreterni che se lo ripetono ogni due ore, di essere grandi e di fare passi avanti. Non hanno capito un cazzo della vita. La vita si stende sulle sottrazioni, sulle sottrazioni acquista margini. La fuga dal centro è un atto di ribellione e di espansionismo, è quasi un gesto predatorio. Il treno della notte che ti porta nella città ostile, quella che non ti conosce e per questo non ti esamina con la stessa noiosa spocchia, è un atto di affermazione di se stessi.
Forse non ho bisogno di dormire. Forse non ho bisogno di sentirmi al sicuro. Non mi piace sentirmi in famiglia con chiunque. Ammettiamo le distanze. Riconosciamole. Facciamole diventare stazioni e magari, in maniera previdente e non prudente, evitiamo di raggiungerci ad ogni costo. Garantiamoci, ogni tanto, almeno ogni tanto, una visione solitaria e neutra su tutto quello che abbiamo all'orizzonte e che non ci godremo mai interamente.
Fogli di carta. Musicisti. Recensioni. Qualche volta, rock decotto, reazionario. Autoreferenzialità, presunzione, reiterazione degli schemi. Vieti schemi con riflettore fisso. I nostri amori sempre sugli scudi, ma sono amori fragili. Sono un pretesto per sembrare più umani. Più bisognosi. Più attenti all'attenzione che ci vorranno riservare. I never sleep.
Dischi, comodini, dischi, sigarette, telefonate, comodi raggiri e pretenziose abitudini, caffè, anagrafe, taglio di capelli, tacchini, scrivere e fingere di prendere pace e congedo. Come fantasmi, come rapaci, anche senza scrivere finiamo per sognare comunque. Ed ogni sogno, ho imparato, uccide i precedenti con una crudeltà che esclude, per quel che mi riguarda, qualsiasi forma di fede e di devozione all'irrazionale.
Figlio di? Uomo di? Professione? Hobby? Passioni? Che ti piace? Da dove vieni? Chi senti vicino? Chi senti affine? Buona forchetta? Per chi tifi? Playlist dischi, playlist libri, playlist sesso, playlist recensioni, playlist incubi. Tutto in continue, insensate classifiche da finti padreterni che sostengono di sapere il fatto loro. Appunto, lo sanno loro. Qui, tra torri eburnee divorate e tacchini che costituiscono l'avamposto dello più stupido escapismo onirico, non attecchisce altro che il suono, il battito, il fumo. E lo stupore di essere ancora in piedi, zuppo di sogni appena accennati come quando, durante un temporale pazzesco, entri in un portone e ti accendi una sigaretta. Senza avere la minima certezza di chi sei e quanto durerai.
Tutto è notte, tutto è distesa di suono, le prove da sforzo valgono meno di una televendita sgrammaticata. Le dimostrazioni di originalità valgono meno di un pompino. Senza battito, senza l'ammissione di fluttuare senza timone, non costruiremo mai una sola stazione decente.
Al prossimo tacchino affamato.

LdP, 23 dicembre 2015


Tracklist:

Pop 3 – I Never Sleep (Swayzak remix)





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