26/12/15

La menzogna della telepatia e del fuoco


Le luci in casa sono accese. Sul balcone c'è una parte di città ai nostri piedi. Odore tipico delle notti invernali. E il vento della notte, stavolta più impetuoso, che divora più di mezza sigaretta. In questo contesto, le donne sembrano più belle, gli amici più sinceri, quel che si dice sembra poggiare su concretezza e consapevolezza, ma questa sensazione finirà appena terminerà la serata.
Adesso tutto sembra annodato, consequenziale, parte di un percorso. Guardo negli occhi altre persone e sembra che tra noi non si sia mai interrotto niente. Che tutto abbia seguito un disegno confortante, sotto la supervisione dell'affetto, della sedimentazione del bene. Io fumo le mie sigarette, dico le mie cose, riesco ad essere come mi vogliono, come mi ricordano e come vorranno ricordarmi. Ma è solo un copione ad occhi chiusi che non mi costa alcuna fatica. Perché, ad ogni folata di vento, ad ogni nuova sigaretta, ad ogni pausa tra un racconto e l'altro, io mi ricordo delle sensazioni principali. Isola senza ponti, arcipelago senza cartoline.
Quante donne nella mia vita mi sono sembrate più belle di notte? Il giorno dopo la luce me le restituiva come incontri insormontabili, niente in comune, niente da raccontarci se non l'entusiasmo, peraltro assai claudicante, della novità. Quanti amici, nelle notti di chiacchiere, spaghetti e liquori mi sono apparsi veri, affidabili, davvero vicini, interessanti? Ma la vita, nel suo monotono flusso di doveri assurdi e di forme insopportabili, mi ha ripresentato spesso dei fantocci svuotati di ogni contenuto, come sacchi senza sabbia, bambole senz'aria.
La vita mi ha insegnato che la notte, la luce della notte, acuisce le illusioni, le rende armi, spesso armi rivolte contro se stessi, puntate negli occhi; o armi bianche che scuoiano la corazza e poi ti ricompensano con vasche ghiacciate di freddo trasparente.
Ma stanotte, con queste persone, sono io stesso la vasca di ghiaccio e freddo blu neve, sono l'illuminazione artificiale della loro bonaria e noiosa tranquillità.

Una delle donne che di notte guadagnano in fascino e “sentore di vicinanza” mi dice che, anche se ci frequentiamo poco, sente con me una sorta di telepatia. Io faccio un sorriso da pecoraro, da stronzo arreso, ma non condivido. Bugia invernale, come l'effetto di un sorso di brandy. Non ci conosciamo. Non condividiamo niente. I suoi valori non sono i miei. I miei per lei sarebbero solo vocazione all'errore, forse alla distruzione. Ignoro il suo Dio, non conosco la sua storia, la sua famiglia, nemmeno il suo modo di godere; e lei sta qui a parlare di telepatia. Non sappiamo niente. Ma il gioco della familiarità piace a tutti.
Spesso leggo alcune tue cose e mi ritrovo”, mi dice.
Atteggiamento di molte persone che leggono bene e con voglia solo quando c'è una base di compenetrazione. Ma io so che il mio mondo vero non le piacerebbe. Il suo non mi piace di sicuro. Troppi ninnoli. Troppi amici tra le palle. Troppe regole. Troppa giustizia. Troppa artefatta fiducia. Troppa fede nell'idea di avere una fede. Se fossi il selvaggio che dentro spesso sono, dovrei solo dirle che non c'è nessuna telepatia del cazzo tra noi. C'è tanta di quella distanza che solo un coito la ridurrebbe, ma non si andrebbe oltre una mezz'ora di assideramento inconsapevole. I profumi del sesso sono supposte contro la distruzione. Sono dirigibili che percorrono le nostre arterie deserte, concorrono al movimento e all'accelerazione del respiro, dilapidando saliva, ossessioni, trasporto di fiori senza petali e con troppo odore.

Il mio amico racconta storie brillanti che lo riguardano, i suoi successi. Tra un aneddoto e l'altro spilluzzica struffoli e dolcetti natalizi. La sua finta modestia mi fa veramente schifo. Fa il modesto ma si pavoneggia, e da come si muove sembra abbia una scopa infilata su per il culo. Ha il fiato greve di quelli con i denti cariati, di quelli che guardano i propri familiari con senso di appartenenza ed orgoglio. Lui sostiene amabilmente di disporre della miglior moglie in circolazione e dei figli con maggiori potenzialità, anche se uno ha sette anni e l'altro nove. Lui ha smesso di fumare e lo ripete ogni mezz'ora. Ogni volta che lo dice, io accendo una paglia nuova e idealmente lo mando affanculo.
Può anche darsi, come lui tacitamente fa capire con allusioni di desolante pochezza, che io possa un giorno morire di tumore ai polmoni. Ci sono tanti modi di morire, ma altrettanti di vivere piuttosto inutilmente. Il mio brillante amico racconta una cosa di anni e anni fa che mi coinvolge in parte; naturalmente è lui l'eroe della storia. Il buono è lui. Io sono l'ombra. Non sovvertirei mai le parti, non mi conviene.

Poi c'è uno che mi chiede che musica sto ascoltando. Noto che ha un pezzo di cassata sull'incisivo e guardo altrove. Gli dico che ascolto quello di cui ho bisogno in quel momento. Oggi, gli spiego, sono passato dagli Smiths ad un rumorista giapponese, poi ho fatto una virata su Battisti e infine sull'hardcore americano. Solo che io ho bisogno di conoscere approfonditamente ciò di cui necessito. E dunque studio sempre. Imparo continuamente. Con umiltà. La mia fame è caotica, il caos è il mio sovrano, del caos non mi libererò mai. Troppi impulsi. Impulsi contraddittori e spesso crudeli. In tutto. Empatia, simpatia e brevi passaggi non mi appartengono. Devo conoscere. Andare a fondo. Immergermi e poi magari sparire. Non faccio il santone come lui, che si fregia di conoscere roba che non conosce, che vuole fare il divulgatore equilibrato e che è di un tedio mortale. Fossi una donna, non mi farei mai scopare da lui. Secondo me non ci sa fare e una donna decisa, abile nelle geometrie e negli incastri della carne, metterebbe in crisi lui e la sua fontanella da piazzetta di paese. Lui e le sue canzoni richiamo-collegamento-citazione con quelle modalità didascaliche da chierichetto entusiasta. Non è scopabile, non è amabile. La notte lo rende più decente. Punto.

La notte rende me, invece e per concludere, l'esatta continuazione di quello che queste persone già provavano e già pensavano. Non c'è progresso e non c'è frizione: io sono stato come loro speravano che fossi. Mi sono confermato e dunque non li ho mandati in altre terre, in altri ghiacci. Conosco i loro sorrisi, le loro cosce, i loro profumi, le loro manie di protagonismo, il fesso ottimismo nel vendersi socialmente, il fagocitare pubblicamente aspetti del loro essere che giudicano positivi e forieri di accrescimento di simpatie.
Io sono arrivato al punto che non me ne fotte più niente. Un lusso che ho desiderato a lungo e che ora è qui, come un lupo zoppo, ai miei piedi. Questo non mi rende migliore di loro, solo più svogliato e più rotto alle collisioni. Non c'è nulla di moralmente superiore in questa strafottenza, che è frutto dell'eccessivo alternarsi di miraggi notturni e bonifiche diurne, sempre con l'insegna del “bene riconoscibile” mezza fulminata o piazzata lì come un giocattolo cinese, quelli che smettono di funzionare appena li scarti.
Quando tornerò a casa non so di cosa avrò bisogno. Ma qualsiasi cosa sia, andrò fino in fondo. Anche contro i miei stessi interessi.

LdP, 26 dicembre 2015

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