10/12/15

Il ritorno inutile


Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso.”
Dino Buzzati

Ogni tanto torno nelle strade dove sono cresciuto. Fatico a riconoscerle. Sono quelle. Sono io che non sono più lo stesso.
Ci torno sempre quando piove e non quando c'è il sole, altrimenti partirei prevenuto.
Ci torno che sono vestito pesante e quindi mi si vede a stento la faccia. Poi mi dico, come un automa, “io ho abitato lì”. E non riesco a provare nostalgia e nemmeno convinzione.
Non ricordo nemmeno cosa provavo in quegli anni. Cosa sognavo. Le evoluzioni e i cambiamenti devono essere stati talmente radicali da avermi messo a soqquadro la memoria. La pazienza della memoria. Quella sua stolta vocazione alla scrematura delle pene e all'esaltazione delle gioie.
Torno in quelle strade, con l'atteggiamento tendenziale di chi cerca risposte ma non le vuole. Di chi sa che non le troverà. Di chi, forse, non ha vere domande addosso, tatuate, cucite.
Torno in quelle strade, ma non sono più io. A stento entro in una tabaccheria ad acquistare un pacchetto di sigarette. Non voglio altro. La mia vecchia scuola media è un casermone grigio e il mio liceo è una spampanata distesa di ordinato cemento giallognolo. Il custode del liceo sarà morto. Ci litigavo sempre perché uscivo a fumare e lui voleva vietarmelo. Lo mandavo sempre affanculo. Mi avrà odiato. Aveva ragione.
Le ragazze delle quali (non) mi innamoravo studiavano in quelle mezze caserme. Non si ricorderanno. Io ricordo vagamente qualcosa. Saranno mogli e madri. Non intratterrei con loro neanche una conversazione occasionale. Sono pressoché certo che i loro mariti saranno noiosissimi e molto prevedibili nella loro affidabilità. Uomini che si lavano i denti tre volte al giorno, fanno figli e portano sicurezza. Come stufe. Come lavastoviglie. Come vibratori. Uomini che guidano station wagon o SUV e che sono determinati come le loro ossessioni e i loro credi.

Il portiere del mio vecchio palazzo è morto di tumore. Me lo dice la moglie, che è invecchiata tantissimo. Ho tristezza per questo e dunque devo fumare. Quando parla del marito, le si bagnano gli occhi. La morte fa schifo. Spero di morire senza lasciare troppi vuoti, quando sarà. Di morire al centro di un mare immenso, con un fulmine nell'anima. Eterno ed inutile. La morte fa schifo e i giochi a premi, i tributi ed i guadagni in termini di pace eterna, quelli sono così lontani da me. Come i temporali sul mare che guardo dalla finestra, la sera al buio. Suggestivi ed estranei.
Il dolore degli altri mi minaccia molto più del mio. Lo soffro. So di non avere potenza sul dolore altrui. Il mio lo gestisco, come si può guidare una macchina. Ci fumo e ci scrivo sopra perché non so fare altro.
Quando lascio la moglie del portiere, un po' ho fame, un po' voglio scomparire, ma -soprattutto- ho un desiderio acceso e violento della notte.
La moglie del portiere mi ha chiesto di tornare a trovarla. Le ho mentito, dicendole di sì. Non tornerò. La sua malinconia mi fa a fette come una lama gelida, senza forma, assurda.
Queste strade non sono uno specchio. La nostalgia non fa per me. Non sono più io. Non sono quello che ci respirava. Sono altra cosa.
Sono io stesso una direzione che non mi confesso. Farò presto a rientrare. Devo fumare, sono inquieto. Passerà e ritornerà, la marea dell'irrequietezza. Ma io non tornerò. Ho mentito.

LdP, 10/12/2015 



 

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