15/12/15

Il novantesimo minuto della vita: Fiorentina-Cagliari 1-1, 13 aprile 1980


Fiorentina: Giovanni Galli, Ferroni, Tendi; Galbiati, Guerrini, Sacchetti; Restelli, Orlandini, Sella, Antognoni, Desolati.
All. Paolo Carosi


A mio padre, al cielo viola sempre troppo corto, al novantesimo minuto della vita.

Il 13 aprile del 1980, dopo pranzo, mio padre ed io andammo in camera sua. Chiudemmo la porta. Accendemmo la radio Telefunken Ketty arancione che era sul mobile bianco. C'era anche, su quel mobile, un posacenere giallo, un portamonete di legno, il pacchetto di Muratti Ambassador di papà con la scatola di cerini. E, forse, una foto di mio nonno. Avevo otto anni. Il primo anno di mio vero tifo per la Fiorentina.
Mio padre accese la prima sigaretta appena iniziò “Tutto il calcio minuto per minuto”. Se non fumava, durante la partita, finiva con il tentare di mangiarsi le unghie. Ma desisteva subito. Mio padre tifava in modo sobrio, ma una sconfitta della Fiorentina era capace di rovinargli tutta la settimana successiva. Io di calcio ci capivo poco, ma la Fiorentina era già la mia missione, mi esaltava il colore della maglia, mi piaceva Antognoni, non lo facevo per scimmiottare mio padre anche se lo hanno pensato in molti per anni: “Eh, quello vuole imitare il padre...”
I collegamenti da Firenze furono brevi. La partita veniva descritta come noiosissima, priva di emozioni. Mio padre scuoteva la testa. Io ero bambino. Mi arrabbiavo come si arrabbiano i bambini; spesso per giocare alla rabbia.
Poi, all'ottantesimo minuto, ci fu l'intervento da Firenze: Fiorentina-Cagliari 0-1, gol di Piras. Mio padre rimase impietrito e accese un'altra sigaretta. Forse era la sesta, dall'inizio della partita. Io cercai di commentare, volevo sapere cosa ne pensasse, ma si era definitivamente ammutolito. Mi disse solo che avrebbe voluto spegnere la radio. Io gli chiesi di non farlo. Era un misto di speranza ed incredulità. La Fiorentina non poteva perdere. Non doveva perdere. Noi lì, davanti ad una radio arancione, in una stanza piena di fumo, a Napoli, lontani da Firenze. Un adulto e un bambino. Un padre ed un figlio. Entrambi tifosi della Fiorentina, due strani napoletani. La Fiorentina non poteva perdere. Mi piaceva l'odore aspro ed amaro delle Muratti di mio padre. Mi diceva, quell'odore, che lui c'era. Che in qualche modo ci incontravamo. Che stavamo scrivendo la nostra storia insieme, la nostra parabola privata ed inconoscibile, la nostra abitudine a viverci. Me lo dicevano le sue Muratti e le partite della Fiorentina.
Lui era mio padre. Non mi interessava altro. Io della vita ci capivo anche meno che di calcio, mi sembrava una promessa, ma la cosa non mi era del tutto chiara. Di notte pensavo spesso che se fossimo andati a vivere a Firenze avrei potuto comprare poster, libri e quaderni della Fiorentina. Avrei potuto tifare alla luce del sole, senza essere preso in giro dai miei compagni di scuola.

Mio padre non parlava più da svariati minuti, quando una voce stentorea proveniente dalla radio attraversò la stanza: “Attenzione, qui Firenze, il pareggio di Tendi al 90°...”. Vidi il volto di mio padre cambiare, trasformarsi, prendere la forma di un sorriso gentile, il suo, il sorriso di mio padre, quello che mi portavo dietro a scuola, per strada, nei giochi. Si alzò in piedi, poi tornò a sedere. Entusiasmo contenuto. Io, invece, saltai dalla poltroncina di canapa dove ero sprofondato e mi dissi che avevo fatto bene a sperare. Che la Fiorentina non doveva e non poteva perdere, ed io ce l'avevo fatta a scongiurare un'orribile ed inutile sconfitta.
Non era un gran risultato pareggiare in casa con il Cagliari, ma eravamo felici. Quando spegnemmo la radio, mio padre iniziò a ripetere come un mantra “Alessio Tendi al novantesimo, Alessio Tendi al novantesimo”. Io giravo per casa con il pugnetto chiuso della felicità, euforico, inconsapevole, con le prime passioni esposte alle intemperie, vulnerabile, ingenuo, non svezzato.

Sono passati più di trentacinque anni da quel pomeriggio. Non c'è più nessuna traccia di quel che ero e pensavo in quel frangente, mi è rimasto solo il sorriso di mio padre ed un tifo totalizzante per la Fiorentina. Anche se la Fiorentina spesso tradisce, è una di quelle meravigliose donne che fallisce sempre la prova d'amore decisiva. Ma io la perdono sempre. E ricomincio. Non so se riuscirò mai a vedere uno scudetto. Non mi sono trasferito a Firenze. Ci sono andato, ma sempre in trasferta. Il cielo è spesso viola in questa città del sud che non disconosco. Quella radio Ketty arancione non c'è più da tanti anni. Il posacenere giallo è in un cassetto. Non lo uso mai. Se torna in mezzo, viene adibito ad altre mansioni, come contenere i bottoni caduti o qualche moneta utile per l'ascensore.
Quel pareggio al novantesimo minuto fu una sorpresa, un'iniezione di vita. Oggi è un bel ricordo, un po' scolorito, dal viola al lilla scuro, se il lilla scuro esiste. Come le maglie dell'Anderlecht e del Tolosa. Non è viola carico, il colore che amo di più. Il viola profondo, quello che è metà musica e metà consapevolezza degli attimi. Gli attimi sono brevi e sono superati, doppiati e spesso invalidati dalle onde di quel che viene. Io non so porre rimedio a questo e neanche alla nostalgia. Sono adulto e certo del mio privato, custodito, protetto ma anche scivoloso come tutto quel che involontariamente deperisce e diventa memoria. Memoria che per costume esistenziale è destinata alla manomissione, all'alterazione dei dati emozionali. Ma quel sorriso di mio padre si aprì sul serio, in un pomeriggio napoletano e primaverile del 1980.
Mi manca questo. E molto altro.

Luca De Pasquale, 15 dicembre 2015









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