12/12/15

Acluofilia


Lentamente. Molto lentamente.
Lentamente vado alla finestra e ricordo uno di quei temporali che non sono previsti. Telefoni spenti. Solo due lumi accesi in casa. Uno qui. Uno lì. Dove stavo prima.
Non ho voglia di parlare. Semmai di osservare. Di sedimentare. Di incidermi dello stesso battito del mio cuore. Come un disco. Un disco notturno che non desidera compagnia, forse qualche passaggio di luce qua e là. Come i fari delle auto che stasera mangiano la strada verso feste, ritrovi, pizzerie, alcove, rifugi surreali tra lampade troppo forti e abbracci che non fanno mai combaciare due persone del tutto.
Non sono in pizzeria. Non rispondo al telefono. Non segnalo la mia presenza in casa. Ho le mani fredde ed il battito del cuore è come quello del disco. Claro Intelecto.
Dove ho messo i guanti?
Dove cazzo ho messo quei guanti che facevano sognare? Più gli altri che me, sì, ma mi chiedo dove li ho messi. Li ho chiusi in qualche cassetto di materiale di risulta. O nella scatola di un vecchio amore. Quelle che non conservo mai. Ogni amore finito, sono occhi dimenticati nelle stanze. Con i nuovi si vede sempre diversamente. Con i nuovi occhi si gioca a nuovi movimenti, ma c'è sempre qualcosa di sulfureo ed immobile nel rinnovamento. Qualcosa che invecchia ed aumenta il coraggio. Più il tempo ti fotte, più sei esigente sulla vista che dovrai avere. Sui panorami. Sulle discariche. Sulle tue labbra senza gomma e senza tagli, ma qualche volta secche, dimenticate nel silenzio. Nella scrittura che mi ostina, mi tagliuzza, mi scompone e vuole la notte con una frenesia che vale più di mille azioni passionali con le fanfare.
Procedo. Più è buio, più mi piace. Più il tempo mi ricatta, più io sfido quello che resta. La gente continua a tentare di amarsi. Non bisognerebbe mai esagerare. Eccedere in passione significa non essere di nessuno, prenotare troppe stanze, deludere smodatamente, sorprendersi stupidamente e finire in un libro.
Non ho più i miei guanti per sognare. Non c'è che un filo di luce in casa. Ho le mani fredde. Così fredde che scriverò bene. Con quella distanza addosso che amo come un vecchio pullover bucato, di quelli che sembrano nati prima del tuo odore, impregnati del tuo fumo, della follia incerta della bellezza da venire, scuciti nei punti in cui ci si sforza di più verso un movimento che nasca di notte ma non sia solo quello.
Due luci accese in casa. Io sono acceso a fari spenti. È come nuotare d'inverno senza ricordi, confondendo il gelo con il battito, la voce con il compromesso, la scrittura con l'idea della protezione.
Umane sconfitte a voce roca. Senza pretesa di far innamorare. Quella è dei cretini, quasi sempre.

Luca De Pasquale, 12 dicembre 2015

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