22/11/15

Quaderno blu e nero d'insonnia


L'insonnia mi perseguita. Dato acclarato. Non contesto. Non combatto. Mi adeguo. Lavoro sulla mia insonnia come su argilla, la modello, mi sporco le mani con lei, qualche volta mi sembra addirittura di amarla.
Il sonno, e dunque i sogni, sono intervalli nella mia insonnia. Un'insonnia cronica, che sedativi -blandi e non- e medicinali non hanno risolto. Anzi, la estremizzano. Perché il sonno è sempre poco ma più pesante, e la veglia è quasi drogata, visionaria, con la lucidità inficiata dagli stimolanti.
Quando dormo sogno. Sogno sempre. Sono sogni che mi destabilizzano, che qualche volta mi nauseano, sono sogni che mi riportano indietro e questo proprio non mi sta bene.
Sono sogni che mi sbattono giù dal letto, come per un'emergenza, senza paura ma pronto al combattimento, al corpo a corpo, alla resa dei conti. Una resa dei conti che si risolve con il solito accordo, io aspetto al centro della notte -mezzo nero e mezzo blu, come un quadro di Rothko- che passi. Che vinca la stanchezza. Che il mio inconscio si arrenda. Che i fantasmi vengano ingannati da una scintilla sciocca che somigli ad un angelo vendicatore. E torno a dormire, indolenzito come gli uomini che amano e come gli uomini che muoiono in differenti ore dell'anno, per risorgere poi senza alcun proclama.
La scorsa notte non ho quasi chiuso occhio. Ero calmo ma qualcosa mi agitava dentro. Ho visto prima un film di Klapisch, carino e senza troppe pretese, e poi il fantastico “Katzelmacher” di Fassbinder. Un film impervio, duro, cinico, erotico, di un erotismo squallido ma carnale, reale. Ho fumato una sigaretta tra i due film. Tutto taceva attorno. Solo una coppia si è ritirata alle 4e25, sembravano alticci e più idioti del solito.
Mentre tentavo di riaddormentarmi, mi sono detto che la mattina seguente, come capita sempre dopo queste notti, non avrei voluto incrociare nessuno sguardo. Forse nemmeno quello del mio gatto. Perché i risvegli dopo notti che somigliano a mareggiate della coscienza, terremoti in città giocattolo (in questo caso la mia anima, il peggior giocattolo che ho in dotazione nella mia stanza dei giochi), in questi casi i risvegli sono più scorie che liberazioni.
E perché?
Perché la notte ha riesumato. Riportato a galla. Riassunto male il tempo passato e riproposto una sintesi parziale, una suggestione con nuove, vecchissime luminarie; dando credito a bugie, sopraffazioni date per superate, ossessioni minuziosamente disinnescate dalle ragioni diurne e più stabili.
L'insonnia mi riporta parti di me che non riconosco. Che non passano alla dogana. Che non hanno spessore e sacralità, che non sono fascino conservato, parti di me che sono demoni lasciati in vecchie case, in vecchi abiti, in lettere rinnegate, in abbracci impediti da rabbia e vento, parti di me che credevano di salvarsi nella scrittura e invece non facevano altro che invocare autodistruzione. I miei demoni. I miei demoni labili, sensibili a luci lontane, a neon crepitanti, a divagazioni insincere più interessanti di conferme instabili.
L'insonnia mi travolge principalmente d'estate. Come un maremoto che trascina alghe puzzolenti, bambole senza testa, buste di plastica, sciocchi messaggi in bottiglia, pisciate di verità in mare aperto, brividi bagnati su pelle secca e refrattaria.
D'inverno, la mia insonnia si fa letteraria. Ne prende le sembianze. Quel cupio dissolvi che fa risuonare le note cupe di una propensione personale e non combattuta al buio. Ma è una farsa. Una parte del tutto. O meglio, una parte per il tutto. La mia insonnia è è una facoltosa troia che mi offre il letto migliore e le visioni più spigolose. Mi costringe a vagare per stazioni, porti, case, racconti, pagine autobiografiche, libri, film, emozioni da interrompere, curiosità da trucidare in silenzio, ma ha il buon gusto di vietarmi il vagabondaggio insensato nella vita altrui. Non vendo la mia insonnia come profondità spirituale. E non come pietosa malattia che intenerisca i manichini dell'accorta vicinanza. Non parlo a nessuno della mia insonnia. Ne scrivo. È il mio modo di amarla in qualche modo. Non di esorcizzarla. Non mi piace esorcizzare. Non evito lo strapiombo del non sonno, o del sogno scomodo. Mi ci tuffo dentro. Se vivo, bene. Se muoio, capirò altro e crescerò. L'insonnia è incomunicabile. Sei solo in un buio che porta la tua firma e forse la tua storia. E la mia storia è solo mia.
Non saranno altri a parlarmi della mia storia. Non è mai stato tempo per questo. È un territorio dove i miei militari hanno l'ordine di sparare a vista. Nessun messia è gradito. Almeno i demoni hanno la decenza di portarmi da bere, da fumare e da studiare. Perché l'insonnia mi porta a lavorare di notte senza chiedermi che faccia ho. Se è possibile o degno amare un uomo che non dorme. Non è una domanda che mi spetta. Che mi tocca elaborare.
Non so se si può amare un uomo che dorme poco, e che quando dorme costruisce piccoli principati diroccati, a picco sul mare aperto e freddo. Senza fari, senza barche, senza libri salvifici. Senza proverbi, citazioni, rossetti, dei, fotografie, angeli, simulatori emozionali, voli virtuali e lezioni di saggezza. L'uomo che non dorme taglia il buio con gli occhi. E gli è difficile amarsi, come gli è difficile vivere in pace e cadere -per fortuna- nel tranello dell'insegnamento agli altri. Magari ad altri insonni. O a chi, irrecuperabile, dorme abbracciato al calore di un'abitudine, all'utopia di un per sempre che è uno sciroppo nella desolante amarezza dei ragionamenti più stringenti.
Ho imparato ad amare la mia insonnia. Quei neon difettosi che mi vedono protagonista di scene senza telecamera. Che mi spingono alla carta e all'espressione, modo e mezzo che non somigliano neanche per caso alla salvezza bianca e barbuta che da piccolo trovavo nei libri. L'insonnia è forse, in conclusione, un intervallo tra caduta e ricaduta. Con la potenzialità supposta di riuscire un giorno ad intercettare fiori invisibili, disegni infantili non corrotti da sciocche promesse, la musica nuova che riesce a rendere una resa elegante e nobile come un impegno non più rinviabile.

Luca De Pasquale, 21 novembre 2015

Dopo una notte trascorsa male, non siamo gradevoli per nessuno. Il sonno fuggito ha portato via con sé qualcosa che ci rendeva umani.
Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine

Care keeps his watch in every old man’s eye,
And where care lodges, sleep will never lie.
William Shakespeare, Romeo And Juliet



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