01/11/15

Lo specchio impossibile


Il vento spettrale e violento di questi giorni ha spazzato via i residui dell'estate. E anche i miei. Mi ha pulito casa. Ha disciolto gli incubi in un bicchiere, prima del sonno. Come un'aspirina. Ha ridotto gli stupidi per strada. Ha fatto sbattere ogni finestra in casa e dentro di me, mi ha cancellato dalla faccia quell'espressione da coglione in attesa di eventi. Odio quell'espressione. E odio le attese, che lavorano sulle smanie come sanguisughe. Amo invece il vento. Soprattutto quando è freddo ma onesto, quando va a contrastare quei miasmi che provengono dal ghiaccio eterno del proprio spirito. O forse del destino.
Ieri ho amato quel vento espressionista, irrazionale, bordato di nero e di viola, livido come un amore perduto, bianco come la grottesca intenzionalità dei ricordi. Mi sono sentito bene fisicamente, in grado di combattere, strappato a monotonie di luce fissa, sradicato da fissazioni, cultura del tentativo e narcisismi improduttivi.
Il narcisismo è un mostro. Un'orripilante faccia degli esseri umani. Non ne sono (stato) immune. Ma troppo spesso il narcisismo proviene dal dolore. Da buchi neri, da memorie strappate, da scelte incomprensibili, da amore sottratto. Un narcisismo triste, controverso, complicato, alla fine puerile. Che sembra arroccarsi sulla certezza di sé ed invece poggia sul nero sbrecciato di un vecchio specchio impossibile. Uno specchio impossibile che credo di conoscere dai primi anni di vita, per tutta una serie di motivi che non sono di interesse pubblico e nemmeno privato. Ma quello specchio impossibile, generatore di comportamenti, di dietrofront e di utopie, non è scomparso. Sarà in qualche sala da ballo deserta della mia anima, in compagnia di donne che non conosco (più), di controfigure di padri, madri, amici, affetti rassicuranti, amanti vogliose, traditori, vacui predicatori e il celeberrimo uomo nero che di notte si diceva punisse i bambini cattivi.

Io l'ho sempre aspettato l'uomo nero. Restavo sveglio ad aspettarlo. Avevo la testa piena di canzoni, da bambino, ed ero certo che un giorno sarei morto. E questo mi dava una certa forza. Me la regala ancora oggi. Mi sento a termine e questo mi spinge a scegliere velocemente, a bruciare, a scartare e ad errare, errare per aspirare, nel senso faustiano del concetto.
Difficile che io possa -come tanti altri- lasciare una traccia sensata e concreta. Non credo mi arriveranno notizie delle generazioni successive alla mia e soprattutto non credo nei posteri, un'invenzione consolatoria. Tutte queste cose volevo chiedere all'uomo nero. L'ho aspettato per notti e notti della mia vita, ma non è mai venuto. Ad un certo punto, ho creduto di essere io già abbastanza nero; non c'era motivo che venisse a trovarmi. Erano gli anni in cui lo specchio impossibile si ingrandiva, mi inghiottiva, mi vomitava, erano anni in cui pensavo continuamente all'amore ed alla musica, cocciuto, testardo, imbecille, piuttosto vacuo e teatrale come ogni dolore che cerca riscatti veloci.
Oggi il vento mi aiuta a pulire la mia casa. Certe mattine non trovo più i fogli sui quali ho scritto il giorno precedente. E mi dico sempre che è stato lui, il vento. Mi risparmia di stracciare e bruciare tutto quello che non mi piace e che si stacca da me come materiale di risulta o come carta da parati macchiata per coprire rovine a rilievo.
Beati quegli stronzi che scrivono in tranquillità. Con il riscaldamento acceso, l'ego mai a riserva, la pancia piena e qualcuno accanto che dispensa moine da casa di tolleranza della devozione. Beati quegli stronzi che quando scrivono pensano alla breccia che apriranno negli altri, quel buco asettico di bisogni e immedesimazione dove andare a specchiarsi e a rosicchiare noccioline come scimmiette. Beati quegli stronzi che si amano così tanto da non pensare mai di smettere, di rivolgersi addosso l'arma del silenzio. Io ci penso continuamente, e quasi sempre è il vento a salvarmi. Perché è nelle strade deserte battute dal vento bianco e crudele dell'inverno, interiore ed esteriore, che trovo edifici dove ripararmi, dove accettare abbracci e carezze, dove continuare il sogno sfibrante della musica e della ricerca, dove dimenticare per qualche ora lo specchio impossibile che continua a riflettermi blu, notturno, rapace, giovane e spinto all'aggiornamento delle disperazioni utili, teatrale come un'assenza e di breve durata come una promessa.
Specchio che ogni tanto mi gratifica, per compassione e libido, e mi restituisce l'immagine di un eterno ragazzo sulla cresta del vento, a sorvolare le strade deserte della notte, ancora non corrotto dalle amnesie e deciso a trovare forme d'amore anche nel ghiaccio e nel silenzio.

Luca De Pasquale, 1 Novenbre 2015

Nessun commento:

Posta un commento