09/11/15

L'eliogabalismo delle vanità


Ti fai una foto e la tua faccia sembra una mezzaluna con la pappagorgia, con sfondo soleggiato. Tutte le volte che mi metto in posa si vede che la cosa è forzata. Che non sono naturale. Che regalo il peggio della mia espressività. E dunque niente foto. Vedo che piace molto fare e soprattutto ricevere foto. A me no. Sulla mia carta d'identità mi piacerebbe che ci fosse l'immagine di una balestra, o di una fionda. O della carcassa di un auto viola al tramonto. Cose del genere. C'è una vanità incredibile in giro. Ognuno cerca di guadagnare punti estetici, e non solo. La mia anima è meno bella dei quadri che uso per rappresentarmi. Meno bella delle canzoni che promulgo, quelle suggestive e non quelle violente, quelle sono un caso a parte.
Le foto migliori sono quelle che non mi sono state scattate. I racconti migliori, quelli che nessuno ha letto. Le mie parole migliori si trovavano in silenzi che sono stati usati per diversi scopi, tutti a me completamente incomprensibili.

Sulla pagina di un tizio trovo in uso l'aggettivo “eliogabalistico”. Fa cultura, fa ricercatezza. Eliogabalistico. E perché non “imperroché” o “lanceolato”? Esibizioni di ricercatezza formale. Scopro che il tipo si qualifica come critico letterario e cinematografico e naturalmente scrittore; ma anche “uomo”, perché vanno di moda queste ovvie autodescrizioni. Non c'è bisogno di scrivere che sei un uomo. Avresti dovuto specificare se tu fossi stato un opossum. Ma sei un uomo e non devi spiegare altro. Ma è chiaro che tu per “uomo” intendevi “creatura sovrastata dal senso di umanità e di calore spirituale”. È per questo che puoi andare sin d'ora a farti fottere, lo dico con dolcezza, in modo totalmente eliiogabalistico.

È dopo aver letto queste assurdità che sento ancora più impellente la necessità di fare due passi solitari nell'underground più assoluto. Tutto ciò che cerca di essere estatico e solenne mi manda dritto all'inferno, dove resto per qualche tempo assai volentieri. È dopo aver guardato foto che vogliono essere simpatiche ed autoironiche che si accentua in me il desiderio del colore nero. Nero spietato e senza porte.
Così come mi allontana da qualsiasi voglia di comunicare il notare che il gioco dell'autocitazione imperversa. Alcuni si citano e si virgolettano pure. Come maestri. Guai se hanno scritto un libro “vero” o un articolo a diffusione accettabile, te la faranno scontare per dieci anni. Devono mettersi nella giusta luce: io ho fatto e dunque sono. Ma questo lo dice ogni giorno anche Rocco Siffredi: io faccio e dunque sono. Non vedo grosse differenze. Forse l'eliogabalismo, la critica letteraria ed i viaggi da cuori illuminati che tutto notano e tutto comunicano?

Meglio l'impiegata sfiorita che la bellona autoreferenziale. Quelle “sono bella e per questo tu la dovrai pagare”. Esistono anche uomini che non amano annusare l'intimo femminile, se non per pura casualità. Nessun meraviglioso profumo può comporre una donna vera, se dietro non c'è la scintilla, la più piccola, la più imprevista e dunque sconvolgente. Annusare profumi compositi e sperimentati in laboratori di dolore estetizzato è roba da impotenti.
L'impiegata sfiorita, concetto banalissimo, se la divora a colazione, la bellona autoreferenziale. E rompe pure meno i coglioni.

Gli uomini intanto continuano. Con quella solfa. Quella che non decide tutto il cazzo. Quella che non c'è vanità nella libido di apparizione e conquista. Gli uomini più superficiali giocano a fare i profondi, ma continuano a sperare che il loro cazzo si allunghi per uno di quei miracoli eliogabalistici. Leggono otto libri in due anni e si danno arie di profondità, di trascendenza emotiva. Usano anche delle parole trovate nei libri, sbagliandole quasi tutte, decontestualizzandole in modo triste ed eliiogabalistico.
Prendete me: ho letto un mucchio di libri, ma resto uno stronzo. Non sono un critico letterario. Neanche un po'. I libri non hanno accresciuto la mia profondità. L'hanno levigata, e non è la stessa cosa. In fondo sono solo un superficiale un po' drammatico e non mi sparo pose pacchiane. Non sono caduto ancora nell'eliogabalismo. Quando mi tradirà il cazzo (e una parte di cervello), spero tra qualche anno, finirò a fare yoga con un saio acquistato in cartoleria e una tavola di precetti religiosi mescolati dal sentito dire comune. Parlerò di uccelli dell'Oceania, romperò ancora di più le palle con le albe -già lo faccio ora- e proporrò canzoni malinconiche, anche più di adesso. Perché dai cinquant'anni in poi, anche se ti infili pantaloni bianchi da ricchione etero e scrivi libri, sei comunque un antipasto per la morte. Può trascurarti, ma può anche decidere di mangiarti. Dunque, inutile menarsela tanto.
Meglio depredarsi. Continuamente. Respirarsi in faccia allo specchio e rendersi conto che non c'è tanto di cui andare fieri. Perché molto spesso la presunta nobiltà spirituale è solo una questione di opportunità. Siamo, mercanti, mitomani e puttane. Poi facciamo i girasoli con il Dio che non capiamo e chiediamo perdono per tutto l'amore che abbiamo rispedito al mittente, non si sa bene per quale illuminazione alla rovescia.

Arrivato a questo punto, lo ammetto: poche cose mi emozionano per davvero. Pochissime. La sensibilità cerco di massacrarla ogni giorno, perché mi fa perdere tempo ed energie. Sono diseguale con lei, davvero un pessimo compagno. Le nostre cene sono silenziose come quelle di una coppia in crisi che non scopa da mesi (e comunque senza arrivare mai all'orgasmo, se non due gocce di maniera per far vedere).

Ogni tanto vengo sgridato per la non attitudine ai contatti quotidiani. Ci sono abituato e non mi giustifico più. Non ho il coraggio della quotidianità. Se non in situazioni miracolistiche, anzi eliogabalistiche. Il contatto quotidiano costruttivo e tranquillizzante mi impedisce di depredarmi e dunque lo evito. La quotidianità mi fa pensare alla lavagna a scuola. All'obbligo del saluto. All'ossessione delle piccole cose da scambiarsi senza entusiasmo. Alle idee preconcette che si rafforzano con gli equivoci costanti dello starsi alle calcagna.
Al “io sono qui e tu sei lì, bene”. Roba terrorizzante. Chi ti dice che resto dove mi pensi e mi immagini? Chi ti autorizza a pensare che ti identifico con un luogo, un orario, un abito affettivo?

Oggi mi hanno detto che è l'estate di San Martino. Ne sono lieto. Ma quest'aria di scirocco fa schifo ed è molto irritante. I colori sono smorti e le persone sembrano godere forte del ritardo dei ghiacci e delle nebbie. Ci sono troppi insetti e troppi uccelli. E poi, troppa gente che si fa foto con il mare sullo sfondo. Oggi mi sono immaginato con il solito sfondo marino e il mio sorriso da fusto d'olio con la colite. Con il mare dietro sarei stato, almeno oggi, uno di quei canteri a vento di cui l'eliogabalismo tramanda da tempo.
Sono certo che la mia faccia sarebbe più espressiva e dolcificata se venisse catturata mentre osserva il mio corpo pagare una bolletta o mandare per le terre il solito messo apocalittico da citofono.
Signore, il mondo potrebbe finire da un giorno all'altro”, mi hanno detto. E io avrei voluto rispondere: “Tu finirai adesso, stronzo”.
Ho così poco eliogabalismo dentro che dovrei smettere di scrivere. Iniziare a farmi fotografare ovunque. E ossessivamente postare le icone della mia persona. Fare la conta dei consensi e poi chissà, farmelo in mano per l'emozione. Siamo così deboli e così bisognosi di essere accettati che diventiamo presto delle masturbazioni ambulanti.
Ci basta aver letto tre libri in sei mesi per crederci all'altezza dell'ipotesi di nobiltà. Ma il buio è nascosto lì, in altro buio. Buio con mandibole d'acciaio e sguardo da culturista idiota. Pur sempre buio. Non è gusto dell'apocalisse. Sono solo accenni di eliogabalismo che non mi renderanno più degno di volermi far capire.

LdP, 9 novembre 2015



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