26/11/15

Conformismo social ed asocial, uscio di casa pulito, nuovi slogan di salvezza


L'anarchia è ordine”
Pierre-Joseph Proudhon

Everything I build I destroy”
Godflesh

Siamo in molti miliardi di troppo a chiedere il Paradiso in Terra, ed è l'Inferno quello che rendiamo inevitabile, con l'aiuto della nostra scienza, sotto il bastone dei nostri pastori imbecilli. Il futuro dirà che gli unici chiaroveggenti erano gli Anarchici e i Nichilisti”
Albert Caraco

Io il ricettario del giusto non lo capisco. Forse non è alla mia portata. Forse non sono tarato per l'azione opportuna, il miglior modo di pensare, la scelta giustificata e piena.
Come un osservatore un po' stanco ma vivo, come un viaggiatore della notte, quelli che salgono sui treni non per viaggiare ma solo per portarsi altrove, osservo tutta la saggezza altrui con un senso di stupore assuefatto e, appunto, un senso di insofferenza.
Come mi giro e mi volto, trovo individui totalmente convinti che la loro opinione sia quella giusta, che il loro modo di vivere e pensare sia il migliore, il più equo, il più illuminato, quello che paga di più anche in termini di rapporti umani.
Mi sembra di vivere in un mondo di ricette. Tutti cuochi dello spirito. Tutti insaporitori della vita. Tutti sanno come è meglio condire l'arrosto.
Giustizia, cultura, solidarietà, accoglienza, buoni comportamenti, aggregazione. Fiumi di parole e di ricette. E spesso chi se ne riempie la bocca è magari una merda nella vita privata, e non sa affrontare una separazione, un dissidio generazionale, un chiarimento con un amico, una differenza di vedute, una diversità di credo o di fede politica.
Mi muovo con difficoltà, molta difficoltà, in mezzo a tonnellate di persone che sembrano essere sempre sul punto di rivelare al resto del mondo come è giusto pensare ed agire. E quindi, giocoforza, sono costretto a muovermi come un gambero di fronte ai grandi assembramenti. Spesso mi vedo costretto a lasciare la tribuna, dove credevo di osservare semplicemente una delle tante partite della vita per trovarmi invece al cospetto di una faraonica cerimonia di celebrazione del giusto del vero.

Tutta questa persuasione mi allontana. Mi annichilisce ed allora inizio a provare simpatie per l'altro. L'altro inteso come sommerso, non detto, forse non ammesso.
Non so quante pagine social ho chiuso negli anni. Un numero spropositato. Ho perso contatti, simpatie, pseudoamicizie, di quelle che oggi sembrano tanto necessarie. La mia professione mi costringe a tenerle vive, le pagine social. Ma devo ammetterlo, lo faccio controvoglia. Con un senso di disagio e inadeguatezza, perché non ci sono proprio tagliato.

Perché non condivido i toni, i modi, la sicumera ridondante, l'utilizzo strumentale delle proprie leggi mentali come fasullo criterio di confronto. Ma che confronto e confronto. La verità è che a molti piace leggersi, ascoltarsi, fino alla sfinimento. Poi se qualcuno partecipa, buon per lui: sono piccole lezioni di vita e di saggezza. La saggezza più incontestabile si nasconde anche dietro alla foto di una lasagna.
Il politicamente corretto mi fa una sega. Questa mia convinzione, una delle poche, permane da anni. Mi ammonisce a non inoltrarmi in inutili discussioni. Per anni ho provato ad andare d'accordo con persone dall'ideologia squadrata e completamente conformista nel negare il conformismo altrui. Vedere la pagliuzza nell'occhio dell'altro e non la trave nel proprio.
Oggi come oggi, non ho più nessuna voglia di dire la mia sull'immigrazione, sulla situazione internazionale, sui profughi, sui metodi educativi. Non è disimpegno. Mi sono rotto i coglioni di procedere per slogan solo per farmi qualche amico ed estimatore in più. Non voto. Assolutamente, nell'Italia di oggi io non voto, non potrei mai votare senza sentirmi un verme.
Ho disorientato i miei amici/conoscenti/amici da riporto/amici da osso/amici da abitudine/amici del lucernario. Li ho disorientati, perché speravano che io avessi una coscienza civile. Uno spirito progressista. Per la maggior parte di loro, essere anarchico significa essere un nichilista o, peggio, un coglione che va a disegnare la Ⓐ anche sulla tazza del cesso. Non uno che ha scelto. Non uno che ha cercato di evolvere il suo pensiero e le sue necessità di pensiero e di libertà. L'anarchico vuole il caos e dunque non è costruttivo. Inoltre, per molti l'anarchico può essere solo di un tipo ed è più o meno come essere di sinistra. Per questo motivo, devo essere contrario ed opposto ad ogni tipo di ordine e organizzazione. Certo, se vai a trovare la parola “anarchia” su wikipedia poi la elabori come vuoi e puoi riprendere ad attribuire patenti, patentini e comminare pene ideologiche.

Sono spesso in assoluto dissenso con tutto quanto vedo in giro e particolarmente sui social, che sono davvero lo specchio di quel che si trova in circolazione. Specie di carte d'identità abbellite con tanta polvere sotto i tappeti e chiazze di merda ed incrostazioni affrontate da quel Mister Verde che vuole chiamarsi “confronto”. Guai a parlare o scrivere male del confronto. Sei fritto, fottuto. Sei nichilista. Sei bannabile. Bella bruttissima parola, bannabile.

Social” mi crea problemi. “Problemi con la gente”, come diceva amabilmente Valerio Mastandrea nella sottovalutata e deliziosa serie “Buttafuori” con Marco Giallini.
Non mi piacciono le persone che fanno politica sui social. Che ci propongono i loro quasi quotidiani elzeviri sulla situazione attuale e su come uscirne. Non mi piace l'enfasi. In qualsiasi cosa. Non mi piacciono quelli che stanno sempre attaccati al telefono, ai messaggi, a whatsapp, alle parole e alle dinamiche delle comitive. La solidarietà virtuale è comicità involontaria. L'umanesimo qualunquistico sembra essere diventato un passepartout per essere accettati da piccole sacche della società, le sacche più affini alle origini, ai comportamenti, alle scelte.
In questo periodo, va di moda che tutti raccomandino di leggere, di dare fiducia alla cultura. Leggete, leggete, leggete. Sembra che ci credano davvero. La danno a bere. Leggere fa bene, ti urlano in faccia. A Napoli negli ultimi anni va di moda il concetto piagnone dei “luoghi culturali mancanti”. Leggere fa crescere. Leggere apre la mente. Leggere celebra la diversità e la creatività. Poi ti propongono dei libri di un conformismo desolante. Storie che ti devono far riflettere. Su cose che già sai. Su cose nelle quali ti sei specializzato con il diktat “predicare benissimo, razzolare con l'impermeabile aperto”. Scrittori viziati, ricchi, borghesi, vanitosi e stronzi che ti scrivono di profughi, di barconi, di epopee del dolore. Con il mazzo al caldo sulle loro sedie e tre editor seduti a fianco. Con un bel contratto siglato grazie a buone conoscenze.
Scrittori maschilisti e con il cazzo di poco più intelligente del cervello che scrivono di femminicidi, di dignità della donna e di quote rosa. Oppure clown che sostengono la patetica tesi che l'umorismo aiuta a prendere sul serio la vita. Gente che ha sostituito la spina dorsale con un ossimoro. Testuggini di vecchie ideologie che ti parlano di velocità. Giovani virgulti alla moda che si improvvisano sensibili su consiglio della casa editrice.
Aprite nuove librerie, bastardi! Dateci gli spazi culturali!”
Leggete! Dovete leggere! Ricordatevi cosa diceva George Orwell! Ricordatevi il film di Truffò! I film di Truffò!”
E se non ti aggreghi a questa roba, sei un pezzo di merda. Sei ambiguo. C'è anche una perla di meravigliosa psicologia da riprovazione subitanea: “Fai il bastian contrario per farti notare, in fondo sei una brava persona, un bravo ragazzo”.
Un bravo ragazzo? Ero ragazzo venti anni fa. Non ero inserito in società. Oggi meno di allora. Non può piacermi una società dove “dissenso” e “nicchia” sono considerati sinonimi; non può piacermi una società che individua “tendenze anarchiche” e “nichilismo distruttivo” come un solo piccolo scaracchio mucoso da rimuovere, con saponi, saponette e gravidanze, dall'uscio di casa.
Non può piacermi la società italiana. Quella al potere e tutti i totem di polistirolo di quell'altra parte che grida alla ribellione e lo fa sfoggiando un conformismo anche superiore ai tiranni tanto contestati. Ho capito molto presto, quando appunto ero ragazzo, che sarei stato considerato di sinistra se avessi professato certi gusti, se avessi seguito tali pensatori, se avessi dimostrato di essere inserito in un progetto di progresso in luce rosa e rossa, con la parola “umanità” stampata su t-shirt, fronte e pure una fetta di culo. Non ce l'ho fatta. Me ne sono andato per i cazzi miei. Come mi piace fare e come continuerò a fare. Nonostante la disapprovazione e l'impopolarità nel circolo delle dentiere, degli stimolatori erettili e delle amicizie ipocrite che si nutrono dei non detti per alimentare suggestioni di familiarità.
Mi rassegno a vivere nuove pagine di decoro intellettuale collettivo sotto sembianze di slogan passionali: “Bisogna leggere! Tra poco qui si arriverà a bruciare i libri! Solo la cultura ci può salvare! Solo la cultura può insegnarci cos'è l'uguaglianza! Fate leggere i bambini, i vecchi, i malati di cancro, le vittime del sistema, i carcerati, tutti!! Leggiamo per capire!”
Già.
Ma dove cazzo eravate fino a cinque anni fa? E davvero credete che le librerie aprano per dare “luoghi alla cultura” e non per scelta commerciale? La gente urla che servono le librerie e i furbi aprono le librerie. Non è diverso dal sistema che dite di avversare.
Per molti il nemico è solo quel che non pensano e provano in quel momento. Il resto, si tratta solo di opportunità e di salvarsi il culo. Smettiamola di ammantare l'istinto di proteggerci come improvvisa nobiltà d'animo e di consapevolezza. Vogliamo affidare le nostre paure a qualcosa che poggi su un'organizzazione, su una moda condivisa, su un flusso emotivo che faciliti il confronto. Perché senza confronto abbiamo paura. Paura della nostra immagine, della nostra solitudine, forse del demonio.
Per me, l'unico demone davvero orribile è il consenso che si finge insegnamento e giustizia.

Luca De Pasquale, 25/26 novembre 2015

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