16/11/15

A stelle spente


Nei luoghi pubblici mi prende alla testa l'odore di ruggine, di sudore, di piedi sporchi, di fiati dolciastri, di speranze. Quello è l'odore peggiore. Il più insopportabile, muschiato ed assurdo.
Come l'odore dell'ipocrisia. Delle emozioni pubbliche. Della pietà infettata dalla religione. Come l'odore dell'amore obbligato e oltranzista, irrazionale, emorroidi del cuore, quell'odore di disinfettante, incenso da leccare e panni sporchi del creatore.
Come l'odore dei vecchi libri sul quale i vecchi coglioni continuano ad entusiasmarsi e a sbrodolare malinconia.
Le emozioni positive prima di tutto, si dice. Si suggerisce. Si impone.
In questo periodo sono stanco di leggere romanzi. Non ho una preparazione spirituale adeguata. Non sono pronto ad accogliere invenzioni altrui. Metafore. Messaggi sottesi. Non sono disposto ad applaudire invenzioni studiate, corrette, editate, indirizzate, rilegate e poi proposte con insistenza.
In questo periodo i libri non sono affatto il mio sangue e le poesie da bancarella mi costringono alla fuga eterna. Tu mi cercherai ma io non ci sarò.

Parlo con la gente e mi stanco presto. Molto presto. Soprattutto quando iniziano a fare gli enfatici, gli emotivi, i solenni. L'esternazione della sensibilità è una cosa che non ho mai sopportato. Non sopporto l'ideologia del recupero e quella del riscatto non è che mi vada molto più a genio. Riscattarsi non è come passare il bucato in lavatrice.
Se mi riscatterò in qualcosa, è probabile che io faccia schifo in altro. Equazione sommaria e poco cortese. Ma reale.
Al bar, provano a parlarmi di Valentino Rossi e dell'ingiustizia che ha subito. Non me ne frega un cazzo del motociclismo e ho altro a cui pensare. Il caso Erri De Luca/No Tav mi ha lasciato totalmente indifferente. La mia è un'ammissione senza alcun senso di colpa.
A volte uno può prendere posizione semplicemente essendo onesto, dichiarando che non gliene frega un beneamato.
È difficile essere anarcoindividualisti. Molto difficile. Perché c'è sempre qualche maestrino che te la butta in morale. E a me la morale stracciona e collettiva, tutta lacrime e forza spirituale, tutta masaniellismi e retorica radical chic, mi fa schifo.
Non riesco ad idolatrare scrittori, pensatori, intellettuali, preti, giornalisti coraggio, benefattori, magnati illuminati e quant'altro. Mi piacciono i motel con i neon fulminati. Le lenzuola con le macchie degli ospiti precedenti. I cataloghi tristi negli studi medici. Mi piace il senso di perdita che diventa stimolo. Non mi sento a mio agio nel mio ceto sociale (quello economico è inesistente, sono solo uno da schiacciare, come tanti) e non mi troverei a mio agio in altri.
Non so se quelli come me si possono definire cani sciolti, lupi solitari o semplicemente teste di cazzo. Magari tutte e tre le cose, ed in ogni caso non c'è problema.
Non ho nostalgie. Neanche della mia vita personale e della mia storia lontana. Da dove sono venuto non importa più di tanto. Le radici sono una fissazione dei deboli. Qui e ora. E vaffanculo al resto.

Ho difficoltà ad entrare in empatia obbligata con le conoscenze obbligate. Non mi sento in dovere di piacere. Non sento di dover dare conto delle mie scelte, dei miei comportamenti, delle mie idee. Se mi definissi uno scrittore mi sentirei di merda. Lascio questa definizione agli egotisti, che sono una folla incommensurabile. Scrittore. Ma scrittore di cosa? Cos'è, un gruppo sanguigno? Oggi sono scrittori tutti. Loro e quei gialli più gialli della diarrea. Oggi tutti pensano e sperano di arrivare nel cuore degli altri. Con originalità, con profondità. Illusioni che neanche un pompino insperato riesce a concedere.
Tutti fratelli. Tutti sodali. Tutti amici. Tutte anime che si incontrano. Ma per niente, grazie. Il tempo è spietato e le bugie si pagano. Si devono pagare. Io le pago e pretendo che le paghino salate anche gli altri.
Non c'è nulla per cui mi farei ammazzare. Solo le persone che amavo e che amo. Pochissime. Nulla di religioso o di politico mi porterebbe all'ideale del sacrificio. Preferisco i motel dove vecchi panzoni cercano di chiavare donne più giovani senza riuscirci. Quella, ad esempio, sembra essere una banale poesia del tentativo. Ed è più autentica e reale di tante parole di carta e di tutto il fiume di retorica civile che intasa le nostre condotte fecali dell'anima.

E così mi trovo nell'ennesima alba, definitivamente perso e fiero di esserlo, distante galassie da ogni argano, da ogni risoluzione testata già da altri, distante come non mai dalla definizione di scrittore e “persona vera”.
Persona vera” è una definizione piena di presunzione. Per me è solo mal di pancia e distanza. Al confino dalla mia vita tutti quelli che si dichiarano veri. Perché non si gioca impari. Io non sono più vero di altri. Sono anche io una recita. Una recita che tenta di cavarsela e di vivere qualcosa che non sia solo silenzio.
Accetto l'idea della devozione a qualcuno o a qualcosa solo se sono davvero convinto. Quindi quasi mai. Non sono devoto nemmeno alla scrittura. Una puttana qualsiasi.
Forse sono tanto devoto alla luce dell'alba perché le albe mi ricordano sempre mio padre. La cui assenza è una stella buia che mi guida continuamente. In nome di mio padre proseguo, ed in nome di quei pochi che amo senza stare a calcolare rate ed interessi. Ma esigo che non mi si chieda di essere convinto di cose che non mi apparterranno mai. Con la marmellata a pezzettoni della nostalgia ci carico un fucile, invece, ed inizio la mia personale roulette russa al buio. Buio completo.
E che la scrittura come abito di distinzione vada a farsi inculare da qualche altra parte. Come la lacrimevole coscienza civile da esibire. Come gli scrupoli che diventano ideali. Come gli ideali che chiedono colla di pesce, sperma essiccato e quegli atteggiamenti naif ai quali non dovrebbe credere più nessuno.
L'innocenza è solo una mania. Come la smania d'amore. Come il culto delle radici. Come l'ottusa ossessione dell'espiazione attraverso gesti che nessuno guarda e che precipitano nel latte scaduto dell'indifferenza.
Non voglio questa roba nel mio regno. Nel mio regno si vive e si muore, si ama e ci si uccide con la consapevolezza del buio che ha sempre quella strana fame.
A stelle spente vivo meglio. A stelle spente mi illudo -ogni tanto- di aver raggiunto un punto d'osservazione senza troppi demoni.

Luca De Pasquale, 16 novembre 2015





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