02/11/15

A Pier Paolo Pasolini. Omaggio ad un idealista eretico


Ho sempre avuto remore a parlare e scrivere di Pier Paolo Pasolini. Ho un profondo rispetto per la sua figura, alla quale mi sono avvicinato in giovane età con una disperata curiosità. Perché a scuola mica me lo hanno fatto studiare, Pasolini. Ricordo ancora un vecchio professore di italiano del liceo che, alla mia richiesta di spiegazioni circa il suo mancato inserimento nel programma, mi rispose tagliente “più che un intellettuale era una figura mediatica”. Nella sua risposta, che chiaramente non mi lasciò soddisfatto, ci lessi di più, una forma malcelata di disprezzo, un probabile giudizio morale sommario e disgustoso.
Ho letto tutto quel che potevo, di PPP. Ancora oggi leggo e rileggo. Gli scritti, le poesie, gli interventi. Riguardo i film. I suoi fantastici reportage “popolari”. Anche io, come tantissimi, ritrovo in lui un profilo profetico, visionario, di grande lucidità e forza intellettuale. I suoi scritti sono ancora oggi, e forse di più, di grande insegnamento. E la sua tragica vicenda personale è essa stessa una rappresentazione di coraggio e forza, non certo di debolezze e miserie umane.
Oggi sono quarant'anni da quella maledetta notte ad Ostia. Quando Pasolini è stato brutalizzato e ucciso avevo solo tre anni e non ricordo nulla. Ma nel 1985, esattamente dieci anni dopo la sua scomparsa, acquistai -tredicenne- “Una vita violenta” e da allora non l'ho più lasciato.
PPP è per me una figura di riferimento, non solo intellettuale.
È un patrimonio che noi italiani -e solo alcuni di noi, putroppo- abbiamo gestito e rivalutato tardivamente, spesso con superficialità, approssimazione ed una teatralità emotiva che non credo lui avrebbe amato. Così come credo che l'Italia affarista, collusa e sporca che aveva lasciato, un'Italia molto più immorale delle provocazioni culturali che gli venivano attribuite, viva oggi una sorta di “aggiornamento dello squallore” che lo avrebbe spinto ad alzare ancora di più la sua voce. Un'Italia attuale che si spaccia per moderna, progressista e di sinistra, ma che è tristemente rappresentata da una compagine governativa brava più che altro a recitare monotone fiabe con numerini, buoni propositi di immane puerilità e la lingua che schiocca forte quando spinge fuori dalla bocca la magica parolina “Expo”.
Ricotta. Un'Italia di ricotta cagliata, di uccellacci e uccellini con piumaggio artefatto, che sono certo non avrebbe reso la vita facile ad un uomo come PPP, anche nel 2015.

Tempo fa, quando un tizio mi diede pubblicamente dell'omofobo e del moralista machista (e questo solo perché avevo scritto un racconto che non faceva concessioni a nessuna categoria “protetta” dal perbenismo ipocrita in voga), mi venne da ridere a maggior ragione per la presenza, sul mio comodino, di “Ragazzi di vita”, un libro che ho amato moltissimo e che rileggerò ancora e ancora. La vita sessuale di Pasolini non mi ha mai disturbato. Ridurre l'ampiezza incommensurabile di una figura sfaccettata e complessa come Pasolini alla sua omosessualità è stata una trappola ordita dai suoi detrattori (e assassini), perché Pasolini non è stato solo scrittore e poeta (e regista, e saggista, ed intellettuale impegnato), ma anche un uomo lucido, lucidissimo, la cui innata propensione alla verità sociale, ad una giustizia senza bende aggiuntive, è stata probabilmente una delle cause della sua indegna esecuzione e del suo annunciato martirio.

Ma vorrei aggiungere qualcosa sulla bieca strumentalizzazione delle sue “abitudini”. La maggior parte dei fieri ed ottusi eterosessuali che esecrano, dall'alto di chissà quali pulpiti, la vita privata di persone pubbliche omosessuali dovrebbero sciacquarsi la bocca prima di tirare in ballo un uomo come Pasolini attraverso la lente deformata di una moralità colabrodo.
Vale anche per Jean Genet. Per Truman Capote. Vale anche per i morti suicidi. Poco tempo fa leggevo su un blog uno scritto su Stig Dagerman che lo etichettava come uno “sfortunato pessimista”. Anche Stig Dagerman era un visionario. Il suo essere visionario lo rendeva clamorosamente lucido e scomodo. Anche il Partito Socialista Svedese fece con Dagerman quello che il Partito Comunista Italiano fece con Pasolini. Come se avere in dono una mente illuminata, capace di un'osservazione aperta e feroce, fosse qualcosa da soffocare.

Mi piace oggi, quarant'anni dopo, sapere che Pier Paolo è più che presente nella mia vita, come un compagno di viaggio rassicurante, un artista completo che mi fa sentire meravigliosamente piccolissimo ogni qualvolta ne riapproccio le idee e la visuale.
Questa nota vuole solo essere un omaggio umile e sentito, niente di più; PPP è uno di quelli, di quei pochi, che mi spinge a benedire il mio interesse per la letteratura, l'arte e, in ogni caso, le idee di altri esseri umani.
Seguendo i recenti casi di cronaca nazionale, più pietosi di ogni forma di decadente immaginazione, ho pensato spesso a PPP e mi sono sentito meno solo. Meno solo e naturalmente orientato alla lotta e al non allineamento. Perché il coraggio del non allineamento è forse la lezione pasoliniana che sono stato capace di assorbire di più, in questi anni di difficoltà, contraddizioni e faticosa resistenza. E allora, grazie ancora una volta. Per una presenza che si rinnova senza sforzo alcuno, con quella semplicità che proprio lui, Pier Paolo Pasolini, amava tanto.

LdP, 2 novembre 2015




2 commenti: