10/11/15

5:11 am


Le cinque del mattino sono un orario meraviglioso.
Sei solo. La sensazione è quella di essere un pezzo di cielo. Anche se sbagliato. Le strade sono deserte e c'è quella bruma che sembra invitarti a ripercorrere velocemente tappe, errori, odori, sensazioni, brandelli di viaggi, tentativi di completezza, buoni propositi, sensibilità eccessiva ad odori e profumi.
Alle cinque del mattino ti appare chiaro che non devi niente a nessuno, e che non vanti alcun credito; i bilanci potrebbero essere in pari, le quietanze risolte, gli avanzi gettati via, la zavorra bruciata. Simbolicamente e non.
E quel senso di sconfitta lo accetti, quasi ti piace, perché capisci che si tratta del sentimento stesso del vivere. Errare. Tentare. Trovarsi e perdersi. Riconoscere e disconoscere. Desiderare e intanto continuare a costruire la tana, il gioco dei nodi al vento, le barricate attorno alle labbra.

Guardo gli oggetti in casa e mi chiedo chi ce li ha portati. Io? Mi sembra improbabile. La mia famiglia di origine o quelle momentanee, quelle delle illusioni interpretate? La risposta è nessuno. Nessuno ha portato quegli oggetti ed è tutto da dimostrare che io sia qui, presente a me stesso e forgiato nelle mie continuazioni, alle 5e11 del mattino.
Questa potrebbe essere l'alba di Napoli, ma anche di Reykjavik o di Colonia, di Trieste o una di quelle danze di luce di Atkinson Grimshaw.
Non sempre si riesce a decifrare un'alba. Se si tratta di un'estensione o di un annuncio. Di un gioco o di qualcosa che bene o male non si interrompe mai. Di una condizione dell'anima che trova solo una volta al giorno il coraggio di uscire davvero fuori.
Vorrei che il risveglio pubblico degli esseri umani si procrastinasse. Mi piace questo silenzio, mi piace anche questa stanchezza che si stiracchia e diventa postura, attenzione, forse progetto.
Il giorno mi porterà nel posto sbagliato al momento giusto o viceversa. Mi costringerà ad azioni di rimessa. Pigre, consuetudinarie, doverose, qualche volta viscide.
Sono le cinque ed undici del mattino. Gli attimi della vita, slegati o consequenziali, sono stati tanti e in pochi sono riusciti a risalire la corrente, a trovare giustificazioni, a celebrare una missione.

Mi siedo all'aria aperta. In cielo c'è del rosa, del grigio, le poche nuvole somigliano alle onde del mare. Potrei arrivare a pensare di essere in comunicazione con qualcosa o qualcuno di lontano, di dimenticato, di mai rimosso. Sono le facili fantasie dell'alba. È il resto del giorno che vince sempre. Ci sono momenti che si sposano benissimo a questa luce unica. Uscire da case che non sono le tue. Tornarci. Uscire da un locale e non avere nulla da festeggiare. Guardare qualcuno dormire e non pretendere di fare altrettanto. Ammettere che non tutte le emozioni le puoi stroncare con prudenza, ragione e finta arte. Ammettere che le emozioni prevalgono e tu perdi. Ammettere che il destino gioca più a fare male che a stupire e darti la lotteria delle coincidenze. Il gioco a premi delle rivalse. La contraddittoria e pericolosa ebbrezza del vedersi affascinanti e passionali negli occhi degli altri.
Sono solo giochi dell'alba. Accumulo di sirene in un'ora troppo veloce, in una luce che sorgendo inizia a fuggire e non concede scampo: i momenti di quiete sono spezzati in partenza, se giochi all'idea del tutto finisci nelle stanze del poco, fiato corto, smania di emozioni e mano sinistra che insiste a rinviare l'istante più autentico, quello della rinuncia ad esprimersi.

LdP, 10 novembre 2015

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