04/11/15

14 aprile 2010


Dalla mia scrivania, appena calata la notte, osservo due farfalle notturne che si inseguono, andando a sbattere contro i vetri delle mie finestre. Ricerca di luce fallita. La loro come la mia. Perché quelle due farfalle mi dicono -e mi ricordano- che la mia scrittura non catturerà che pochissimo: di me stesso, della notte, della mistica erotica dell'errore esistenziale che tanto mi piace, delle emozioni che capto senza metterle realmente a fuoco.
Scrivo, mi sussurro, e sarò frammentario, fulmineo e probabilmente già disinnescato, sarò l'ennesimo visionario con i capelli bagnati a finire in un albergo dove non si cambiano mai per davvero le lenzuola.
Quegli alberghi ad ore dove ho dormito nei periodi difficili. Lì le lenzuola non le cambiavano mai. La donna che riassettava la stanza ogni mattina era di una sconfinata bellezza demolita, era una luce fioca per una notte di febbre, era la bruttezza della miccia corta nei miei occhi.
E la gente che chiavava forte e ridicola nelle stanze attigue mentre io mi precipitavo in cuffia a mescolare deep house seduttiva ed heavy metal gotico, quella gente sembrava avere il coltello dalla parte del manico. Sempre e comunque. Anche nello specchio bucato della notte, specchio già incendiato e archiviato che diventa uno spioncino per la morte curiosa. La morte del momento e la pigrizia del giorno dopo, della sua stessa concezione.
Quelli chiavavano, si sputavano in bocca, si insalivavano le orecchie, mescolavano volgari deodoranti e fluidi, facevano tremare i piedi del letto, le vere garçonniere delle tarme e della reale disperazione del tradimento.
E io con quella deep house calma e bicolore da iniettarmi come una medicina, un antidoto. Mi ci addormentavo. Sempre dopo le tre. Sempre nel centro più scomodo della notte. L'uomo blu chiudeva gli occhi e la sua camera ad ore diventava un'arnia di ciechi miracoli mai consapevoli.

Osservo ancora quelle due farfalle inseguirsi. Resto in silenzio e non posso evitare il pensiero della loro fine; moriranno, certo, ma mi auguro che lo facciano amandosi, amandosi anche solo il minimo sindacale, senza prestare troppa attenzione all'estetica del tramonto. Che poi si sbroda e ci si allontana dai residui di luce. Le finestre illuminate di notte, come la mia, sono utopia e tormento per quegli esseri, come la luce di cui non mi rendo conto sarà sempre la mia, di utopia. Disordinata, frammentaria, implacabile come un orologio immaginario ed impreciso. Mentre le due farfalle nere cercano la luce della mia stanza, i riflessi dei miei vetri, mi vedo seduto al computer e mi dico che no, la scrittura non basterà neanche stavolta. Catturerò poco. E i complimenti sulla bellezza avranno quel retrogusto di beffa e di appuntamento saltato. Questa è la notte, e io poco ci posso fare.

Fermo davanti allo schermo, spiato attraverso lo specchio bucato del buio domestico, ricordo cose a caso. Ricordo la giornata del 14 aprile 2010, quando acquistai dei dischi con calma competente e desiderio di scoperta. Erano dischi rari. Non so che fine abbiano fatto. Saranno finiti a qualcuno che li avrà dimenticati nell'ordine alfabetico di una vetrina apposita. Saranno stati regalati ad altri che li avranno boicottati da subito. Quella sera del 14 aprile 2010, mentre acquistavo dischi ero euforico: probabilmente nell'illusione di poter catturare quanto possibile. Luci, presagi, anticipazioni, rifrazioni di una bellezza già a picco, suoni, luoghi, posti e spazi; ma anche sapori, confessioni, risvegli, svoltate di fedeltà, pasti sereni e parchi, parchi di bambini e di vecchi, foto ricordo non divorate dalla malinconia, battiti dell'udito e meraviglie sgranate dello sguardo impreparato.
Scrissi, quella sera, di certo; scrissi e mi addormentai stimolato da qualcosa che ora non ricordo più. Catturai pochissimo. E fui rispedito in trincea con un foglio di segnalazione, “uomo blu che deve dormire”.

Le due farfalle notturne sono sparite. Fuori c'è silenzio e le varie luci disseminate nel panorama non sono neanche più utopie. Solo semplicità che si rinnova, rituali, calma apparente, evidenze che si segnalano senza alcuna voglia. Ma è inutile che io scriva: mi rimarrebbe addosso la delusione del cacciatore, illuso dal sarcasmo delle prede, spiato continuamente dalla curiosità del resto, poco reattivo al cospetto di quella sedicente e fatua eternità attribuita ai sogni.

Luca De Pasquale, 4 novembre 2015







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