22/10/15

Unguibus et rostro


Il sogno è crudele, spietato, veloce.
Come lo è stato quello di due notti fa.
Sogni veloci, quasi come la vita. Sogni crudeli che ti danno da pensare per giorni interi. Sogni che non sono segnali. Che non sono metafore, ma veri e propri atti di libertà. Consumati in lontananza e in solitudine.

Stamattina è faticoso il riassetto con la realtà. Il caffè e le sigarette sembrano non servire a nulla.
La musica somiglia alla febbre. La pelle non sembra rosa, ma bianco macchiato. Bianco con innesti di grigio e chiazza nera incombente. Il sentimento del giorno è la difesa. Difesa a tutti i costi. Difendersi costa caro, far diventare la difesa un attacco è peccato di superbia e caduta assicurata.
Il panorama dalla mia finestra è lattiginoso, incerto. Capisco che mi nutro delle mie stesse debolezze. Per qualche ora, ore comunque veloci, demone di me stesso. Plenipotenziario. Stupido.

Una donna per strada parla di “farfalle nello stomaco” a proposito della conoscenza con un uomo. Lo dice ad un'amica. Dalle poche parole che intercetto, l'uomo appare un completo imbecille. Uno di quelli che fa casino, che confonde le acque. Che la dà a bere. A certe donne piacciono uomini che sembrano attivi, concreti, affidabili. Peccato che la maggior parte delle volte sia tutta fuffa. Solo agitazione. Eclettismo con il trucco. Cronica incapacità di seguire veramente l'istinto. Apparenza ben preparata. Mi allontano.

Una donna ha le calze sgranate, sfilate. Pare che la stoffa abbia delle lacrime rapprese. È una scena orribile, è geometria inquinata, è uno strano simbolo di dolore e sogni sbagliati. Mi allontano.

Alle persone piace fantasticare sugli altri. Vogliono condire loro la pietanza con fantasie e speranze. Poi restano delusi. Quando iniziai ad avere un minimo di visibilità come scrittore, ricordo che alcune donne mi dissero che pensavano di incontrare un ruvido, un figlio di troia, un mezzo pirata, un irrazionale eccentrico. Era -secondo loro- l'immagine più consona per quello che scrivevo. Ma evidentemente apparivo completamente diverso dalle aspettative. E parlo di carattere, non di altro.
Non essendo libero, non paventando un'apparenza disinvolta e ribelle come negli scritti, anche quello che scrivevo diventava improvvisamente merda o, peggio, indifferenza. Quell'esperienza mi ha insegnato molto. Mai deludere le proiezioni altrui. Si paga sempre.

Passano gli anni. Non passano invano. Si sceglie meglio, si sceglie con più fedeltà a se stessi. Ma allo stesso tempo aumentano le insofferenze. Le mie crescono. Principalmente per quelli che si ripetono. Quelli che non escono mai dal loro recinto. Mi scandalizzo nell'osservare come si reiterino in modo monomaniacale le abitudini e, quel che è peggio, IL GUSTO. Il gusto e le inclinazioni diventano veri e propri alibi per un'immobilità colossale e preoccupante. Non so. Io, per esempio, dieci anni fa non avrei mai detto che avrei approfondito fino allo spasimo la scena rock e metal cantata in tedesco. Dieci anni fa scrivevo che il contrabbasso somiglia al corpo di una donna (bella) e magari pensavo pure di essere originale. Dieci anni fa su venti cose che scrivevo ne dedicavo otto a Jaco Pastorius, sei a Patrick Dewaere e le restanti a persone di passaggio. Oggi non dedico la mia scrittura a nessuno. La mia scrittura vuole evocare, anche celebrare, ma non è dedicata. Dieci anni fa mi piaceva immaginarmi con dei bei pantaloni bianchi stretti attorno al pacco, oggi non li metterei manco morto. Mi sentirei una specie di angelo peripatetico, un equivoco puttino non rassegnato all'invecchiamento.
Dieci anni fa non riuscivo ad uscire dai romanzi di Henry Miller. Che amo ancora oggi, ma non li rileggerei più. Dieci anni fa avevo problemi con Knut Hamsun, che pure adoravo, per le sue posizioni politicamente equivoche. Oggi me ne sbatto se uno scrittore è di destra: lo leggo lo stesso e lo apprezzo pure, se è il caso. In dieci anni, l'unica cosa che non ho mai cambiato è la marca di sigarette. Il resto, tutto modificato, tutto aggiornato. Come dovrebbe essere. Bisognerebbe agognare ai cambiamenti: anche a quelli di gusto, di predisposizione, di geografia mentale.

Una cosa che mi repelle e allo stesso tempo mi abbatte un minimo è prevedere quel che mi verrà detto, i comportamenti, i silenzi, intercettare con molto anticipo pensieri, scuse, frasi fatte, inquietanti forme di autogiustificazione o tirate autoelogative. E mi succede quasi sempre. So che quello, per dire, non mi risponderà a tono. Che quell'altro dirà di avermi letto e non lo ha fatto perché è la sua forma di educazione del cazzo. Che quel cliente cercherà di risparmiare tre euro pena l'abolizione della transazione. Prevedo i buoni comportamenti e quelli infelici e mesti. Non sono Nostradamus, ma mi girano abbastanza le palle. Una categoria per la quale potrei dirmi chiromante, aruspice e quant'altro è composta da quelli che non ti parlano in faccia. Che pensano di far parlare i loro comportamenti. Che non hanno mai detto qualcosa di davvero totalmente sincero nella loro vita. Chiaro che è paura di prenderlo in culo. Ma prima o poi tutti ce lo prendiamo dritti in culo, senza sconti e unguenti. Tutto dentro, fa male, scortica e poi passa. Essere inculati non ci avvicinerà alla santità e non ci renderà nemmeno dei sinistri demoni senza requie. Lo avremo solamente preso un po' in culo.
C'è stato un periodo della mia vita che il mio culo doveva essere attraente, considerata tutto quel che ha dovuto svogliatamente accogliere; eppure oggi sono ancora qui, mi sento un po' vergine, quella sensazione ridicola che porta le persone ad impernacchiarsi ridicolmente ai matrimoni, mi piace ancora il vento e in certe notti mi sento particolarmente nobile.

La mattina seguente, chiaro ed urgente, si accenderà quel neon che amo tanto: WE ARE ALL PROSTITUTES. E non si torna indietro. Per fortuna.

LdP, 22 ottobre 2015



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