02/10/15

Un borghese e nuovo povero assai ingrato


Apprendo dal telegiornale di Rete 4, che ha sfiorato il mio udito per puro caso dato che non lo guardo mai per principio, che vivo sotto la soglia della povertà. Non che la cosa mi stupisca, ma sentirlo al telegiornale potrebbe fare un certo effetto. Da anni, anche quando ero un impiegato di ditta privata che si faceva la barba due volte la settimana, circumnavigo le definizioni e lo status di “nuovo povero”.
I mille euro mensili tanto agognati da quelli situati nella mia stessa fascia socioeconomica non bastavano, neanche allora, a garantirmi un minimo di presentabilità sociale. C'è gente che impazzisce per questo. Non vai in vacanza, non ci vai praticamente mai, se acquisti un paio di pantaloni nuovi è un mezzo evento, se desideri qualcosa intensamente devi mettere su uno di quei salvadanai di latta che vendono ad un euro nei negozi di detersivi.

Chiaramente, pochi soldi, poco appeal. È una legge che non abbandonerà mai la società. Se il fascino si dovesse misurare con quello che si riesce a fare, ecco che ai poveri (o ai nuovi poveri) sarebbe preclusa qualsiasi soddisfazione.
Tanti anni fa scrivevo di essere uno stronzo da mille euro al mese, uno di quegli invisibili che si dibatte tra regole, civile sopportazione, orgoglio della propria condizione ma anche rivolta verso i ricatti di un sistema che meritocratico non lo è mai stato sul serio.
Ora che il lavoro da mille euro al mese non c'è più -e l'unico dato positivo è in questo senso il sollievo di evitare convivenze quotidiani insopportabili-, la mia omologazione tra i nuovi poveri ha tutta un'altra evidenza. Schiacciante. Decisa e momentaneamente non confutabile.
Rientro a pieno titolo tra quelli che non hanno tempo e mezzi per pensare a vacanze, figli, case al mare, auto nuove, cambi di guardaroba e anche viaggi dell'anima o stronzate del genere. Per dire, non potrei partire per la Nuova Zelanda (come vorrei) per ritrovarmi. Al massimo posso arrivare a Baia Domizia. E non è la stessa cosa. I fissati di musica che mi torturano con le loro richieste compulsive mi fanno discorsi su impianti stereo di portata galattica, “per apprezzare ogni sfumatura”. Io faccio sempre una smorfia. Il mio stereo vale duecento euro e me lo tengo; sono anche convinto che non sarà un grande impianto stereo a rendere un uomo un esperto di musica. Buona parte degli audiofili più spinti che ho conosciuto non capivano nulla di musica.

Sono nato in un ambiente borghese e raffinato, ma la borghesia ha cercato subito di ricoprirmi di merda, come fa con tutti i figli non graditi. O come fanno i gatti dopo aver cacato. Coprono subito tutto, timorosi che si possa vedere. Sono animali che tendono alla pulizia, anche estetica. La borghesia fa la stessa cosa con i suoi figli malriusciti.
Teoricamente, sarei dovuto diventare uno di quegli invasati che si aggira per strade, luoghi pubblici e uffici con un megafono in mano, urlando slogan, cercando di fare proseliti con gli stessi intenti di rivolta populista, un agitatore piuttosto retorico e demagogico pronto a scontrarsi con tutto quello che non possiede. Ma sono molto più interessato alla condizione di isolato, di escluso, che a quella di molecola rivoluzionaria senza la minima chance di riuscita. La lotta mi piace di più in solitudine. Perché devi fare affidamento solo su te stesso e non puoi permetterti di perdere tempo a individuare leader di pezza, compagni di strada di cui fidarti, contesti in cui riuscire a sentire di avere un senso.

A volte si ride amaramente. Come quando incontri qualcuno che si lamenta della sua condizione economica, eppure in un mese prende quello che tu hai conservato in banca dopo più di quarant'anni di vita. Oppure quando ti accorgi che la parola “povertà” viene quasi sempre associata a “dignità”, in un gioco un po' ipocrita e qualunquistico. Se sei povero devi essere dignitoso, come se la dignità fosse una questione di portafoglio. Ma effettivamente lo è. Perché buona parte delle persone che gestiscono ricchezze di dignitoso hanno poco o nulla.
Se sei povero, la società ti istilla sensi di colpa che potrebbero anche ammazzarti. Sei povero perché hai fallito l'inserimento nel tessuto civile. Te lo dicono tutte le scene cui assisti, le abitudini dei più fortunati, e tu potresti anche dare di matto e farti fuori.
Ma io non la penso così. Io invito alcuni dei poveri che potrebbero somigliarmi ad avere più coraggio. Non il coraggio di sopportare -quello non è coraggio, è vocazione all'inculata- ma quello di ammettere che la povertà può dare accesso ad un'invidiabile condizione: quella di non avere niente da perdere. Puoi tentare quello che ti pare senza dare spiegazioni. Non hai un impero da difendere, non un investimento da tutelare. Dentro o fuori. Per questo mi permetto di continuare a scrivere. Non tanto perché sono un sognatore, quanto perché o va o non va, tanto creperò comunque.
La realtà quotidiana scoraggia ogni giorno dal continuare ad esprimersi. Ti seppellisce sotto quintali di carte, ingiunzioni, notizie squallide, scorciatoie concettuali e lessicali, miserie umane di ogni sorta.
Chi abbassa la testa non merita considerazione. Chi aspira a raggiungere valori e condizioni di comodità dalla sua postazione all'inferno è ancora peggiore. Io non avrò mai una casa al mare o in montagna, e tutto sommato non la voglio. Non farò mai i viaggi di Gulliver e non avrò a che fare con un ente che mi spesa le piccole imprese à la Bruce Chatwin. Pazienza. In compenso, posso aggirarmi nella vita senza crediti, in teoria -ma anche in pratica- pronto a tutto. Senza orari e senza bandiere. Nessuna bandiera mai. Sono solo un minuscolo borghese cacato fuori da un buco di culo profumato, e mi batterò per non farmi lavare il culo dai caritatevoli esponenti della borghesia più sensibile. Transitare per le stanze della povertà non significa essere come quei cani che chiedono continuamente coccole e carezze. Le carezze ve le potete anche tenere, usatele per i vostri cari, per i vostri vizi, per le vostre amanti imbellettate, per le vostre cerimonie ritualistiche, per le vostre paure notturne. Perché i demoni non distinguono tra ricchi e poveri, i demoni strisciano sotto la pelle, ed è nella scenografia del cuore che accendono la loro potenza cieca. Le ossessioni, le tare, le debolezze reiterate non fanno questioni di conto in banca. Procedono come ruspe e tutto per loro è fertile, in materia di distruzione e annichilimento.

Nella mia condizione di nuovo povero assisto anche all'esodo di coloro cui è andata diversamente. Ad un certo punto si capisce che si condivide così poco della vita da non avere più niente da dirsi. E questa è una fortuna, una selezione naturale, una facilitazione ambientale. Ci sono dei benestanti che non hanno il necessario pelo sullo stomaco per restarti a fianco, e tu puoi solo ringraziare questo colpo di fortuna. I loro sensi di colpa infantili e superficiali, ma dall'impatto potente, ti risparmiano il compito di estrometterli dalla tua vita.
In conclusione, sono per il rischio. Sempre e comunque. E sono per l'onestà. Non quella coreografica che si caccia sempre in ogni discorso, sono per quell'onestà che mi fa dire ed ammettere senza problemi che sono uno di quei borghesi non venuti su bene, una ciambellina uscita senza buchi e trasformata in poco tempo in una pornostar anarchica senza compenso fisso.
Non la voglio la casa al mare e non partirò per la Nuova Zelanda con tutte le macchine fotografiche necessarie, non condividerò indiscriminatamente gite al purgatorio con gente che se ne fotte. Non siamo tutti uguali e non siamo una cosa sola. A me non farebbe piacere. Sono troppo vecchio per fare l'utopista e troppo giovane per dare via il culo, quindi se e quando passerai sotto la mia sgarrupata dimora è perfettamente inutile che tu decida di inviarmi un messaggio o farmi uno squillo. Non riusciremmo a capirci, e questo -già da ora- ci salva entrambi.

Luca De Pasquale, 2 ottobre 2015

Nessun commento:

Posta un commento