03/10/15

Sigaretta spenta al parco dei ricordi



"Di giorno sono orso, ma di notte sono un principe. Se per sette anni saprai fare a meno di accendere candele per vedermi, io sarò salvo e tu la mia regina."
Fiabe Danesi, Iperborea, 2015

Leggere un libro dovrebbe comportare la nascita di una riflessione che sia almeno una, un'indagine, ma anche il solo annotare che l'autore è riuscito a dire quello che avremmo voluto dire noi. Banalmente, basterebbe anche questo. Il libro come passatempo e distrazione non lo concepisco. A quel punto, meglio un telefilm poliziesco o una scopata con il nastro adesivo sulla bocca. Il sesso muti è tutta un'altra cosa. Ci si risparmia tutta una serie di inutili dichiarazioni un po' avventate.
I libri “leggeri” hanno un'aura insopportabile per me. Non voglio viaggiare per due giorni o per una settimana tra le pagine-piuma di qualcuno, non ho bisogno di questo tipo di evasioni. Cerco libri che lascino tracce profonde, cerco libri che mi feriscano, che arrivino a demolirmi e ricostruirmi, che mi mettano al muro senza possibilità di defilarmi.
Da un mese sto rileggendo tutti i libri di Stig Dagerman. Non è facile leggere Dagerman. È una vertigine abissale, un maremoto. La prima sensazione palpabile quando si richiude il libro è quella di una completa e selvaggia mancanza di speranze. Arrivi anche a chiederti se non si tratti di una pratica masochistica, leggerlo. Ma ti rispondi subito di no, perché Dagerman spegne ogni luce ma accende allo stesso tempo una magnifica scena di desolazione senza sconti. Te la trasferisce nello stomaco e poi sono affari tuoi. Se non la sostieni, non leggerai mai più Stig Dagerman. Qualche volta anche io, che amo la desolazione e l'abbandono come una madre mai conosciuta, ho dovuto ripiegare su altro, perché mi sentivo mancare il respiro.
Dagerman ha su di me un effetto strano, di abisso e panacea. Precipito, mi inabisso, riscrivo la mia pagina interiore di caduta degli angeli, ma finisce che mi sento salvo. Stranamente al sicuro in una lunga strada verso la pioggia e l'oblio. E poi resta un senso di stupore e gratitudine, che mi costringe a chiedermi come sia stato possibile che uno scrittore svedese già in rotta di collisione con la vita riuscisse a dare voce in modo così efficace all'incomprensione, all'incomunicabilità, agli oppressi che tali resteranno. Ma la risposta è contenuta proprio nella sua incapacità di resistere a lungo nella vita. Dagerman non fingeva, come fanno regolarmente tanti sensibili di cartapesta che continuano a scrivere e a godersi con tranquillità tutto il meglio, il “best of” della loro permanenza. Non dico certo che uno debba suicidarsi per risultare credibile. Ma un po' di coerenza non guasterebbe; almeno si dovrebbe conservare la decenza dell'indagine interiore, senza spacciarla per una pratica pesante e noiosa, da evitare in nome di un non ben definito “epicureismo” o della famosa leggerezza. La Leggerezza è la puttana di tutti, le sue pratiche di gioia e celebrazione sono sempre uguali. Lei non gode, e probabilmente nemmeno chi si serve di lei.

Tutte le sere leggo Dagerman. Man mano sto ultimando tutta la rilettura delle sue opere. È come se le leggessi per la prima volta. Forse perché sono entrato a tutti gli effetti nella seconda (o terza) parte della mia vita. Forse perché i punti fermi sono diminuiti o svaniti. Forse perché ho più coraggio di una volta, e non mi fermo al primo strato di dolore affascinante da elaborare e riprodurre. Forse è la prima volta che sono davvero indifeso tra le parole di Dagerman, ed è una sensazione che mi piace. Mentre leggo, giocoforza ascolto tutti i rumori delle case vicine, sotto, sopra, a fianco. Quello sotto fa rumore tra le 23e35 e le 0e05. Sembra quasi che martelli, che inchiodi, non si capisce.
I vicini giovani invece ridono sempre, continuamente, di ogni cosa. Sembra una delle tante case dove si gira un ennesimo grande fratello, con tanto di liti, chiarimenti, sesso tatuato e facilitante, ripicche da beghine. A fianco, invece, va in scena la grande commedia emotiva de “I figli sono tutto”. Quattro ragazzini che fanno chiasso fino a tardi, correndo inesausti per corridoi e stanze, istigati da un padre che sembra interpretare il ruolo dell'animatore turistico o del deejay idiota, di quelli che ridono con il risucchio ogni frase che pronunciano. Ed io leggo Dagerman, senza muovere un muscolo, per trattenere tutto il possibile. In minoranza, piacevolmente in minoranza.

Forse per i miei vicini sarebbe impensabile immaginarmi a leggere qualcosa di così impegnativo emotivamente, considerato che durante il giorno dalla mia casa escono suoni di rock pesante, la mia voce durante la telefonate, forse l'audio di un film francese e poco altro. Ma io di giorno sono un altro uomo. Di giorno sono di un'altra pasta. Di giorno mi metto poco alla prova e sostanzialmente aspetto la notte. All'arrivo dell'oscurità finisco, prima di dedicarmi a Dagerman, in un'altra dimensione, in un'altra zona dell'anima e del sentire, per me estremamente più confortevole e su misura delle più intime necessità del mio stare al mondo. Se una giornata qualsiasi fosse per esempio un pezzo degli Skyharbor, un gruppo indiano che amo molto, il bridge centrale, lento e suggestivo, rappresenterebbe la notte e quello che voglio dalla notte. Se una giornata fosse ad esempio il pezzo “Celestial”, allora potrei dire che la notte inzia al minuto 3:40. Il tipo di notte che preferisco. Quel che precede e segue rappresenta bene, invece, la violenza della luce, della troppa luce.

Guardo vecchie foto alle prime luci del nuovo giorno. Un po' mi intenerisco, un po' mi ritrovo a sforzarmi di ricordare momenti e situazioni. Sì, il tempo è passato, non lo si può negare. Ci sono foto di mio padre da bambino, persino una foto di classe durante il ventennio fascista. Lui non amava guardare vecchie foto, aveva ragione. È una pratica malinconica e spesso crudele. Ma stamattina mi gira bene e dunque continuo. Ritrovo pure me, vestito da cowboy in una lontanissima festa di carnevale del 1978 o del 1979. Ricordo che mi piaceva immaginarmi come un cowboy solitario che veniva dal nulla, un silenzioso giustiziere. Ossessioni in nuce.
La mattinata è tranquilla, il temporale è abortito, la sigaretta ha un retrogusto di notte estiva superficiale e forse beffarda. Una di quelle sigarette che ti fumi quando sei in compagnia, sentendoti giovane e un po' coglione.
Passa un'auto con lo stereo a tutto volume, forse Bob Sinclair, comunque una cosa orrenda. Riesco a vedere il braccio robusto del guidatore e le cosce della donna che gli siede al fianco, cosce provocanti ed abbronzate che sembrano provenire da Second Life e non dalla vita reale, perché hanno qualcosa di fasullo, plastificato, lontanissimo. Sul mobile accanto alla finestra ho sovrapposto le due foto, quella di mio padre bambino a scuola e la mia alla festa di carnevale. Immagino che anni ed anni fa mio padre abbia guardato le foto di suo padre, sentendo di aver perso qualcosa e di essere diventato adulto, dolorosamente adulto. Ora tocca a me. Poi toccherà a qualcuno che mi avrà conosciuto. E via così. Tramandando ricordi che spesso saranno inesatti, faziosi, tende colorate sul vuoto, inguaribili dolori diventati parchi silenziosi con fontane e gazebo deserti, con uomini che si trasformano da sconfitte in illuminazione notturna non per tutti.
Tra dodici ore o giù di lì sarò di nuovo alle prese per Dagerman. Riordino le foto, mi infilo una sigaretta spenta in bocca e regalo alla casa la luce più semplice e utile, quella del sole. Quella che mi stanca tanto presto.

LdP, 3 ottobre 2015



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