06/10/15

Scene di lotta di classe negli ovetti Kinder


Andare a curiosare su che fine abbiano fatto persone conosciute in passato è una specie di weekend all'Inferno Resort. Perché difficilmente mi stupisco dei risultati: in genere quello che dovevano diventare sono diventati (o rimasti).
Chiaro che potrebbero pensare lo stesso di me, se non peggio. Ma per me non ci sono problemi: sapevo dall'inizio che avrei eseguito il percorso al contrario, e che mi sarei confermato come uno che non si adegua.
Quelli che mi intristiscono di più sono gli “amici dei ricchi”. Quelli “vorrei ma non posso”, quei medioborghesi che ancora credono alle belle frequentazioni. Ci credono da morire. A questo tipo di persone piace frequentare gente che ha più soldi di loro, che vive meglio, gente che organizza feste, che parte spesso per località da sogno, gente che veste bene e che spende molto. L'amico dei ricchi annulla -crede di farlo- la distanza socioeconomica entrando, grazie magari a qualche amicizia, nel bell'ambiente. Nell'eleganza delle belle abitudini. In genere, questi coglioni si fanno vacanze a sbafo nelle case dei ricchi, vanno sulle loro barche, partecipano alle loro vacue serate. Si sentono parte del parterre. Si legano sentimentalmente a persone che finiranno per prestar loro dei soldi, per amore, si intende. L'amico dei ricchi ha repellenza per i poveri e anche per gli ignoranti. Quelli che lui considera ignoranti. Gli piace il jet set, all'amico dei ricchi, anche se lui indossa mutande acquistate al discount dall'anziana madre. L'amico dei ricchi mi irrita più dei ricchi stessi. Disprezzo i mendicanti della bella vita. Li disprezzo profondamente.

Devo fare una confessione. Le facce del benessere mi sembrano tutte delle gran facce di cazzo. Mi si darà dell'invidioso, dell'acido. Può essere, ma non credo. Le facce dell'opulenza, da quando sono bambino, sono per me facce di cazzo. Levigate, curate, “estetificate”, incremate, arroganti, olivastre, convinte. C'è qualcosa di insincero e di estenuato nelle facce del benessere, qualcosa di gommoso, qualcosa che mi fa pensare ad una crema abbronzante dal colore simile a quello della merda. Ma, ripeto, le accetto più di quelle dei loro amici adoranti, quelle sì che sono le peggiori.

Una delle cose che mi fa soffrire di più, che mi crea più imbarazzi con me stesso, è essere cresciuto in un contesto ricco ed opulento, pur essendo io uno squattrinato colossale. Mi piacerebbe rinascere in un borgo campestre e non aver assistito ad un continuo ed involontario ricambio di facce di culo. Non rifarei le stesse scuole. Assolutamente. Probabilmente, eviterei il buon ottanta per cento delle mie amicizie giovanili. Eviterei la loro curiosità, intesa in quel senso progressista e viscido che mi fa sempre tremare. Quella curiosità placida e improntata alla spontaneità, elementi garantiti dall'agiatezza. In condizioni agiate, tutto è più facile. In primis, interessarsi ai diversi. Tanto, che si perde? Così si passa per persone dalla mente aperta. Per individui magnanimi. Per gente di spessore. E si evita pure la magagna della rabbia sociale (altrui).
Ma a me la rabbia sociale è cresciuta negli anni. Non si è acquietata affatto. È diventata, anzi, più motivata, più spiegabile, più coerente con il resto. Il mondo dei ricchi non mi ha mai attirato. Escludo di invidiarli. Se fossi ricco, farei degli investimenti del cazzo perché non ho proprio quella forma mentis: il profitto, i privilegi e il mantenimento degli stessi. Mi domando come facciano, a pianificare strategie, a tenere tutto in mano. Io mi sento un Re con cento euro in mano. Mi sembra di potermi espandere, con cento euro. Colonizzare qualche buco di culo mi appare possibile.

Dato che scrivo, qualche volta ho avuto qualche invito per entrare nel mondo degli agiati. Mi consideravano chiaramente un pezzente, ma potevo entrare come guest star in quanto persona di un qualche ingegno. “Almeno è intelligente”. “Ha scritto un libro ed è comunque una persona per bene”.
Sono entrato, giusto la punta, solo la punta e non tutto il resto. Ho dato un'occhiata. Mi sembrava di essere finito in un'aula di manager: vestito da giullare con l'ovatta nei pantaloni. Avevo facoltà di parlare. Di divertire. Di annusare le femmine ed arraparmi. Un pezzente arrapato è sempre uno spasso. Un pezzente con vocazione intellettuale non è più un pezzente. Col cazzo. Il povero è povero e povero resta. Per questo non dovrebbe fare il coglione. Perfezionarsi, leggere, apprendere, affilare qualche arma -foss'anche solo quella della parola- e non guardare invece al patetico modello del benessere. Conosco persone che hanno meno soldi di me e che per anni in Berlusconi hanno visto un messia, un bell'esempio. Ma bell'esempio di che? La vostra vita vale meno dello stipendio dell'ultimo cuoco della zia di Berlusconi e voi votate per lui. Patetici. Volete salire sugli yacht? Volete fare vacanze in barca a vela? Volete degli imperi? Volete delle fichette profumate? Volete gestire l'intera editoria senza saperne un cazzo di libri e letteratura?
Non otterrete mai nulla. Men che meno votando individui simili. Siete poveri in canna e vi professate liberisti. Siete la schiuma inutile della classe sconfitta. Nulla è rivolta in voi: c'è solo voglia di imitare le peggiori pagine dei privilegi, del nepotismo, della meritocrazia rovesciata con l'utero in faccia. In sostanza siete degli aborti ed io mi vergogno di essere povero come voi. Vorrei essere molto più povero di voi. Una specie di francescano ateo, un cane mozzicato, forse un killer, forse Bonnot. Vedremo.

Mi arrivano ancora gli echi di quel mondo solo sfiorato. Notizie meste, prevedibili come ho già detto, notizie inutili, gossip alle prese con una liposuzione semantica continua, fino a tornare allo stato embrionale: dei profilattici sgonfi con un rivolo d'acquetta che esce fuori. Una scena malinconica, le confidenze di quel mondo dove ci ho messo solo la punta. Quel mondo lubrificava anche bene, ma non avrei mai potuto penetrarlo. Quel mondo è una pianta carnivora. Perché alla fine si accorgono che non si possono far entrare giullari e scrittori nei bagni puliti e nelle cucine governate da filippine che hanno cominciato a somigliare alla padrona di casa. Mettigli la lingua in bocca, a quel mondo, e ti troverai senza. Non ci sei tagliato. E loro non fanno al caso tuo. Devi essere lucido. O dentro o fuori. Non si vive tra i due piatti della bilancia: quando si tratta di piangere ci si dichiara poveri, quando si entra nel salotto con i pomelli si dimentica tutto.
Comodo così.

L'amico del figlio del ricco editore pubblica un libro. È stato “segnalato” amichevolmente. L'amico di quello ricco con le mani in pasta va a lavorare subito, appena perso il posto. L'amico di quello che ha la faccia come una cravatta di Marinella finta si fa presentare una donna ricca da lui: la seduce e si piazza. Lei ha il suo schiavo esotico. No, lei è democratica e gentile: non lo umilierà mai con il suo amore. Questo si dice in giro.
Ogni tanto qualcuno mi dice: “Perché non scomodi qualche tua conoscenza?”
Qualche mia conoscenza? Ma dico, mi prendi per il culo? Non ho mai avuto conoscenze altolocate. O conoscenze “piazzanti”: non sono mai stato il Varenne di nessuno. Io sono quel cavallo da guardare con simpatia, quello con la bardatura viola e arancione, il cavallo povero, eccentrico e da due-tre corse. Adoro i cavalli, ma non mi piace vederli correre con dei tizi sopra. Preferisco i lupi. E non mi piaceva, all'epoca, che le donne ricche mi guardassero come una specie di Dylan Thomas (magari) a forma di cazzo in semi-erezione, quelle cose di mezzo che fanno venire l'acquolina in bocca più per noia che per altro.
Ho deluso tutte le persone abbienti che conoscevo. Sono solo un estremista. Uno sciocco estremista.
Non ho un cazzo da perdere.
Sono libero e bello come un motoscafino di plastica uscito dagli ovetti Kinder. Un bambino ricco giocherà con me e poi mi regalerà al figlio del custode, che mi getterà nell'indifferenziata mentre suo padre gli dirà che bisogna diventare come Berlusconi.

LdP, 6 ottobre 2015





Nessun commento:

Posta un commento