17/10/15

Rasoi nell'acqua gelida: la fortuna di inziare con "Night time" dei Killing Joke


Con i Killing Joke ho da sempre un rapporto totalizzante. Che travalica e sorpassa la natura meramente musicale. Un rapporto “esistenziale” con la band. Principalmente con lo sciamano apocalittico supremo, Jaz Coleman.
La mia scoperta dei KJ risale ad un'oscura compilation del 1985, un'accozzaglia di artisti e brani sinceramente risibili, che comprendeva anche nomi come Gary Low e Captain Sensible, imborghesitosi dopo i Damned. Quel vinile mi portò a fare la conoscenza di “Love like blood”. Da quel giorno, ricordo che era un pomeriggio invernale, non ho più lasciato Jaz e compagni.
Sì, perché ero già stanco, appena tredicenne, del pop senza mutande che piaceva ai miei coetanei. Un pop levigato, plastificato, ambiguo ed edonista che non sentivo appartenermi.
Disordinatamente, come si poteva fare all'epoca, mi informai sui KJ con il mio commesso di dischi di fiducia. Non ne sapeva molto, a lui piaceva la fusion da petting, quella protetta; però mi procurò il vinile di “Night time”.
E lì fu notte. In un'accezione meravigliosa. Una delle più belle notti della mia vita.
Il suono tagliente del disco, la chitarra affilata di Geordie, il basso preciso di Paul Raven, la voce pulita ma sinistra di Jaz: tutto andava ad incastrarsi con i miei bisogni di cupezza, di rottura, creando una sorta di immedesimazione con le parole inquietanti dello sciamano.
Non c'era un solo brano che non mi piacesse. “Love like blood” era di una larga spanna superiore agli altri, ma episodi cadenzati ed oscuri come la title track e “Darkness before dawn” (titolo spettacolare), il famigerato “Eighties” che successivamente sancì la querelle riguardo al plagio dei Nirvana, l'asmatico “Tabazan”, gli efficaci e ficcanti squarci elettrici di “Kings and queens”, la circolarità di “Europe”, i riverberi temporaleschi di “Multitudes”.
L'intero disco, per me reduce dalle estenuazioni laccate degli Spandau Ballet di “I'll fly for you”, aveva qualcosa di nuovo e di mai sentito prima. Sembrava pop, sembrava new wave, ma si intuiva che provenisse da altro, che fosse un'incarnazione e non qualcosa di preesistente.
Questo lo scoprii qualche tempo dopo, andando a riscoprire la magnificenza di dischi più ostici come “Revelation”, “Fire Dances” e il binomio iniziale irragiungibile di “Killing Joke” and “What's this for”.
Ma “Night time” aveva per me una valenza di cambiamento ed evoluzione. Eccetto Prefab Sprout e pochissimi altri, non sarei più finito nelle ganasce del pop. Il suono chitarristico di Geordie Walker, una sorta di rasoio riverberato nell'acqua gelida, ha influenzato i miei gusti a venire fino ai giorni nostri. Ancora oggi mi rendo conto di dipendere da quel suono, è come una droga, e l'ho ricercato come un folle in altri gruppi, in altri dischi, non bastandomi la pur nutrita discografia dei KJ.
Quanto a Jaz Coleman e alle sue irrinunciabili paranoie sociali, era un personaggio la cui macabra fascinazione esercitava su di me un magnetismo mai stemperato. Era per me il Joker, il dotto folletto con le occhiaie, il demone musicale ed il demiurgo esoterico.
Quando nel 1986 uscì “Brighter than a thousand suns” io ero già innamorato perso della band e amai quel disco -ancora più pulito di “Night time”- fino alla completa consunzione del vinile.
L'accoppiata dei dischi 1985-1986 non viene considerata la migliore nella cronologia discografica dei KJ, perché possiamo ben dire che si tratta dei due capitoli più “ordinari” (anche nel senso di pulizia sonora) della band dello sciamano di Cheltenham. Ma quei dischi, apici di una fase elettrica e più mainstream, hanno per le persone della mia età un valore incalcolabile.
Non volendo seguire il flusso di musiche improntate all'ottimismo e alla commerciabilità più sfacciata, i KJ sono stati la mia baita sull'oscurità, l'imprinting necessario ad iniziare l'esplorazione di artisti e contesti più oscuri, spesso criminalmente sottovalutati dal grande pubblico. Che, si sa, notoriamente non è in grado di approfondire e soprattutto non ne ha nessuna reale intenzione.
I Killing Joke, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono stati a tutti gli effetti i miei Beatles. Jaz Coleman il mio Elvis Presley. Le tematiche trattate da Jaz anche nei dischi successivi mi hanno influenzato più di tanti fasulli libri di rottura, compiaciuti in sofferenze tanto barocche quanto studiate a tavolino.
Brighter than a thousand suns” se possibile ha superato in bellezza il suo predecessore (credo che farò suonare “Wintergardens” alla mia cremazione, se avranno uno stereo), ma “Night time” è stata la scoperta, la sorpresa, l'amore a prima vista, il colpo d'occhio su un buio pregno di fascino, di coraggio, di lucida disarmonia nello sguardo sul mondo.
I KJ sono una band unica nel panorama mondiale. Ancora oggi. Hanno influenzato musicisti di area metal, rock, goth pop, dark, wave; echi della loro magnifica follia si ritrovano anche in nuovi orizzonti in crescita come l'atmospheric sludge e centinaia di band post metal ogni giorno si inchinano al salmodiante joker Jaz.

Jaz e i suoi sono tra i pochissimi che non si sono sputtanati. Che non incidono dischi ridicoli come quasi tutti quelli generati dallo sciocco demone di tenere in vita dinosauri diventati ceramiche di lifting e parodie urticanti di se stessi. I Killing Joke sono ancora durissimi. Professionali. Spietati. Geordie taglia e ricuce con il fuoco le nostre orecchie come una volta. Jaz è più rauco e gutturale, sempre più oscuro nell'aspetto e nella postura, ma è un sovrano che incute soggezione e che dimostra come il genio, quando non costruito dai bigotti del marketing, non invecchi tanto facilmente. Paul Raven è morto, che distribuisca plettri alle porte di altri mondi e riposi in pace, Youth è tornato, Big Paul Ferguson è sempre Big Paul Ferguson, e questo vuole essere un complimento.

Pylon”, il disco in uscita in questi giorni, è fenomenale. È un ceffone in guanti neri alla malinconica pattumiera del pop mondiale ma anche al volgarissimo revival rock di giovani band che di avventuroso possono avere solo il nome.
Pylon” è un gancio da mattatoio sul collo di vecchie rockstar che continuano a gorgheggiare su Californie, culi di bionde e che perdono il loro tempo ed il nostro cercando di spiegarci i punti cardine di nuove ed utili religioni della riappacificazione.
I Killing Joke non ci propinano la pace delle puttane commerciali.
I Killing Joke sono anarchia oscura, sono rasoi su una scacchiera di un qualsiasi Re della notte, sono la continuazione fiera della diversità e della libertà di espressione e di Apocalisse.
Sono una delle rare incarnazioni sensate di un mondo, quello musicale, che delude e che si ostina a preferire la creatività indottrinata alla violenta e seducente anarchia di una libertà spesso controproducente.
Giù il cappello, massimo rispetto e silenzio.


Luca De Pasquale, 17 ottobre 2015







Nessun commento:

Posta un commento