12/10/15

Matite viola e penne verdi

Quattro libri non finiti. Quattro segnalibri vezzosi.
Il frigorifero che di notte si lamenta come un vecchio malato. La mia anima di notte è un proiettore. Ed io non ho mai il controllo della pellicola. Non riesco mai a censurare niente.
Telefona a. Scrivi a. Ma sono appunti distratti, svogliati, quasi come quelli che prendevo all'università, quando mi annoiavo a morte durante le lezioni.
Perché nelle case ci sono sempre quelle maledette foto di quando si era bambini? Foto in braccio a qualcuno, mentre si ride per niente e si piange per poco, foto di comunioni, torte di compleanno, giocattoli, quasi sempre foto piene di morti, che ci parlano dalle loro immagini ferme e che nella nostra malinconia riprendono il loro assetto affettivo, le loro funzioni originarie.
Da bambino chiedevo sempre matite viola e penne verdi. Finiva che le penne verdi non scrivevano mai bene. Che dovevo ricalcare. Bisogna sempre ricalcarsi per non smarrirsi completamente.
Non è vero che gli incubi dei bambini passano e si allontanano con le carezze degli adulti. I bambini conservano gli incubi come i denti di latte, come i soldatini; li ripongono in ruoli segreti e segreti sono a tutti gli effetti, primi mattoni di una piccola chiesa gotica che la Lego non produrrà mai.

Un bambino che conserva i suoi incubi poi diventa ragazzo e successivamente, forse, uomo. Le emozioni, l'amore, i nuovi desideri sono segmenti che è impossibile misurare e delimitare, ma non comprendono la rimozione di quegli incubi che si sono conservati con tanta cura. Gli incubi si aggiornano, come un qualsiasi programma per computer. Gli incubi scelgono orari centrali della notte per ripresentarsi. I rimedi non cambiano di molto. Si cerca la mano di chi ci dorme accanto. Si salta nel letto, confusi e pronti alla battaglia, e poi ci si rende conto che bisogna solo abituare gli occhi al buio e pazientare per un'altra dose di sonno.
Finisce che ci si aggira per casa, al buio, distanziati da ogni evento, immobili in un punto oscuro tra volo e caduta, estranei a tavoli, sedie, quadri, vestiti, estranei al proprio odore, con addosso la zavorra della leggerezza utile e sperimentata, nell'illusione che esprimersi servirà a sublimare, razionalizzare. Ma non si razionalizza ciò che in fondo è già razionale, qualcosa che è una parte non rimovibile, un perno, un albero motore, un Dio personale che non ti ha chiesto venerazione ma convivenza.

Non sarei niente senza i miei incubi. Non sarei quello che ho fatto, voluto, pensato. Senza gli incubi, forse non avrei neanche voglia di salutare le persone al mattino. È inutile pensare che qualcuno ucciderà il proiezionista e che si finirà in una sala d'attesa con una filodiffusione elegante ed ovattata ed una giovane donna che ti sorride come se ti conoscesse da chissà quanto. Chi chiede questo, chi spera in questo, è già finito a prescindere. Non mi va di essere ricevuto da qualcuno, ed in attesa ascoltare della musica di merda, quella lounge per liberi professionisti che poi non sono liberi proprio da niente.

Ricordare chi si è. Da dove si viene. Portare rispetto per il destino in dotazione. Non rinnegarsi e rivoluzionarsi al solo triste scopo di catturare consensi. Non finire nella new age con le gambe spalancate e un dito in bocca. Non finire nelle stanze chiuse di una fede, con l'aria di chi aspetta solo di essere schiacciato, in nome di un non precisato martirio. Non dipendere mai dagli entusiasmi e dalle compensazioni altrui. Non ridipingere mai casa per evitare il crollo: le vecchie case non rimesse a nuovo resistono di più.
Non accodarsi a quelli che ringraziano in anticipo per il rancio, con gli occhi pieni di una gratitudine terrorizzata. Cercare di chiedersi cosa ci rende interessanti, popolari, seguiti, stimati, considerati: chiedersi se non si tratta solo di uno scambio nevrotico di impulsi, di codici monouso, di fluidi corporali mal contenuti.
Chiedersi, senza sconti, se si è davvero sfuggiti al film pornografico fatto in casa, quello con le belle scene da portare fuori, quello con i divani di pelle e i genitali traslucidi, depilati. Quello con le nostre bocche che mormorano i nomi di chi ci fa godere e di qualche Dio vagabondo, quello in cui la nostra costruita felicità da riporto diventa il richiamo fittizio per guadagnare il senso di pienezza.
Chiedersi se siamo davvero sensibili, migliori di quel che crediamo, immersi nella giusta filosofia di vita, nella giusta idea sociale e collettiva, nella più sopportabile tracotanza di credo.
Chiedersi se davvero meritiamo il paradiso a fumetti che ci hanno tramandato da piccoli o, forse, qualche angolo d'inferno ce lo meritiamo, senza ricusarlo e senza ricusare i motivi di tale destinazione temporanea.
Smetterla di fingere che la morte non sia una merda. Smetterla di sbattere gli angeli ad ogni pietra miliare della nostra fantasia, scriverci libri e sceneggiature di film, finirla di propinare il filmino dei nostri giorni migliori alla prima persona che dimostra un qualche interesse per le nostre vite.
Qui era quando...”
Qui avevo appena...”
Siamo diventati dei filmini. Delle diapositive. Delle prediche. Degli anelli. Di notte, i nostri vestiti contengono tutti i demoni che crediamo di nascondere alla vista degli altri. Ci esibiamo. Per noi e per quelli che crediamo aver bisogno di noi. Per gli altri ed eventuali. Esibiamo la nostra giustezza. La nostra moralità costruita con il tempo e con l'impegno di non essere mai disgustosi.
Un giochino apparentemente civico, improntato allo scambio, al confronto, alla fusione, all'integrazione. Tutto molto umano, molto comprensibile, ma con un insopportabile vizio di forma: le parti bruciate risultano sempre in minoranza, se non inesistenti.
E invece, le parti bruciate sono quelle che più di tutte ci dicono chi siamo, chi volevamo essere e di cosa avevamo realmente bisogno.

LdP, 12 ottobre 2015

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