07/10/15

Maleducazione


M. de Charlus non rispose e sembrava come se non avesse sentito, che era una delle sue forme preferite di maleducazione.
Marcel Proust

Forse il tipo di educazione che ho ricevuto mi ha creato più noie che soddisfazioni.
Anzi, il forse deve essere rimosso subito. È così.
Nello specifico, mi è stato insegnato che si risponde subito. A qualsiasi cosa e a tutti. Non importa tanto cosa rispondi, ma il fatto che tu lo faccia. La tua (pre)disposizione a quel che ti viene detto o scritto.
Quest'eccessivo scrupolo, che mi è stato trasmesso nella sua interezza ingombrante, mi porta spesso -questo devo confessarlo- ad ascoltare e leggere cose e trattazioni che non mi interessano minimamente.
Anche a rispondere a domande stupide, faziose, mal poste; anche a dover assorbire malignità, commenti acidi, pettegolezzi con la panciera. Ma sempre, e dico sempre, rispondendo.
Se uno mi scrive una lunga mail sui suoi problemi di motilità intestinale io potrò arronzarlo un po', essere vago e sfuggente, ma rispondo. E rispondo sempre con una certa sincerità, che poi va sempre a mio scapito.
Se uno mi telefona e mi dice una marea di stronzate di interesse zero, nulla di più facile che io scenda sul suo stesso terreno, perché sono un buon ascoltatore e soprattutto mi adatto. Tutti quelli che hanno una vita non facilitata finiscono per affinare -senza meriti- le loro capacità di adattamento. Ho vissuto in dei posti di merda, ho conosciuto gente deludente e squallida, figuriamoci che paura mi fa una conversazione o una lettura non calibrate sulle mie preferenze.

Ora, con il lavoro -poco riconosciuto, poco capito- che faccio, sono spesso alle prese con le persone e con i tipici metodi di comunicazione professionale e non: telefono, mail, messaggi. E qui casca l'asino. C'è chi non risponde. Chi risponde ma non è chiaro. Chi ignora. Chi ignora e lo fa pesare con atteggiamenti di contorno. O, addirittura, chi si mostra infastidito. Chi dice sì ma poi è no. Chi dice sì, poi no, poi di nuovo sì e poi non si sa. Chi, per delle strane forme di garbo controproducente, non vuole dirti la verità. Ad esempio, che la tua proposta non interessa. Che il tuo manoscritto non è adeguato alla politica della casa editrice. Che le tue domande non solleticano abbastanza l'ego. Oppure una semplice verità che non mi turberebbe affatto: “Non sei abbastanza famoso e seguito perché io faccia una cosa con te, preferisco quella rivista, quel sito, quel tipo molto più social”.
Ed io cosa risponderei?
Nessun problema, e che cazzo. Mica sono Calimero. Il mondo è pieno di gente interessante. Di grandi musicisti. Di scrittori che non se lo tirano come un elastico. C'è in giro molta gente disponibile, aperta al confronto, non impelagata in sensi di superiorità/inferiorità da ricovero.
Apprezzerei persino un fare apertamente spocchioso e negativo che modi incerti, sparizioni strafottenti, croniche posposizioni di quello che invece, a parole, ti è stato garantito.
Invece no. Si ciurla nel manico. Quasi sempre. Ma questo vale anche per le amicizie: cosa costa dire, ad esempio, “senti, mi dispiace, ma non abbiamo molto da spartire, buona fortuna”.
Se mi dici una cosa del genere, è capace che io ti regalo pure un lecca-lecca e poi tu ne fai l'uso che preferisci, quello più consono alle tue abitudini.
Si tende a rinviare il momento dei chiarimenti, degli impegni e ancor peggio quello degli addii. Non so nemmeno se si tratta di vigliaccheria. Mi sembra una parola spropositata, meritata da personaggi di spessore differente, paradossalmente migliori; tipo quegli antieroi da buona novella. Ma qui si tratta sostanzialmente di inedia, di autoreferenzialità altezzosa e di maleducazione, estrinsecata nella sua forma più sciocca e viscida.
Posso contattarti per un caffè, per un'intervista, per degli auguri, per una ridicola rimpatriata: ma ci sono tanti modi eleganti di far capire che non ti va, che è meglio di no, che in fondo vaffanculo tu e la tua proposta.

Io li uso tutti. Intendo i modi di scoraggiare. Se una cosa non mi interessa, tendo a dirlo in faccia, o a scriverlo apertamente. Poi si paga pegno e si “rompono le giarretelle”, come si dice qui. Ma è meglio. Infinitamente meglio.
Ad esempio, è notorio che non amo i lunghi sfoghi di stampo sentimentale. Mi ammorbano. Che la scrittura poetica, quella che va per metafore, rimembranze e assiomi stellati, mi strappa praticamente i testicoli dal sospensorio. Che me me sbatto degli amici degli amici, chi cazzo li conosce. Che non mi piacciono le fatalone, le ambigue, le principesse da traino. Che non parlo di politica, e non solo perché anarchico. Che non tifo per la squadra della mia città e dunque oltre i due minuti di analisi sportiva non vado. Che non vado alle manifestazioni politicizzate. Che è inutile passarmi bigliettini elettorali. Che il 96% delle persone con le quali ho lavorato in passato sono per me come dei morti, morti che non voglio nemmeno ereditare mnemonicamente. Che chi ha scelto tra me e qualcun altro ha operato una legittima scelta, ma che con grande tranquillità può andarsene per buchi di culo per l'eternità.
Se ci sei, bene. Se non ci sei, a me va bene lo stesso. Tutti noi, volendo, abbiamo un numero di risorse alto, se coltivato; risorse utili a sopravvivere alle piccole e grandi delusioni e alle inimicizie, ai voltagabbana, alle sfuriate d'ego.
Ma devo riconoscere che non funziona come vorrei. La chiarezza è di pochi. Quanti rapporti avrò interrotto nella mia (abbastanza) lunga vita? Diciamo cento? Bene, solo un cinque-sei volte c'è stato un chiarimento soddisfacente, franco, non ipocrita.

A molti piace il “le facciamo sapere”.
A molti piace la formula “a presto, sicuramente”.
A molti piacciono i capricci. Le girandole uterine. L'attendismo migliorativo, anche. Dico di sì, poi se esce qualcosa di meglio...
A molti piace pure distribuire complimenti per poi insultarti; vecchia tattica da principianti. Triste stratagemma. Un esempio elementare: “Sei intelligentissimo e molto talentuoso, l'ho sempre pensato. Certo, hai un pessimo carattere e se posso permettermi ti manca quel quid necessario...”
Cosa rimane, il complimento o la critica? La critica.
E allora criticami in faccia, no? Fai prima. Giuro che non la prendo la mazza da baseball, quella è un souvenir. Sono un rissoso interiore, ma la violenza vera non mi piace. Tranquillo.

In conclusione, un'altra piccola annotazione. Penso che la categoria peggiore sia costituita da quelli che fanno finta di nulla. Che, in un certo senso, restano. Come se la cosa non fosse la loro. Quelli che ti evitano, ti ignorano rumorosamente e poi ti mandano gli auguri ed entrano nel partito dei “caffè ventennali”. Quelli che dicono di apprezzarti come il primo giorno, anche se non sai più nemmeno se hanno i capelli o no. Quelli che ti vogliono compiacere per carità non richiesta, tipo “ti leggo, bravissimo” e poi non sanno nemmeno come si intitola il tuo blog o il tuo romanzo.
Quelli che se ne fottono di tutto quel che fai -vita, morte, racconti, lavoro, affettività, logistica- e poi ti riesumano per chiederti un voto, un “like”, oppure se ti ricordi il numero di telefono di quella conoscenza comune.
Quelli che quando ti va di schifo spariscono, e poi riappaiono per incanto quando riesci a fare e compiere qualcosa di evidente.
“Io l'ho sempre saputo che eri in gamba. Sono fiero”
Frase questa molto gettonata nel 2004, quando pubblicai il mio primo e finora unico libro solista. Si trattava di una formula universale di cortesia estemporanea. Non ho mai sorriso o mostrato gratitudine per dichiarazioni simili.
Ma mi si permetta un'osservazione aggiuntiva dell'ultimo minuto: i più teneri sono quelli che palesemente ignorano quello che fai, perché non lo reputano produttivo.
Dialogo esemplificativo dello “scettico affettuoso”:
Scettico: “Che stai facendo?”
Io: “Sto finendo una raccolta di racconti, ho ultimato delle interviste e sto curando un saggio a quattro mani sul cinema fallocratico lussemburghese”
Scettico: “Ah sì. Nessuna novità dai curriculum? Un lavoro fisso?”
Io: “Quello è impossibile”
Scettico: “Vabbè, ma tu comunque prendi la disoccupazione. Comunque vieni pagato per non fare nulla, alla fine. C'è gente che sta alla canna del gas veramente”
Io: “Certo, ah certo, non mi lamento, hai ragione, okay”
Scettico: “Del resto io prendo meno di duemila euro e mi faccio un culo così...”
Io: “Certo, certo”
Chiaro poi che non frequenterò più quella persona. Ma questo viene dopo. Non è venuta meno l'educazione. Ed io sono all'antica, l'educazione mi piace ancora, se non più di un tempo.

Ma è chiaro che io non posso dare lezioni di educazione: perché sono decisamente sboccato, perché scrivo spesso di pompini, sperma, del demonio e di rapporti anali dal sapore simbolico. E questa per molti è maleducazione. Maleducazione concettuale. Ed allora meglio non rispondere, menare il can per l'aia, giocare all'indifferenza che aspira a diventare manipolazione.
Che con me, che maleducato che sono, è destinata a prenderselo bene o male in der posto.

PS: Maleducato è anche quel mio vicino che, durante tutto il tempo che ho impiegato a scrivere questa nota ha giocato a "palla fatù" con i suoi quattro figli, proprio sotto la mia finestra. Tirava il pallone in testa ai figli (di grande intelligenza, sì) e poi urlava "OHHHHH, GOOD, KEEP GOING!" (già, perché trattasi di angloitaliano con i peggiori difetti dell'Albiostivale). E poi dai, keep going sto cazzo. Maleducato è pensare che il divertimento dei bambini giustifichi l'idiozia degli adulti. Per me i bambini sono sacri, gli adulti svianti per nulla.

Luca De Pasquale, 7 ottobre 2015


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