04/10/15

Infime forme di aggregazione automatica (Il nostalgico waltz delle pecore)


I gruppi musicali di poco o nessun successo mi hanno sempre esaltato. Nella maggior parte dei casi, li trovo di straordinario interesse antropologico e, perché no, anche musicale. Perché se non hanno avuto molto successo significa che valevano qualcosa. Più che di snobismo alla rovescia, penso che si tratti di propensione e fratellanza. La violenza nella musica mi ha sempre affascinato. Soprattutto se accompagnata da una tecnica ragguardevole; in questo, lo ammetto, sono molto poco punk. Amando la musica e l'esecuzione musicale, per me è fondamentale una minima padronanza degli strumenti. Ed è per questo che tra i miei gruppi culto ci sono Coroner, Kava Kava, Liquid Hips e tutta una serie di band infinitamente più piccole, da uno o due dischi massimo. Le cerco da decenni, come l'aria. Andando oltre i generi e i sottogeneri, classificazioni che sono sempre un limite mentale e cognitivo.

Apprendo che l'ultimo film di Claudio Caligari, “Non essere cattivo”, è il film designato a rappresentare l'Italia alla selezione del Premio Oscar. Sarebbe una gran bella notizia, se Claudio Caligari non fosse morto poco dopo aver girato il suo terzo (…) film. Onore a Valerio Mastandrea, amico fraterno di Caligari, che ha prodotto il film e sta cercando di rendere giustizia al tormentato cinema di Caligari, il quale -difficile non immaginare perché- ha trovato sempre sulla sua strada ostracismo e squallidi cinematografari a metà strada tra codardia commerciale e perbenismo di casta. Ho amato illo tempore “Amore tossico” e “L'odore della notte” (con un Mastandrea superlativo) poteva essere una pellicola con ben altre ambizioni. Di quel film mi è piaciuto tutto, il senso di disperazione, i colori lividi, la colonna sonora di Pivio e Aldo De Scalzi, Mastandrea appunto e naturalmente Marco Giallini, che con la sua presenza magnetica ed irresistibile è sempre un film nel film.
Altro che cinepaettoni a pelo di fica e kolossal allarmistici americani. Caligari era il blu scuro, il blu notte del nostro cinema. Non so cosa accadrà a “Non essere cattivo” in prospettiva nomination all'Oscar, ma spero che il nome di Claudio Caligari non sia mai dimenticato.

È una lotta. Una cazzo di lotta ogni dannato giorno. Per non farti imboccare. Per non farti salvare. Per non diventare una curiosità o un esotismo. Per non sbroccare di fronte ad un incrocio di scelte/strade cieche. Per essere lasciati in pace. È una lotta per non finire identificato dai gusti, dal modo di vestire, naturalmente dalla scrittura, dalle scelte personali, dal destino visibile all'esterno, quelle molliche di merda che gli altri scambiano per tratti distintivi. È una lotta convincere l'esercito della salvezza che la sua presenza è inutile e non gradita. È una lotta spietata e piuttosto scarna resistere alla tentazione di gettarsi a capofitto in un'attività inverificabile, invisibile, impalpabile. Mettersi al riparo sotto una sfilata di profili bassi e appuntiti. È una lotta noiosa e sfiancante, infine, sottrarsi all'hobby dei rebus, delle parole crociate esistenziali, dei falsi richiami spirituali.
Ma credo che la lotta peggiore, la più frustrante, sia quella che un individuo deve sostenere per non transitare ed uscire dai “gruppi”: morali, ideologici, attitudinali, lavorativi e da dopolavoro, religiosi, salvifici, sessuali, amicali e pure musicali. Il gruppo di quelli che..., il gruppo di quelli che amano il rock, di quelli che baciano alla francese senza saliva aggiuntiva, di voyeur sociali, di viaggiatori seriali. Il gruppo di quelli che sostengono questo o quello, per i più svariati motivi. A me i gruppi fanno orrore. Accolite di persone che finiscono per annullarsi sulle somiglianze, presunte o reali che siano. Pecorelle con le treccine, con i Rayban, con il cazzo troppo grosso o troppo piccolo, con la casa al mare ricalcata su quella del commissario Montalbano, pecorelle strabiche che fanno bookcrossing incrociando le dita e scongiurando orgasmi, pecorelle romantiche che pagano profumatamente per foto di matrimoni, bomboniere e funerali e pregano solo quando hanno paura delle corna o di un tumore. Pecorelle in perizoma che entrano nel tuo letto, ti fanno quattro moine, ti fanno godere meccanicamente e poi pretendono devozione, trascendenza e letteratura. Pecorelle informatizzate e dall'appeal moderno che scelgono la bevanda spirituale più conforme al distributore appena fuori il loro fottuto ufficio. Pecore che fanno la predica ai lupi, non prima di avergli succhiato l'uccello con quel senso di colpa arrapante che fa tanto rischio calcolato, discesa agli inferi con il biglietto ridotto.
Pecore che ti fanno colloqui di lavoro. Con quei pantaloni stirati e quegli anelli da magnaccia.
Pecore che ti parlano di scrittura, ma che vivono su pergamene scritte con inchiostro simpatico, pecore che scrivono le loro memorie sulla carta igienica ma hanno tanta paura della merda vera.
Ma anche pecore che pensano di votare a sinistra, che dovrebbero avere però la decenza di dichiararsi per quel che sono, individualisti senza sostanza con l'hobby della solidarietà da esibizione o festa privata, gente che al primo privilegio si tradisce e finisce per somigliare al primo porco capitalista a portata di mano, uno che magari avevano demolito a parole.
Respira, dormi, mangia, piscia, risvegliati, scrivi, scopa, vota, tumula, sotterra, riesuma, conserva, tutela e tutelati, appassionati, distaccati: in ogni caso finirai in un gruppo. Qualcuno ti annetterà ad un gruppo. La vita oggi è un whatsapp che si masturba in continuazione. Se ci stai, sei dentro. Se non ci stai, mettiti in un cantuccio, vattene affanculo e scrivi una poesia per la luna. Qualche pazzo che ama le poesie sulla luna -senza capirle, solo per comoda affiliazione di disadattamento- lo trovi sempre, ed anche in quel caso finirai in qualche gruppo di dementi appassionati di versi sulla condizione di deraciné. Esci da una vasca di pecore e finisci in un ghetto di nevrotici e nerd. La condanna dei raggruppamenti perpetui. Ti è vietata la condizione di solitudine cui aspiri e nella quale vuoi muoverti per riuscire meglio. Vietato. Verboten. Solitude interdite.

E così finisco in un gruppo che ama il metal misconosciuto e minore. La sensazione di disagio si palesa quasi subito. Non mi sento completamente aderente al progetto e il desiderio di svicolare è imperioso. C'è il santone di turno che catechizza tutti con la sua sapienza incontestabile. È già un mio nemico. Potrei farlo inorridire con una semplice lista di mie preferenze “altre”: Aztec Camera, Kajagoogoo, Belouis Some, Spandau Ballet, Mr. Mister. Mi espellerebbe subito, il santone.
Non diversa è la sorte in quel gruppo che promulga confusamente scrittori che si qualificano come “incazzati con la vita”. Non sono incazzato con la vita. Tutt'altro. Pretendo di scegliere e so che oggi scegliere è un atto eversivo. Che costa caro al mercato dell'oro e della polvere. Non mi va di finire in mezzo a dei tizi che alternando foulard anali e tatuaggi politicizzati pensano di mostrare i muscoli alla vita e alla categoria “altri indistinti”. Sbruffoni travestiti da terroristi del pensiero, armati di pistole ad acqua. Già le tenete nelle mutande le pistole ad acqua, pensate a quelle. Avete tre agenti letterari per ogni scoreggia che fate. Vivete in attesa di recensioni e presentazioni. Scopate pensando a voi stessi e al vostro allure pubblico. Non ci sto, esco dal gruppo.
Ma esco, in definitiva, anche dal gruppo dove sono guardato come un tipo promettente. Quello è il gruppo che mi indispone di più, se possibile.
Io non ho promesso proprio niente. Io non ho parlato. Io non ho garantito.
Alla nascita, qualcuno mi ha promesso che sarei morto. Sto cercando di regolarmi da allora, e ancora non ci ho capito un cazzo.

A proposito, ciao Claudio Caligari. In bocca al lupo.

Luca De Pasquale, 4 ottobre 2015


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