08/10/15

Il demone - terza parte


Il chiarimento con la Grande Inquisitrice fu deludente da tutti i punti di vista. Lei mi vomitò addosso tutto il disprezzo e la deprecazione possibili, si prodigò nello smontare ogni mia abitudine, attitudine, desiderio, certezza, tratto distintivo. Mi disse anche che ero un porco. Che andavo dietro a delle troie e a delle donne da niente. Che la mia musica faceva schifo. Mi rivelò, lei che non era venuta una sola volta a prendermi, che i miei colleghi non mi apprezzavano, anzi. Mi diede del narcisista, ed in quanto tale era chiaro che mi era sfuggito quanto i miei colleghi mi tenessero poco da conto.
Tenni un atteggiamento serafico durante tutto il confronto, in tutto un paio d'ore serrate. Mi limitai ad interloquire, in qualche frangente fui sarcastico ma neanche tanto, mi rifugiai nelle sigarette e nell'orizzonte pezzato di rosa, una specie di pigra cartolina da non spedire mai.
Ecco un'altra psicotragedia borghese”, pensai, ben sapendo che non sarebbe passata alla storia. Un piccolo evento che sarebbe giocoforza transitato nella mia di storia, ma niente di nuovo, di rilevante. I nuovi scrittori ci scrivevano pagine e pagine, su cose simili a quella che stavo vivendo da protagonista passivo. Lei amava gli scrittori dediti all'indagine sistematica dei sentimenti e dei rapporti. Io no. Proprio non ci riuscivo. Quegli scrittori che poi si sentono affini e iniziano a stabilire rapporti tra loro come fossero un'oscura cricca o un'imbattibile squadra di pallavolo aziendale.
Che ti credi che non abbia capito cosa c'è tra te e quella persona?”, mi disse, con un'espressione di torvo disgusto, per inciso molto ben riuscita.
Non ero certo di capire a chi alludesse, pensai alla commessa all'angolo, di Francesca non poteva sapere a meno che non mi avesse fatto pedinare, di Maria A. era da escludere a priori.
Mi soffermai a guardare la sua libreria. Tutti libri di “nuovi” scrittori giovani. Nuovi e giovani. Tutti napoletani o quasi. Viva il Sud, con la maiuscola. I suoi dischi. Jazz, jazz e jazz. Coltrane, Miles Davis, Monk, Horace Silver, Bill Evans, Keith Jarrett. Gente grande, ma non era roba per me. Mentre guardavo i suoi cd, quasi tutte raccolte economiche assemblate con criteri quanto meno opinabili, lei approfittò per ribadirmi che la mia musica faceva schifo, violenta ed inascoltabile. Ma era solo colpa sua. Perché lei non aveva ascoltato una sola parola sulla mia vita, quella antecedente al nostro incontro. Non una sola parola. Solo delle fottute proiezioni improntate all'ottimismo. Ero certo di non averle mai parlato di Coltrane e Miles Davis. Ma ricordavo di aver tentato, senza esiti accettabili, di introdurla alla musica che preferivo, il post punk, la deep house suonata, il doom. Per lei erano parole astruse, esibizioni di chissà quale scienza maschilista e settaria, per cui non aveva trattenuto nulla. E ora nel calderone ci buttava anche la mia “musica di merda”. Tipico. Sistematico.
Ma non ce l'avevo con lei. Volevo solo che finisse. Che smettesse di parlare e che mi dicesse, chiaro e tondo, che potevo tornare anche da dove ero venuto. Ci contavo, di tornare da dove ero venuto. E cioè da un mostro in movimento, la mia vita, volutamente senza contorni, senza zattere, senza baite, senza tessere e carte di benefici, senza libri di giovani scrittori napoletani tra i coglioni.
Ti sarei grato se questa notte tu andassi a dormire dai tuoi genitori. Mi dai molto fastidio, la tua presenza è un supplizio. Cerchiamo di essere veloci nel riorganizzarci, d'accordo?”
D'accordo”, risposi serafico, “ma dove dormo è affar mio”
Ma certo. Non escludo che di mezzo ci sia qualche troia”
Non ti riguarda già da tempo. Siamo tutti delle troie”, conclusi.
Sei un pezzo di merda e anche un maschilista”
Sei suscettibile, Carolina. In fondo è un concetto punk di grande verità”
Sei ridicolo. Puerile. Sei un lestofante e un pezzo di merda. Torna pure dalla tua troia o da quella persona”
Ah, dunque operi una scissione? Ci sarebbe tanto una troia che 'quella persona'? Mi mandi in confusione... e poi ti chiederei di andarci piano con il frasario, troppo scurrile, non vorrei che i tuoi gentili amici pensassero che alla fine è colpa della mia vicinanza”
Fallito. Grossolano. Egomaniaco. Frequentatore di zoccole”
Accesi una sigaretta. Mancava ancora poco. Non aveva quasi più voce. I libri dei suoi scrittori giovani e napoletani sembrava mi guardassero anche loro, naturalmente con disprezzo. Quegli scrittori che si conoscono tutti tra di loro e si sostengono, un branco di ernie con necessità di risaltare.

Per strada chiamai Francesca. Dopo due squilli, il cellulare risultò non raggiungibile. Ma vaffanculo anche tu e tuo marito. Uno dei tanti cornuti per la pena dei quali pentirsi dopo un po' di diversivi. Carolina aveva ragione: potevo risultare un volgare maschilista. Minacciava pioggia. Avevo sulla spalla uno zaino simile agli Invicta della mia epoca. Una scena triste. Considerai parti e pezzi della mia vita con occhi esterni, neutri ma non benevoli. Quarant'anni. Impiegato di concetto. Sovrappeso. Lettore e amante di libri senza successo. Di scrittori morti suicidi. Trentasette sigarette al giorno. Credente solo nei giorni peggiori. Capace di entrare in chiesa per mescolare in una preghiera la salute dei genitori, una vincita insperata, una scopata con Maria A., capace di entrare in una chiesa nonostante il poco soffocato bisogno di uccidere un mio simile. Ero stato capace di entrare in chiesa un'ora dopo che l'ex donna del mio migliore amico me lo aveva preso in bocca. Pensai a quella vecchia avventura sporca e insolente, sordida, e il cazzo mi si indurì nei pantaloni mentre ero alla biglietteria della metro con i miei quarant'anni.
Proprio in quel momento pensai che mi sarebbe piaciuto poter ricevere un rapporto orale. Veloce, senza parole, con il rossetto pulp. Per suicidarmi un po'. Per svuotarmi come un dispenser di sapone al carbone. Per ridurre la mia vita, riassumerla in un pompino. Altro che i nuovi scrittori capaci di indagare nell'animo umano. E di essere anche napoletani allo stesso tempo. Come me. Io, un napoletano completamente disinteressato a storie di camorra e di sopraffazione. Io, forse napoletano per caso. Niente pizza. Mare del nord anche nei giorni più belli.

Sul corso che portava a casa dei miei genitori, mi fermai al bancomat. Prelevai quaranta euro. Un euro per ogni anno della mia vita. Il saldo diceva 413,05 euro.
Era tutto quel che possedevo. 413,05 dopo ventidue anni di lavoro. Non avevo messo niente da parte. Avevo sempre guadagnato poco. Lo avevo detto a Carolina, ma lei mi aveva risposto offrendomi una cena e poi dicendomi, nel seguito della serata, che voleva amarmi. Mi ero lasciato convincere.
413,05.

Citofonai. Mi arrivò nitida la voce di mio padre: “Se?”
Ciao papà. Sono Giuseppe Corrado”
Ah”
Posso salire?”
Che è successo?”
Io e Carolina abbiamo rotto. Mi ospitate?”
Sali, stupido”
Sapevo che avrei passato tutta la serata a spiegare la situazione, soprattutto a mia madre. Che mi avrebbe detto, a me quarantenne, frasi come: “Morto un papa se ne fa un altro”, ma anche “Si chiude una porta e si apre un portone”.
Ed ero anche certo che mia madre mi avrebbe cucinato tre fette di carne, dopo un abbondante primo. Per lei ero sempre sciupato e troppo magro, anche se pesavo oltre i novanta chili e la mia altezza non poteva portarsi in giro una massa del genere.

Chiuso nella mia vecchia cameretta, con nelle orecchie un obsoleto cd walkman e i Periphery a tutto volume, vidi il display del cellulare illuminarsi nel buio. Poteva essere Carolina, in vena di pentimenti repentini o rincari di dose. No, Francesca. Messaggio dal bagno di casa, con il marito davanti alla televisione a vedere merda generalista.
Che fai?, scriveva.
Rotto con C. tornato a casa dei miei miei ci vediamo domani dopo mio lavoro? Possibile pensione via Nievo un'ora”
Rilessi e sorrisi per il “miei miei”. Rafforzavo.
Ok ci vediamo alle 18 e trenta fermata 120 rosso di fronte cioccolatteria. Ti penso ciao”
Sentii solo un brivido al basso ventre, ma il resto del corpo taceva.
413,05 in banca. Quarant'anni. Sovrappeso. Avrei ucciso Gianfranco, o lo avrei inculato. Dovevo comprare anche il nuovo degli Ulver, uno dei pochi gruppi che ancora mi dicevano qualcosa.
Risposi scrivendo velocemente: “Porta rossetto pulp, mi raccomando. Voglio venirti in faccia”
Pensai di aver esagerato. Ma dopo cinque minuti arrivò un altro sms: “Mascalzone :)”
Chiusi gli occhi, gli Ulver mi avevano avvolta in una nebbia di doom e psichedelia laterale. Ma riuscii a distinguere il rumore di una bussata alla porta della camera con le nocche.
Chi è?”, dissi con voce innaturale.
Mamma. Posso?”
Ma certo che puoi. Tu puoi sempre.

-continua-

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