10/10/15

Il demone - quarta ed ultima parte


Gianfranco vinse la corsa al titolo di “Miglior Impiegato Del Mese”. Scritto con tutte le iniziali in maiuscolo. Premio di quattrocento euro, più due ingressi gratis alle terme di Agnano più, ancora, un mese di sconti al supermercato di Fuorigrotta. Il taccagno non organizzò nemmeno un rinfresco per i colleghi. Fece solo di tutto per pavoneggiarsi con la nostra responsabile commerciale, che cercava di portarsi a letto da più di un anno. Non mi complimentai con lui. Anzi, trovai il modo di urtarlo nel corridoio degli uffici, simulando di andare di fretta e di guardarmi poco attorno.
Urtandolo, lo costrinsi quasi a piroettare su se stesso.
Ehi!”, protestò lui.
Proprio quello che volevo. Bravo il mio stronzo.
Mi girai di scatto: “Ehi cosa, Gianfranco? Hai qualche problema?”
Fai attenzione, cazzo”, replicò, guardandomi con astio. Midra e Carla intanto passarono proprio in quel momento, guardandoci incuriosite.
Tu devi stare attento. Quando si cammina si guarda, Gianfranco. E comunque ora levati dalle palle, che vado di fretta”, ringhiai. Avevo tutti i sintomi dello scoppio d'ira imminente: saliva prosciugata, tachicardia, formicolio alle mani, sguardo velato, difficoltà a distinguere i contorni degli oggetti e i colori troppo decisi.
Ma come ti permetti? Ma vattene affanculo, psicopatico!”
Non avevo bisogno d'altro. Partii. Mi gettai addosso a lui con tutto il mio peso, ed il mio peso non era proprio trascurabile. Cadde, cademmo. Gli portai la mano sinistra alla gola. Da terra cercò di mollarmi un calcio nei coglioni, ma riuscii ad attutire il colpo. Non sapevo fare a botte. Era tutta improvvisazione e rabbia repressa, ma avevo la vaga sensazione che fosse più utile ed efficace che essere cintura colorata di qualcosa. Non conoscevo nessuna mossa particolare, ero goffo, pesante, addirittura scoordinato: ma partivo per fare male, senza l'idea di poter essere trattenuto.
Ma andò proprio nel modo peggiore, perché ricordo che fui strappato via dal corpo di Gianfranco da circa otto braccia, e forse incassai anche un calcio negli stinchi. Un braccio robusto mi serrava il collo, ma feci in tempo a guardare Gianfranco, che stava cercando di rialzarsi. Perdeva sangue dal naso.
Sapevo di avere ragione. Del resto, aveva appena vinto una cifra che rappresentava quasi il totale dei miei risparmi dopo quarant'anni di lotte e annegamenti. Li avrebbe per giunta spesi in modo ridicolo, magari avrebbe acquistato una nuova playstation o avrebbe proposto un last minute parigino a una delle decerebrate che gli piacevano. Solo una donna senza onore e senza amor proprio può arrivare a chiavarsi un uomo del genere. Molte donne, ancora oggi, associano la dignità alla condotta sessuale, nel senso che cercano di non farsi affibbiare sgradevoli definizioni da una schifosa società maschilista come la nostra, soprattutto al sud. Ma peccano in altro: scegliendo uomini di merda e, quel che è più grave, non sottraendosi al doppio ruolo di moglie e madre proprio con gli abietti.

Fui sospeso dal lavoro. Un mese senza stipendio con una multa da pagare. Cinquecento euro. Alcuni mediatori fecero in modo che Gianfranco non mi denunciasse. Fui costretto a chiedergli scusa sotto lo sguardo del corpo impiegati nella sua quasi totale interezza, e mi fu consigliato di inventare una scusa plausibile per giustificare anche solo parzialmente la mia violenza. Spiegai tra i denti che mio padre stava male. Per inciso, fu mio padre a darmi i soldi per pagare la multa, visto che ormai avevo meno di quattrocento euro da parte.
Ma feci in modo di rendermi la vita impossibile anche dopo l'increscioso “chiarimento”. Uscendo infatti dall'ufficio del responsabile risorse umane Giammelli, dove si era consumato il rituale di espiazione, profferii una frase a voce alta: “E ora che è finita questa farsa del cazzo, andatevene affanculo per un mese e anche di più”
Giammelli mi sentì. Mi rincorse fuori e, appoggiato alla porta con la postura di una ruota per criceti, mi urlò dietro: “Civera, stai attento... Civera vedi bene quello che fai! Civera, guarda che stai rischiando assai...”
Non mi voltai, ma gli mostrai il medio.
Furono le sue urla ad accompagnarmi fino alle scale: “CIVERA, CIVERA, CIVERA!”

Mi restarono attorno poche persone. Che tornarono spesso sull'argomento. Pontificavano. Comportamento autodistruttivo, dicevano. Temperamento violento.
Carolina venne a sapere della cosa. Mi telefonò. Mi disse con voce sommessa “non ti vuoi bene” e mi disse anche che avremmo potuto vederci, se volevo. Fui morbido, ma traccheggiai. Non avevo voglia di incontrarla. Con Francesca smettemmo di frequentarci. Diceva che non si sentiva amata. Non era quello per cui ero stato ingaggiato. Era un'ipocrita. Aveva assoldato il mio cazzo dopo un veloce colloquio, ed ora voleva tutto il resto. Non è aprendo le gambe e complimentandosi per la prestazione che si guadagna l'amore di un uomo. Se l'amore di un uomo è qualcosa che possa andare oltre uno sfregamento di pietre, una scintilla ed una stella cadente più immaginata che intercettata. Lasciai casa dei miei, che per ovvi motivi mi portavano il broncio ed erano visibilmente preoccupati. Si avvicinava il mio quarantunesimo compleanno e tutti i conflitti erano aperti, squarciati sull'orizzonte come intonaco sbrecciato. Lo stesso intonaco sbrecciato che trovai nel minuscolo appartamento dove andai a sistemarmi. Per un mese dormii di pomeriggio. Di notte uscivo. Passavo da un bar ad un locale, sbevazzavo, fumavo, mi cacciavo in conoscenze assurde e frequentazioni lampo che mi davano esclusivamente noie e generavano situazioni grottesche. Non ero il tipo d'uomo che ammantava le nuove conoscenze di elementi salvifici. Semmai operavo il procedimento inverso. Le nuove conoscenze servivano a cadere di più. Cadere diversamente. Senza santini. Senza promesse. Con addosso un senso di colpa e del peccato stesso di vivere totalmente ingestibili. Del resto, l'autodistruzione ha un senso preciso quando è gratuita, non frenata, metodica ma non accompagnata da alibi, pretesti e giustificazioni. L'autodistruzione è una meravigliosa puttana che ti tradisce anche quando si occupa di te, quando ti prepara tisane e ti somministra pillole, quando ti rimbocca le coperte e ti propone di innamorarti, quando si manifesta come una madre paziente e pietosa e quando ti seppellisce sotto coltri e coltri di malinconia e cieli neri. L'autodistruzione ti illude come la peggiore delle sgualdrine; perché a volte, in certe notti, ti senti come se potessi avvinghiarti a lei, abbracciarla, farla davvero tua, esserne proprietario, responsabile e unico vero amante. Ma è tutto posticcio, falso ed incongruente. Restano solo risvegli difficili, canzoni in inglese con il testo sempre frainteso, sguardi di donna prima e dopo. Con in mezzo un rituale che sembra più bello ed unico nelle notti di temporale e vento. Ma che è a tutti gli effetti comune ed abusato come guidare l'automobile, imparare a smanettare su svariati dispositivi o migliorare con gli attrezzi in palestra, sotto lo sguardo vuoto e spento di un istruttore tatuato con una cavigliera da frocio che scopa bene le donne.

Una mattina di novembre entrai in chiesa. Avevo una strana voglia di pregare. Di affidarmi. Ma non conoscevo una sola preghiera ed un solo Dio. Conoscevo ancor meno la mia voglia di recuperare. Di scusarmi con la vita e anche con me stesso. Forse avrei dovuto finalmente firmare per accettazione i fogli della mia nascita, e con un bel sorriso, di quelli che ogni tanto mi riuscivano, dimenticare la stilografica sulla scrivania delle mie paure.
La chiesa, dentro, aveva colori azzurrini, violacei, qualche bagliore turchese e rosso. Mi ricordava il bar dove mi ero fatto di W5 qualche sera prima. Solo che questa doveva essere la casa -una delle case- di uno che con me stava avendo fin troppa pazienza.
Qui non potevo pagare la consumazione della mia stupidità. Avevo freddo e mi sentivo idiota.
Scusa”, mormorai, “scusami”
Cercai di bagnarmi la mano sinistra con l'acquasanta, ma l'acquasantiera era vuota. Incrociai lo sguardo di una donna anziana e ricurva su se stessa. Uno sguardo di totale estraneità e di diffidenza. Io non somigliavo a suo figlio, evidentemente, e lei non a mia madre. Senza suggestioni, siamo condannati ad ignorarci o a minacciarci di portare la diversità in parata, come simulazioni di una guerra per imbecilli.

All'altezza di un negozio di chincaglierie olandesi, arrivò una telefonata. Monica. Una vecchia conoscenza che avevo recuperato. Si era separata dal marito. Aveva un bambino piccolo. Andavamo d'accordo. Più che altro perché entrambi schifati dal sistema a sorteggi degli affetti. Uniti nella stanchezza, nell'incredulità combattiva, nel sesso e qualche volta nell'insonnia.
Stasera lo lascio a mia sorella, posso venire a dormire da te”
Il letto è per una sola persona, Monica”
Sai che non m'importa”
Perfetto. Senti, una cosa...”
Dimmi! Vuoi che porti qualcosa da mangiare? Posso cucinare io qualcosa di veloce”
No”, risposi con voce arrochita, sempre più stanco, “vorrei che mettessi quel rossetto leggero ed un po' rosa che avevi la volta scorsa. Voglio venirti in faccia”
Siamo molto diretti, eh? Ma guarda che prima o poi sarò io a chiedere qualcosa a te, furbone”
Puoi chiedermi quello che vuoi, senza remore”
L'aria era fredda, mi facevano male le caviglie, mi mancavano le luci della chiesa e il mio spaesamento era l'unico neon acceso in chilometri di momenti consumati, presenti e da venire.
Chiedimi quello che vuoi”, ripetei a Monica.
Tanto, prima o poi finirà.
Tanto, prima o poi finirò.

Luca De Pasquale, 10 settembre 2015




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