04/10/15

Il demone - prima parte


1987.
Ogni sera “When the love is over” degli Shy. Per mesi e mesi. Maledetto romantico. Maledetto romantico del cazzo. Non so perché stasera mi torna in mente quel pezzo degli Shy, e soprattutto tutto quel romanticismo ubriacante e deviato. Non so perché ricordo certe cose. Non so tante di quelle cose. Mi tormento con la stessa spigliatezza di quando, bambino, facevo impazzire il canarino portando il dito alla gabbia e nascondendolo poco dopo. Mi tormento perché è la mia arte. Mi tormento perché respiro. Mi tormento perché sono un Re talmente stronzo da non essere mai stato eletto. Mi tormento perché sono nato, e perché quando ho allungato le braccia per essere preso erano morti tutti, o comunque soffrivano.

Sei innamorato di un'altra, pezzo di merda”, mi diceva quella donna, anni fa.
Ami un'altra, bastardo”, ripeteva ossessivamente. Mi pedinava. Mi seguiva nei movimenti, negli sguardi. Cercava persino di intercettare le mie nostalgie. Nell'odiarmi, mi sopravvalutava. Pensava forse che fossi un puro che aveva perso la strada maestra. Ma io non ho mai avuto una strada maestra.
Io, dal doppio nome Giuseppe Corrado, sono corrotto dalla nascita”, mi dicevo da adolescente. Mi corrompevo in continuazione, non era questione di amare altre donne. E poi questa parola “amore” continuamente in bocca era quasi offensiva.
Giuseppe Corrado Civera, romantico”, pensavo di me da bambino. E, in quanto romantico, perennemente corruttibile.
Sono stato con alcune donne desiderandone delle altre. Lo ammetto. Sono in pochi ad ammetterlo. Io lo ammetto. Non vinco alcun premio a dirlo.
Quella che mi pedinava non aveva capito niente. Niente. Perché mi bastava uno sguardo. Il colore di un vestito. Il profumo della pelle. La sola coincidenza. Mi bastava poco, pochissimo, per desiderare altrove. Non mi amo particolarmente, pensavo, così mi tocca desiderare in giro. Come un cane da tartufo.
La sera nel letto, lei mi annusava. Mi sopravvalutava. Sì. Pensava avessi baciato e stretto altre donne. In realtà le mie giornate erano ad un passo dalla fine. Dalle lusinghe di ogni demone, di quelli full time, tosti, concreti. Quelli che incidono sul serio. Mi annusava e solo quando era tranquilla mi metteva le mani sotto e mi cercava con la lingua, ansando come dopo un attacco di panico scansato.
Pensava che mi piacesse quella del negozio all'angolo, quella con la minigonna di pelle sei giorni la settimana, pensava che quella mi eccitasse molto. Temeva che avrei cercato di conoscerla e farla diventare il mio passatempo decadente. Ma io non mi amavo e non mi amo. No che non mi amo. Neanche un po'. Chi non si ama non cerca passatempi, ma stilettate.

Non aveva capito niente. Io facevo sesso con lei controvoglia. Pensavo a quella tipa che non avevo conosciuto, l'avevo vista in foto e avevo provato il desiderio spasmodico di farci l'amore. Un'attrice. Un'autentica ossessione. La conosceva uno che conoscevo. Me ne aveva parlato. Me n'ero andato di testa. Smania di possesso. Voglia di gesti decisi, di sesso, di umori, di disperazione. Niente di più. Non mi amavo affatto. La desideravo ogni secondo delle mie giornate all'inferno. L'inferno del lavoro, dei rapporti parentali, delle giustifiche, delle diversità da rintuzzare ogni uno e due.
Si chiamava Maria A. e ci pensavo spesso quando la realtà mi dava filo da torcere. Ci pensavo in continuazione. Di Maria A. non sapevo nulla e questo mi dava alla testa. La contattai. Le scrissi “Voglio fare l'amore con te, ci penso continuamente. È una follia, lo so, ti voglio. Ciao. Giuseppe Corrado Civera”. Con tanto di mail per contattarmi. Lei mi rispose dopo tre giorni. Qualcosa del tipo “sei ardito... io non ti conosco... grazie”. Non mi bastò. Il desiderio era diventato doloroso. Una mezzaluna drogata a spasso sul mio cuore. Un continuo drenaggio di utopie e pietre dure come calcoli renali. In quei giorni pensavo anche spesso ai liquori. Mi sarei anche bucato. Tutto era disperazione e precarietà, tendenza all'autodistruzione. L'unica cosa sana era il desiderio infantile ed irrazionale per quella Maria A., che colorava i miei giorni e mi dava materiale per restare sveglio e per mentire alla Grande Inquisitrice, che continuava a carezzarmi l'uccello non per piacere e libidine, ma per scoprire le mie malefatte e il mio lato torbido e osceno.

Il lavoro andava di merda. Quel Gianfranco, volevo menarlo. Di più: volevo metterglielo in culo. Non metaforicamente: volevo incularlo. Gli avrei infilato una bambola in bocca nel mentre. Incularlo per supremazia. Peggio che in carcere. Il lavoro andava di merda. Quando sentivo i miei genitori, mi sentivo in colpa. Il mio fallimento era evidente, totalizzante, con una retroattività preoccupante. Avevo disatteso. Avevo tradito. Avevo confermato i dubbi degli altri, quelli che li avevano molestati con le loro previsioni raccapriccianti.
Giuseppe Corrado è un ragazzo troppo particolare, state attenti”
Maledette cornacchie che ora pareva avessero avuto ragione.
Avevo telefonato ad un mio cliente, che sapevo tirare di brutto. Gli chiesi se mi poteva procurare della roba buona. Disse di sì. Non mi amavo. Dovevo dimostrarmelo.
Poi tornavo a casa dopo una giornata di resistenza e quella mi toccava e mi baciava per capire se le ero stato fedele. Ed io allora pensavo a Maria A.
Decisi di smettere di fare sesso con lei. Iniziai a corteggiare la commessa con la minigonna. Per passare il tempo. Lei civettava, ma mi interessava forse meno del culo da violare di quel bastardo di Gianfranco, se possibile. Pensavo solo a Maria A.
Perché un uomo va all'inferno senza preavvisi?”, mi chiedevo in quei giorni. Ma la risposta non la cercavo. Non avevo voglia, se non di corrompermi, di rovinare tutto, di ascoltare i miei istinti più primordiali. Era impossibile amarsi. Era impossibile assolversi.
Una notte, dopo aver bevuto due bottiglie mignon di grappa friulana, tornai a scrivere a Maria A.: “Non mi hai preso sul serio e ti capisco. Non sono un molestatore. Non sono uno stalker. Non sono pazzo, almeno credo di no. Voglio rettificare una cosa fondamentale: non penso solo a fare l'amore con te. Penso al tuo piacere. Solo al tuo. Vorrei farti godere. Vorrei guardarti godere e poi dormire. Il piacere. Del mio me ne frego. Come me ne sono sempre fottuto. Scusami per questo, non ho giustifiche. Giuseppe Corrado Civera.”
Mi vergognai moltissimo all'alba, quando tornai lucido, fragile come il mio respiro, cullato e recluso nel buio e poi di nuovo uomo di merda per gli svolgimenti quotidiani.
Lei dormiva accanto a me. Aveva le guance rigate di lacrime. Aveva pianto nella notte. Mi sentii un uomo inutile. Più di sempre. Incapace di emanare calore. Incapace di amarsi il minimo sindacale per essere amore e non solo smania.
Incapace di perdonarsi la nascita. Incapace di accettare la reale lontananza del tramonto. Solo fulmini, atomi killer, mal di stomaco, canna di pistola in bocca e l'equivoco del vecchio demone da tenere buono, in grembo, come il giocattolo più bello per il figlio che non avevo. Il mio unico figlio era il mio mal di vivere, che avevo mandato nei collegi più prestigiosi del mio creato friabile, le spiagge deserte, la madre che mi moriva dentro ogni giorno, per quattro gocce di pioggia, per una bambina in lacrime in un'auto, per un animale domestico malato, per una lettera di rifiuto, per un mal di testa con cipressi e onde alte, per le mani della donna che non riuscivo ad amare, per la colpa dell'amore filiale riflesso male negli specchi delle vecchie case, per il mio istinto di finire, finire il prima possibile con addosso un nome impossibile.

-continua-


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