25/10/15

Distrazioni, sensibilità, punti di rottura


Mi sveglio e guardo l'orologio.
Sono le 5e42. Regolare. No, sono le 4e42, è tornata l'ora solare. Poco male.
Esco sul balcone. La luce fuori è una delusione totale. Non ha nulla che io possa sovrapporre a “Celestial” degli Skyharbor, una canzone che ormai è un dolcissimo modo per tormentarmi. La luce è una delusione, perché non è davvero notte fonda e nemmeno l'alba. È uno di quei momenti di luce incerta, indefinita, ma senza fascino. Sono pretenzioso. Devo innamorarmi dei colori, altrimenti non partecipo. Spesso ho pretese assurde. Chiedo molto anche alle atmosfere. Sono fondamentali.
Mi è necessario, per esempio, riuscire a percepire la solitudine anche in mezzo alla gente, alle chiacchiere, alla confusione. La solitudine con le finestre accese mi è necessaria come l'aria.
Il mio sguardo deve sempre trovare un punto di distrazione e di rottura, altrimenti impazzisco. I dettagli e le atmosfere mi servono a resistere. Resistere come potrebbe piacermi.
Una finestra sbrecciata al quarto piano. Un uomo con il cane che fuma. Donne che corrono per non bagnarsi i capelli quando piove. Quelli che partecipano alle cerimonie e li vedi fuori le chiese ed i ristoranti con un'aria smarrita, educatamente dimessa. Le insegne dei negozi, quelle più virate al verde scuro, quando fa sera. La grande delicatezza che trovo nelle persone che si credono brutte, ed invece sono bellissime. Belle più della più celebrata bellezza. Ma non lo sapranno mai, il tarlo rimarrà per tutta la vita, crederanno di dover rimediare alle imperfezioni. Ed invece quelle imperfezioni sono uno dei rari esempi di poesia senza parole.
Se la luce del mattino non mi affonda con qualche sfumatura di colore, con qualche pesante cilindro di viola denso e punte di rosa infelice mescolato ad azzurro stupido, io non ho piacere ad alzarmi.

Ieri, per strada, pensavo con un'ombra d'astio alla sensibilità. La sensibilità. Bella parola. Ma non è solo una parola; è qualcosa che ti preleva da dentro in continuazione. E non in maniera indolore. A volte ti prosciuga, ti fa ammalare nei momenti migliori. Può succedere proprio per strada, soprattutto quando ti ritrovi in uno scorcio deserto e lei ti chiede di fare i conti. E allora sei perso, smarrito. Sei un giocattolo senza scatolo, senza molla, ti senti un giocattolo che non vuole giocare. Sensibilità: vecchi vestiti da ricucire, caos tra ricordi e futuro, vetri appannati in cui ti vedi e sei obbligato a riconoscerti. Giacche da colloqui di lavoro, colloqui che diserterai. Stanze preparate per incontri. Che rimanderai. Storie che scrivi ma non ti racconti, richiami interni che non sono mai veloci come le voglie di piccole felicità. Finire in una canzone e non riuscire più ad uscirne, come in “Celestial” degli Skyharbor, “City cloaked” dei Burst e “One minute” di Michael Sadler dei Saga. Sensibilità che ti porta accanto a quei cassonetti di vestiti usati, ti trascina accanto a quelle campane bianche e verdi e ti chiede sottovoce se non sei anche tu un vestito usato.
Sensibilità che al mattino sembra viaggiare con una diversa potenza.
Certe mattine d'inverno hanno un odore fantastico, meglio anche delle sere d'estate; l'odore del tempo che passa. Mattine d'inverno che sembrano uscite da un film di Melville. Dalla scena iniziale di “Un flic” o da quella del rilascio dal carcere di “Le cercle rouge”. Un misto di legname, freddo, fumo e spezie sconosciute. Un odore che ti scavalca, diventa percezione, breve condizione, minaccia e poi sfuma. E tu torni l'imbecille di prima. Non sempre potrai dire di aver imparato qualcosa.

Ma troppa sensibilità finisce per sbavare. Torta con troppo lievito e rossetto di zoccola. Tenere in un recipiente caruccio e decorato la sensibilità è un'utopia. Cercare di piegarla ad un'apparenza elegante e coerente è impossibile: la sensibilità è un magnifico esempio di bipolarità. Dalla tenerezza alla violenza a/r, dal blu magia ai lividi, dalle suggestioni fantasmatiche alle ombre cerbero. La sensibilità porta in fondo a rinnegarsi in continuazione, a diventare delle beffe ambulanti. Perché potrà sembrare che tu venda calore e dolcezza, ma la tua merce è prevalentemente gelida, meccanica, funzionale. E viceversa. A seconda delle atmosfere. A seconda della pienezza della fontana. Puoi metterci le paperelle per i bambini e impiccartici il giorno dopo. Capricci percettivi, tempeste interiori, stelle cadenti prese per pianeti morti, gesti di accoglienza restituiti con tanto di scontrino fiscale.
Se la sensibilità, a conti fatti, diventa consapevole e per questo ingestibile allora occorre rassegnarsi: è una tirannica troia. Tu non potrai decidere più nulla in completa autonomia. Sarà lei a cambiare gli specchi di notte. Lei a baciarti teneramente quando sei scuro e fottuto, lei a tradirti con il primo venuto quando ti sentirai stranamente certo di qualcosa. Sarà lei a girare nella pentola speranze, violenze, sogni, repulsioni, parole, racconti che non ti racconti, vitalismo esasperato, Caporetto emotive, spari, spari a salve, pistola inceppata per la roulette russa e fraintendimento di necessità. La sensibilità è il caos. Non puoi amarla. Non puoi scoparla. Non puoi scriverne. Non ti salva e tu non salvi lei. Non la puoi ingabbiare nel volontariato, nell'animalismo, nell'attivismo politico, nelle proscrizioni comportamentali. Quello è semplicemente stare al mondo in qualche modo che sembri utile. La sensibilità è quella Dea, quella troia che gioca con la tua vita senza chiederti mai il permesso.


LdP, 25/10/15








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