11/09/15

Una sbandata totalizzante


Nell'estate del 1988 mi presi una cotta colossale per una ragazza che alloggiava nella stessa pensione dove mi trovavo con i miei genitori. Avevo sedici anni, stavamo a Procida in uno di quegli hotel di livello medio-alto dove puoi trovare impiegati, professori, liberi professionisti e magari pure qualche intellettuale.
La ragazza si affacciava spesso al balcone dirimpetto al nostro e io perdevo quasi i sensi ogni volta che la vedevo. Tentavo di guardarla negli occhi, ma finivo per scappare subito dentro, timido e vergognoso. Oggi potrei dire che la ragazza era un incrocio tra Vanessa Gravina e Nastassja Kinski. La visione di quella creatura silenziosa mi sconvolgeva. Non avevo mai baciato una ragazza, mi sentivo in ritardo. Non era come ora, che a tredici anni hai già fatto tutto, oggi che le passeggiate romantiche e le dichiarazioni sono state sostituite bellamente dai pompini e da whatsapp. Al secondo giorno di vacanza, smisi praticamente di mangiare e mi addormentavo a fatica, fantasticando su quella fata indifferente e, mi sembrava, inafferrabile. Scendevo a mare malvolentieri, perché non la incontravo sulla nostra spiaggia; non so poi per quale inspiegabile motivo fingessi -ogni santo giorno- di leggere sotto l'ombrellone il quotidiano Helsingin Sanomat. Avevo la fissa per la Finlandia, in quegli anni. Tutte le mattine, andando appunto in spiaggia, acquistavo in edicola la copia -l'unica che arrivava- dell'Helsingin Sanomat.
Inutile dire che non ci capivo niente. Notavo solo che le vocali abbondavano, in modo quasi comico. Troppe “a” di certo. Da perfetto idiota, forse speravo che la ragazza potesse notare quella stranezza ed incuriosirsi. Sarebbe stato comico se avessi invece incontrato in giro dei turisti finlandesi e mi avessero chiesto un'informazione, vedendomi con il giornale.
In spiaggia portavo anche un walkman per cassette e mi sparavo ore e ore di Marillion, Queensrÿche e Bryan Ferry. Tutta roba molto emotiva che non faceva altro che accentuare i sintomi della sbornia per la tipa.
Mio padre si accorse di tutto, come sempre, e mi stigmatizzò. Si irritava che non toccassi più cibo quando la ragazza appariva nella sala ristorante, la sera. Disse a mia madre che ero un cretino. Poi, prendendomi da parte, mi spiegò che così non andava bene. Che non si può esagerare in questo modo per una ragazza. Che oltretutto non le avevo mai parlato. Io gli risposi che la familiarità e la confidenza rovinavano sempre tutto. Che i sogni perdevano senso con la conoscenza. Lo lasciai interdetto e si irritò ancora di più, se possibile.
In tre settimane di soggiorno in hotel, non scambiai una sola parola con la bella ospite. Feci pochi bagni. Pochissimi. Non mi abbronzai. Accumulai quindici copie dell'Helsingin Sanomat, che buttai solo qualche mese dopo a Napoli. In compenso, arrivai a conoscere ogni singolo secondo di “Boys and girls” di Bryan Ferry e “Clutching at straws” dei Marillion. Tornato in città, il mio umore era costantemente malinconico. Ero taciturno. Sentimentalmente costipato. Non so spiegare il perché, ma ero convinto che sarei stato sì con molte donne, ma nessuna mi sarebbe piaciuta come quella.

Fu anche, quell'estate, l'ultima vera vacanza che feci con i miei genitori. Dall'anno successivo, iniziai a partire con amici o trascorrere giorni folli in città, a scorrazzare per le strade deserte con qualche compagno di ventura, a caccia di ragazze ed emozioni.
Una sera, durante la vacanza, mio padre ci disse una cosa che ancora oggi riecheggia nella mia memoria. Eravamo in piazza, fuori ad una gelateria. Tirava un vento fresco e la luce della notte estiva era bellissima, suggestiva, pervinca: “Guardiamoci negli occhi, perché questi momenti non torneranno mai più”.
Mia madre sorrise e lo prese in giro. Io precipitai in un abisso. Quella frase mi risuonava veritiera, amara, leggera ma crudele, sincera e spietata come ogni consapevolezza dovrebbe essere.
Ricordo che carezzai una guancia a mio padre, e mi sentii d'improvviso adulto, troppo sensibile e con mille condanne pendenti addosso. Era proprio così.

Più volte, nel corso di quegli anni nervosi, liberi e anche disperati, mio padre tornò sul concetto della mia eccessiva passionalità e del furibondo trasporto che provavo nei confronti delle donne. Mi consigliò di mantenere la calma, perché l'emotività e l'idealizzazione sono sirene pericolose. Gli davo ragione, ma non riuscivo a fare altrimenti. Le “andate via di testa” totalizzanti erano la mia specialità, per quanto brevi e anche capricciose. Non mi bastava niente, volevo sempre di più. Quando mi sembrava di potermi accaparrare un sogno reale, già deviavo verso una suggestione più difficoltosa, una passione più improbabile, una di quelle che ti costringono -idealmente- a scegliere tra amore e morte.

Nell'estate del 1991, come seguendo un immaginario filo che si arricchiva di sassi colorati e trappole, mio padre mi parlò di nuovo della mia smodata propensione a passioni contraddittorie: “Finirai con il trovarti nei guai. Datti una calmata”.
Non so se in quell'occasione ebbi ancora per lui un gesto tenero, fatto sta che aveva ragione. Però sentivo che la vita era troppo breve, che passava in un soffio e così si stava dipanando. E dunque sentivo la necessità di forzare la mano, di divorare gli attimi, di lasciarmi sopraffare per rinascere ogni volta più ferito e, nella mia ingenua follia, più completo.

Oggi che ho superato di qualche anno i quaranta e mi accorgo che le cicatrici sono diventate un vero e proprio hotel di lusso per la mia anima, più della ragazza irraggiungibile ricordo quella frase di mia padre in piazza quella sera, ricordo il suo sguardo e la sua verità e mi sento così ininfluente verso i sogni della vita da essermi tolto finalmente un peso.

Luca De Pasquale, 11 settembre 2015

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