02/09/15

Un foglio bianco sul mare sbagliato


"Il fuoco attrae l'uomo che vi si identifica"
Elias Canetti

Scrittura ruffiana. Scrittura ad effetto. Scrittura comprensiva. Scrittura avvolgente e non respingente. Scrittura che cerca di passare messaggi d'amore nei quali identificarsi. Per guarire. Per stare meglio. Per affrancarsi da vecchi dolori. Scrittura abbraccio, con citazioni al punto giusto, arpione emotivo, gancio universale. Scrittura che flirta con il jazz, con la pittura, con il sesso caricato magari di senso trascendente, scrittura che si vende in tempi di guerra con il lampeggiante “pace”. Scrittura che ci chiede di tornare bambini, ragazzi, ai primi amori, che ci convince della bontà della nostra sensibilità. I lettori sono sempre grati a chi li abbraccia. I lettori omaggiano facilmente gli artefici di un'identificazione.
Sono seduto in questo bar, considero queste cose e intanto la mia grafia mancina somiglia a dei corvi che si mangiano tra di loro. La mia grafia somiglia a rondini private delle ali. Disegni di bambini che sono diventati incubi.
La mia grafia mancina è un miracolo osceno della notte. Senza grazia, senza tondeggiamenti, senza puntini e code, è un corpo a corpo tra entità -le lettere- che non si riconoscono. Le lettere si annusano, si presentano, qualche volta si scopano, si suicidano in serie, e così trovo che il foglio non è più bianco.

In questa mattina azzurro ovvietà, la mia scrittura è una nave incagliata in sabbie d'amore già partito, già passato per il rituale delle parole d'addio. Il foglio bianco penzola sul mio stomaco, perpendicolare allo sguardo, contrario al sole, il mio foglio bianco è breve come una canzone che mi ostino a non saper scrivere.
Fragile. Fortissimo. Non sapere cosa farsene di entrambe le sensazioni.
La mia testa stamane è un muro senza quadri, un vestito appeso nell'armadio di una casa al mare vuota. La mia testa è una lettera mai scritta e gli occhi che incrocio nella strada sembrano appelli, richieste, diffusa debolezza che mi chiede pietà e invece trova silenzio.
La bella donna che passa di fronte si guadagna gli sguardi degli uomini che sono attorno a me; la percepisco come un piccolo treno che transita in una stazione giocattolo.
Dovrei scrivere delle cose rassicuranti. Pensarle e poi scriverle. Viverle e poi elaborarle. Ma quando mi decido a scrivere è sempre troppo tardi: la luna è diventata uno sguaiato arnese di cucina che taglia, ho dimenticato tutti i titoli delle canzoni giuste, e per quanto riguarda me stesso non riesco mai a capire se posso farcela a setacciare brandelli di stelle, se sono in rampa di sogni o solo un animale ferito che si dibatte.

Sono le ferite a spingermi verso la scrittura. Quando iniziano a drenare, quando sputano novità sulle cicatrici, allora io scrivo. Scrivo meglio quando mi sento sopraffatto. Quando mi sento spacciato. Quando non posso gestire tonnellate di notti che reclamano tutte un posto speciale nel mio cuore.
Scrivo meglio quando mi rendo conto che sono precipitato nelle pastoie del malamore, quando un semplice sguardo è un'ultima missione, quando la bellezza attorno a me è più insopportabile del solito.

Stamattina in questo bar, con le briciole del cornetto nel piattino, con il mio fiato di caffè e nicotina, con i miei capelli spettinati, ho bisogno dell'inverno. Di una dose pesante di inverno. Il vizio sordido del freddo.
Posso sbattermi quanto voglio con il raziocino ed il rifiuto sistematico, ma sono solo un passionale incapace di resistere all'ansia dell'affanno, a quella voglia inspiegabile di tempesta continua che finirà per fregarmi sul serio.
Voglio una notte invernale. Una notte senza stelle e senza luna, dominata dal vento. Un vento spietato, che non fa dormire. Un vento che faccia vorticare i sogni come cartacce, nella più bella scena tagliata di un mediocre film.

Guardo ancora la mia grafia. Un serpente tagliato che scivola verso gli angoli sinistri della carta. Una partitura per basso profondo e respiro corta. Le mie lettere sono micce. Fiamma scura, equivocata, fiamma mai gestita.
Mi interessa più il vuoto della pienezza. Ogni emozione che mi spinge a scrivere somiglia ad un ultimo viaggio, eppure sono ancora qui. Con la mia età e le mie sigarette, con le mie fissazioni e le simpatiche sconfitte transitorie.

Oggi lascio il foglio in bianco. Oggi lascio il foglio sul tavolo, caduto dagli occhi e non ripreso dalla mia attenzione. Una coppia fa lingua in bocca al tavolo a fianco. Lingue rosa, brevi, bagnate. Il mare di fronte è una striscia di cocaina celeste che non richiama il cielo, piuttosto si pone come avversario. Come cosa diversa. Contrastante. Disarmonica. Per questo lascio il foglio in bianco, non c'è continuità tra terra e cielo, tra i miei passi e altri cammini, nel mio continuo disorientarmi bruciando, senza mai chiedere interventi urgenti, acqua, senso, furbizia aggiunta, consenso trasversale, abboccamenti.

Oggi sono un foglio bianco sul mare sbagliato. Oggi la mia impazienza di vivere ed essere fuoco è una barzelletta da non raccontare a nessuno.

LdP, 2 settembre 2015


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