25/09/15

Quel maledetto call center (per Stig Dagerman)


Alla memoria di Stig Dagerman, 5/10/1923-5/11/1954

Ci sarà un temporale”, dice l'uomo, “ci sarà sicuramente un temporale questa notte”

Stig Dagerman – I giochi della notte, 1947


Da giorni un numero mi massacra di telefonate sul fisso. Un vero massacro. L'altroieri dodici telefonate, ieri undici, oggi nove. Dall'altro capo del filo tacciono. Telefonate mute, probabilmente generate da un software cui non possono far fronte i dieci o quindici schiavi alle postazioni.
Ma le telefonate ai privati, chiaramente, arrivano lo stesso. In preda ad un cieco furore, li ho minacciati di morte. Ho messo a tutto volume “Angel of death” degli Slayer e ho cercato di capire come fargliela pagare. Mi scopro molto violento in queste situazioni. Tutto ciò che mi molesta mi rende in pochi istanti un completo borderline.
Alla fine li ho segnalati al Garante della Privacy. Spero la paghino in qualche modo. Ho smesso di rispondere e ho anche spento gli Slayer.
L'aggravante è che la mia linea telefonica è una merda, cosicché ogni qualvolta che squilla il telefono la connessione ad internet cade. Questa è un'aggravante. Accecato dall'ira, capisco di essere pronto a tutto. Mi sento come Aiace Telamonio con il gregge di pecore. Una variante, rispetto alla più comune identificazione con il Drogo di Buzzati, che aspettando cavalli tartari trova una morte ingloriosa e comune.

Mi contatta una sedicente associazione di melomani. Mi chiedono se voglio collaborare ad una mostra rock. Molto scettico, chiedo lumi. L'orrore mi avvolge subito: un guazzabuglio di 45 giri di Beatles, Rolling Stones, The Who, Led Zeppelin, Deep Purple e Genesis. Cedo subito allo sconforto e alla noia. Informo il gentile melomane che non posseggo 45 giri dei suddetti gruppi da esporre; se pure li avessi, non credo che li porterei in giro per costruirci sopra una marea di leggende inventate di sana pianta. Non ci accordiamo, e dopo poco è chiaro che il tizio ha iniziato a disprezzarmi. Pratica sperimentata, o sei con noi o devi morire. Io ironizzo, dico che mi devono chiamare solo se organizzano una mostra sui Killing Joke o su Mark Sandman, senza i Deep Purple tra i piedi. L'uomo non gradisce e chiudiamo velocemente. Un altro contatto andato in mona. Ma è risaputo: sono totalmente incapace di “lavorarmi” le persone. Non si tratta nemmeno di nobiltà d'animo. Non posso fingere di essere uno tutto di un pezzo. Sono uno stronzo anch'io. Solo che sono uno stronzo strutturato diversamente da molte persone che conosco, le quali subdolamente lavorano ai fianchi i contatti utili, rivelandosi delle perfette macchine sublinguali.
I commenti taglienti, le improvvide dichiarazioni, i coming out controproducenti, sono tutte cose che mi accompagnano da quando sono in fasce. Se c'è da sbagliare socialmente, io sbaglio. Non seguo la corrente, il flusso e nemmanco i salmoni. Per questo sono un totale stronzo anch'io. Perché dobbiamo dirci la verità: gli ammutinamenti sono noiosi quanto le leccate di culo. E non te ne vedi nemmeno bene.

Chiama di nuovo il call center. Resto calmo. Guardo il fumo della mia sigaretta finire sullo schermo del computer, sul quale stagna insipido un manoscritto altrui che sto revisionando, una specie di brodo di piedi che parla d'amore, di tumori e di uguaglianza sociale. Ma non c'è nessuna uguaglianza sociale e tantomeno economica; col cazzo. Questa è una guerra, anche se si finge di essere una sola cosa, la società che va verso il futuro. Non è vero. La società va ineluttabilmente verso un enorme buco di culo. Non c'è altro da dire o inventare.

C'è un momento della giornata di ieri che voglio incorniciare. Un momento per me sacro. La lettura. In questo caso, la rilettura di Stig Dagerman. Non è un'ossessione o una mania, sono realmente grato a Stig per quel poco che ci ha lasciato. Certo, Dagerman non incarna la “leggerezza” che va tanto per la maggiore oggi, e questo per me è un sollievo.
Ieri momento magico. Tutti a dormire. Silenzio fuori e pioggia nel parco. Poche luci. Nessun televisore invasato, nessuna festa. Solo io e il libro di Stig Dagerman. “I giochi della notte”. Meraviglioso.
La luce sul comodino, il portacenere lavato, l'aria pungente. Io e lui. Io e le parole di Stig Dagerman. Quasi meglio del sesso. Di sicuro diverso e più sensato.

È una sera che precede una notte di temporale. Una sera adatta a guardare fotografie e a scrivere lettere. Lettere serene e tranquille su piccole cose, destinate ad amici non troppo intimi o a parenti lontani. O a guardare fotografie. Una scatola piena, da rovesciare sul tavolo. Nella luce del crepuscolo è come se sul piano di mogano fosse scesa della neve, poiché parte delle fotografie è caduta capovolta. Sono queste fotografie che la donna prende con la punta delle dita e gira con un gesto quasi isterico, come quando si gira una pietra piatta aspettandosi di trovarvi sotto delle bestiole brulicanti”

Questo è l'incipit de “Lo sconosciuto”. Per me, di una bellezza da brividi. Amo rileggere Dagerman quando ho bisogno di mettermi ordine dentro, quando sento che sto derapando, che sono ai limiti del sogno e posso colare fuori dalla tela sbagliata. Quando mi sento solo, c'è Stig Dagerman e la sua scrittura, che mi fa innamorare ogni volta come fosse la prima. Dimentico i call center maledetti, il vizio del fumo, la poca furbizia, l'insopportabile caldo del sud, l'insopportabile arroganza della società civile che continua a pisciarsi sulle scarpe e gridare al miracolo del sole umano. Dimentico che non ho più vent'anni, che il tempo a disposizione è diminuito. Dimentico volutamente che non ci sono garanzie in giro. Vere garanzie. Dimentico i tradimenti, gli scambi di persona, le passioni rinculate, le sliding doors che invece erano saldate alla paura. Dimentico che l'idea stessa di amare è una follia irrazionale, traballante sulle palafitte malferme della chimica, della fiducia, del caso e della volontà sempre corruttibile. Dimentico persino la mia scarsa propensione alla “cosa giusta”. Siamo io e Stig, lo scrittore che chiedeva di essere dimenticato spesso. Non sono la persona adatta cui inoltrare una richiesta del genere, caro dolce Stig. La tua scrittura, ancora oggi, è uno di quei petali veri e carnosi attaccati ad un fiore perennemente in vendita, un fiore cieco e capriccioso che suole chiamarsi letteratura.

Luca De Pasquale











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