01/09/15

Piccola guida a grandi bassisti (non sempre ricordati degnamente)


Quello che mi stupisce sempre -e quasi sempre negativamente- negli esseri umani è la mancanza di curiosità. Quasi più della mancanza di passione. E questo vale per ogni ambito, per ogni campo, per ogni emozione possibile.
Spesso ci si contenta e ci si accomoda in quel che si conosce, in quello che è sperimentato, acclarato, ben manifestato e anche socialmente accettato.
Vale anche per la musica. Ho sempre scritto che non condivido assolutamente il fossilizzarsi su un genere, su una manciata di artisti, su un movimento delimitabile nel tempo.
Per quanto riguarda il basso elettrico, devo dire che anche qui l'atteggiamento degli appassionati (e parlo degli ascoltatori più che dei musicisti stessi) lambisce pericolosamente la monotonia, se non la monomania.
Conosco persone totalmente convinte di saperne tantissimo al riguardo, ma che gira gira non fanno altro che continuare ad inseguire il suono di Jaco, di Stanley Clarke, di Jeff Berlin o Alain Caron, oppure finiscono con il dirti che dopo Marcus Miller è il diluvio.
Lungi da me tentare di scrivere un compendio di bassisti da riscoprire -ci vorrebbe un libro, non una nota-, però mi chiedo sinceramente se tra i tanti bassofili in giro ci sia una reale attenzione verso nomi meno noti ma che hanno inciso profondamente nella storia e nell'evoluzione del basso elettrico.
E parliamo di rock, naturalmente: perché i bassisti fusion -ahimé- tendono a ripetersi all'infinito. Parliamo di rock, ma non necessariamente di dischi solisti; con gli anni ho imparato che le cose migliori i bassisti rock le hanno dispensate in giro anche solo come turnisti.

Volendo tentare la stesura di una piccola mappa, non geografica e nemmeno troppo filologica in senso temporale, possiamo prendere in analisi alcuni musicisti assurdamente sottovalutati. Partiamo da loro.
E iniziamo con Rick Kemp, bassista dei folk rockers Steeleye Span e più tardi collaboratore insostituibile del fantastico chitarrista Michael Chapman; al suo attivo anche tre dischi solisti pregevoli. Kemp è un bassista versatile, di buon gusto e amante del fretless. Uno dei numi tutelari della scena inglese. Come nel caso dello scozzese Alan Thomson, che nei lavori del mio amatissimo John Martyn (nella parte finale e scioccamente trascurata della sua carriera) ha sfoggiato una competenza tecnica incredibile ed un modo di suonare il fretless molto passionale. Un bassista se vogliamo simile a John Giblin, prezzemolino nobile del rock inglese, nei ranghi con Brand X nel dopo Percy Jones e nei Simple Minds, tra i tanti altri. Tecnica, solidità, dinamismo ed eclettismo.
A proposito di rock inglese, con sfumature sia prog che blues, interpreti del basso da mandare giù a memoria sono il compianto Alan Spenner (Kokomo, Joe Cocker, Roxy Music), il grande Bill MacCormick (801, Random Hold, Phil Manzanera e comunque in aree wyattiane e Canterburyane, anche), il solidissimo Chris Glen (Sensational Alex Harvey Band, Cozy Powell, Michael Schenker), l'ottimo e versatile Colin Pattenden (storico bassman della Manfred Mann Earth Band), l'incredibile Neil Murray, che nei primi anni di carriera, oltre alla sua band icona Whitesnake ha suonato con Colosseum II e National Health, sfiorando dunque anche il rock progressivo e Canterbury. Impossibile poi non citare i bassisti di area rock blues più solidi e determinanti nei contesti sonori che sono andati ad arricchire: Dave Bronze, Dave Markee (entrambi alla corte di Eric Clapton, ma è solo il nome più eclatante, hanno suonato ovunque), il leggendario Carl Radle (Derek&The Dominoes, Eric Clapton), Mark Clarke (Tempest, Colosseum, Mountain), Davie Paton (Alan Parsons Project, Camel, Fish, Elton John nel periodo ottanta, Pilot, bravissimo al fretless), Colin Bass (Clancy, Camel, solista), Steve Lamb (grande al fretless con il superbo e sottovalutatissimo stralunato poeta/singer Kevin Coyne e poi con Robert Wyatt), Bob Sapsed (Morgan Fisher), Dee Murray (perché non era facile suonare il basso in quel modo e con quella misura nelle band di Elton John), Greg Ridley (fantastico negli Humble Pie), Jimmy Lea degli Slade, Jim Rodford (Kinks, Phoenix, Argent), Keith Ellis (Boxer), John McVie (sottovalutato: una roccia con John Mayall e i Fleetwood Mac), Peter Giles (King Crimson e non solo), il mai troppo venerato Larry Taylor (John Mayall e Canned Heat), Kenny Gradney (eccelso bassista dei Little Feat, gusto, tono, profondità), Tony Reeves (nei Colosseum originali e anche nei Curved Air), Ric Grech, supercreativo bassista violinista e artefice di pagine uniche con Traffic e Blind Faith, Roger Newell (indispensabile con Rick Wakeman), il superfuzzy e superdistorto Ron van Eck dei Supersister, band olandese insuperata ancora oggi, gli olandesi Bert Ruiter e Cyril Havermans (tra gli altri con i Focus), i giapponesi Tetsu Yamauchi (Free, Samurai), Masayoshi Kabe (Pink Cloud), Shigeru Matsumoto (Creation), l'irlandese Gerry McAvoy, spalla storica di Rory Gallagher, poi nei Nine Below Zero e autore di un'interessantissima autobiografia, Richard McCracken (Taste e Stud), Alan Davey (negli Hawkwind e artefice di una carriera solista space rock molto originale), chi poi ha mangiato in molti piatti tra cui quelli prelibati di Rod Stewart (Phil Chen, Jay Davis), la meteora David Margen (Santana, con il quale ha suonato anche il fantastico Doug Rauch), il canadese Neil Merryweather (molto interessanti i suoi dischi solo degli anni settanta), Trevor Bolder (David Bowie, Uriah Heep, Wishbone Ash), Mel Schacher (Grand Funk Railroad), Nic Potter (Van Der Graaf Generator e Rare Bird), Keith Missile Bailey (Here&Now), il bassista intellettuale John Greaves (nei National Health ma stupefacente autore colto tra echi di Canterbury e derive francesi, splendidi i due recenti dischi dedicati a Paul Verlaine), Clive Chaman (Hummingbird e Jeff Beck), Doug Ferguson (prima fase dei Camel, collaborazioni importanti come quella con Phillip Goodhand-Tait), Bob Brunning (primo bassista dei Fleetwood Mac ma da ascoltare anche con la Brunning Sunflower Blues Band), Tristram Margretts (con Greg Lake, Spontaneous Combustion e Time), i tedeschi Hellmut Hattler (Kraan, Liliental, Highdelberg), Uli Trepte (Guru Guru), Lothar Meid e Klaus Voormann, storico sessionman e disegnatore che qualche anno fa ha celebrato la sua carriera con uno splendido box limitato, “A Sideman's journey”, dove il titolo spiega davvero tutto.
Gordon Haskell è nato come bassista nei The Fleur De Lys e ha suonato il basso in Lizard dei King Crimson, ma si è successivamente reinventato crooner e cantante di classe; ciò non toglie che fosse un ottimo strumentista con coriacee basi blues.
Ma sono solo alcuni casi. Una menzione a parte meritano i vari bassisti fuoriusciti dall'ambito Caravan, e cioé John G. Perry, uno dei primi endorser dei bassi Wal, membro dei Quantum Jump e autore di due buoni dischi solisti, Rick Biddulph (confluito poi nei Caravan Of Dreams del suo leggendario predecessore Richard Sinclair), Michael Wedgwood, Dek Messecar e Jim Leverton, autore di un disco solista discreto e di tre bei dischi con il violista Geoffrey Richardson.
Fred Thelonious Baker, con gli In Cahoots di Phil Miller, ha applicato alla scena aperta inglese la lezione di Jaco Pastorius; ottimo chitarrista anche, ha pubblicato tre dischi solisti di cui uno solo con il basso come main instrument, e cioè “Missing link”, notevole.
Caso a parte è rappresentato da John Gustafson, vera icona del basso rock in Gran Bretagna, anche lui pionieristico endorser dei Wal e granitico esecutore con la Ian Gillan Band, Baltik, Ablution, Pirates, The Big Three, Quatermass, Hard Stuff e tanti altri; un tono corposo e ruvido, adattissimo all'hard rock ma capace di trovare spazio e senso in alcune incarnazioni dei sofisticati Roxy Music (e qui non trascuriamo un altro ottimo bassista, Gary Tibbs); credo che John Gustafson non abbia avuto i riscontri che meritava e negli ultimi anni della sua carriera e della sua vita (è morto l'anno scorso) è stato letteralmente dimenticato.
Nei Soft Machine, invece, oltre al grande Hugh Hopper (del quale qui non parliamo, perché è uno dei riconosciuti, come meritava), è transitato un caso atipico e meraviglioso: Roy Babbington. Babbington padroneggiava tanto il contrabbasso che il basso elettrico, ed è riuscito nell'improbo compito di reggere le fila del miglior british e prog rock (Chris Spedding) quanto del jazz inglese più evoluto e rivoluzionario. Un musicista di una completezza incommensurabile.
Nei Colosseum II capeggiati da Gary Moore, dopo il primo disco registrato con il favoloso Neil Murray, è subentrato John Mole, bassista dal tono robusto ma anche dal registro raffinato, il quale ha in seguito suonato su dischi di Gary Moore stesso e Barbara Thompson. Anche lui scomparso prematuramente e sottostimato imperdonabilmente.
Non potremmo immaginare gli XTC senza Colin Moulding al basso; giostrare tra psichedelia, finto pop dolciastro di gran classe, post punk imprevedibile e citazionismo Beatles non è roba per tutti. D'accordo che Andy Partridge è un genio, ma conta tantissimo anche Colin.
Nei Gong sono passati Mike Howlett, eccellente bassista e produttore, Hansford Rowe, più tardi nei Gongzilla, il già citato Keith Missile Bailey e Dave Sturt, specialista del fretless che aveva fatto furore con i Jade Warrior (Breathing the storm è da avere).
Gli Utopia di Todd Rundgren hanno potuto contare su due ottimi professionisti dello strumento, prima John Siegler e poi Kasim Sulton, che poi è andato a rimpinguare i Blue Oyster Cult del dopo Joe Bouchard e i New Cars del dopo Benjamin Orr. Cinque dischi solisti più che dignitosi con gradevoli spunti AOR.
Jack Blades, prima delle più semplici avventure rock/aor con i Night Ranger e i Damn Yankees, ha suonato in due ottimi dischi dei Rubicon, all'insegna di un funky rock molto bassistico. Ottimo strumentista, come molti ha sacrificato l'intraprendenza preferendo la forza del collettivo.
Keith Ferguson è stato un magnifico bassista blues rock; suo lo sporco lavoro nei Fabulous Thunderbirds e nei trascurati Tail Gators.
Il finlandese Pekka Pohjola è stato uno dei migliori bassisti al mondo in area progressive, con i Wigwam ma anche e soprattutto innescando una carriera solista i cui primi frutti erano album davvero interessantissimi; anche lui scomparso prematuramente. Un altro grandissimo della scena inglese è stato Mo Foster, capace di suonare con grande classe in contesti diversissimi e quasi inaccostabili: Affinity e Michael Schenker Group, Gerry Rafferty ed Adriano Pappalardo (!!! Ma non scherzo: nell'album “Immersione” del 1982, nel quale il vulcanico performer contava sulla collaborazione di Lucio Battisti, Mo Foster suona da Dio, ascoltare per credere), Jeff Beck e Chilliwack.
Gli Ozric Tentacles, storico gruppo tra psichedelia e space rock, hanno prodotto uno dei migliori bassisti degli ultimi decenni in Roly Wynne, morto suicida in giovane età ma in grado di colorire con i suoi giri tutta la musica della band, in un'orgia concentrica e profonda che dava ordine al caos chitarristico e tastieristico. Eredità ben raccolta in seguito da Zia Geelani.
Nick Beggs è stato fondamentale e riconoscibile nei Kajagoogoo (il giro di “Too shy” è pura leggenda bassisitica) ma è anche un virtuoso dello stick: adesso gravita con stile nella scena rock, toccando spesso il prog. Ian Maidman si è distinto con David Sylvian, come Camelle Hinds negli Style Council.
In Francia, come è risaputo, la scena è sempre stata vivida. Da Laurent Thibault, Daniel Haas (Ange), Joel Dugrenot, Philippe Talet, Bernard Paganotti, l'immenso Jannick Top, Francis Moze (passato anche per i Gong era holdsworthiana e con in cascina un bel disco solista di stampa privata, “Naissance”, molto bello), Papillon, Rido Bayonne (Spheroe) e mille altri.
Tra i progenitori, impossibile non citare Rand Forbes degli United States Of America; nel 1967 non era facile immaginarsi un suono fretless. Ma, del resto, anche Rick Danko lo usò con successo negli anni della Band.
Di Gary Thain (Uriah Heep) non ci sarebbe bisogno di parlare qui, perché un alone di mito accompagna lui e la sua scomparsa inquietante a ventisette anni, ma entra di diritto nella lista di quelli che avrebbero potuto fare grandissime cose, se avesse continuato a vivere e suonare.
Con Van Morrison hanno suonato sempre bassisti efficaci e capaci di non sfigurare anche in formazioni allargate e “sporcate” di folk: l'impenetrabile David Hayes, Nicky Scott, Steve Pearce, la star del basso verticale Rob Wasserman, Brian Odgers (tra i tanti anche con Serge Gainsbourg), Mickey Feat, Kuma Harada, Richard Cousins, Bill Church.

Questa non vuole essere certo una panoramica esaustiva dei bassisti da riscoprire, tutt'altro; semmai un iniziale promemoria piuttosto istintivo. Non abbiamo considerato bassisti di area metal, turnisti pop, wavers ed epigoni del jazz rock. Nè desideriamo confinare in queste veloci liste musicisti clamorosi attribuendo loro l'ingiusta qualifica di “non apprezzati abbastanza”: di certo possiamo dire che si tratta di strumentisti ragguardevoli non SEMPRE ricordati con il necessario approfondimento.
Sarebbe troppo lungo ora fare necessarie puntualizzazioni, come quella che riguarda John Wetton, bassista di livello disumano, che ha però discutibilmente lasciato la perizia e la creatività strumentale in un angolo, soprattutto negli ultimi anni: dotato di una voce splendida, ha preferito probabilmente il ruolo di cantante e la scelta di suonare rock melodico ha inevitabilmente portato in secondo piano il basso elettrico. Ma è ancora incredibile andare a risentire i suoi lavori con i King Crimson, i Family, i Mogul Thrash.
Ci sarà tempo e modo, spero, di approfondire tanto altro e magari di scrivere una seconda parte di questa piccola ed umile guida. Le omissioni sono tante e questo sarà il giusto pretesto di una continuazione.

Luca De Pasquale, 1 settembre 2015

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