30/09/15

Perversione e intimità

Andrew Dasburg - Lucifer, 1913
Guardo le labbra di Silvano muoversi. Parla di cose che non conosco. Che non approfondisco. Di libri che non leggo. Di musica che non mi coinvolge. Leggo il labiale “Rolling Stones” e mi compiaccio della mia deduzione, e cioè che Silvano non ha ancora capito che non li ho mai seguiti. Silvano non ha mai fumato, così assume un'aria schifata tutte le volte che accendo una sigaretta, dunque molto spesso. Le sue labbra continuano a muoversi fiduciose, perché per lui io e lui siamo amici e siamo vicini, addirittura simili.
Magari Silvano sarebbe uno di quelli che al mio funerale sosterrebbe che eravamo amici per la pelle. Mai stati. Se non lo vedessi più, non sarei addolorato. Sono affezionato a lui come ad un momento non spigoloso. Ma non lo sento come un fratello. Forse perché, nello snobismo della propensione a tutto quel che si disgrega, non lo reputo capace di andare a fondo, di affrontare il niente o quello che somiglia ad una disciplina di reali privazioni.
Mentre Silvano parla e parla e parla, sono alle prese con il mostro silenzioso, l'assenza che parte da dentro e ti fa annuire anche se non stai seguendo. Guardo una donna graziosa che parla con un'amica a poca distanza da noi. La immagino con un cilindro argentato in testa e ho voglia di entrare dentro di lei con tutta la mia sporca coda di stelle al seguito. Con il mio esercito di straccioni emozionali sotto ricatto perpetuo. Con il mio battaglione di fedelissimi fantasmi, quelli che scrivono per la luna e poi non ritrovano mai i fogli.
Io lo so. Sono fregato. Completamente fregato. Chissà da quanto. Per questo la desidero. Per questo vorrei che indossasse per me un cilindro argentato, per questo vorrei che mi accennasse al suo uomo ufficiale e poi decidesse di farsi prendere e di prendermi. Gioco a perdermi. Gioco a fottermi. Gioco a squarciare le ferite senza essere un qualsiasi maiale. Il suo piacere sarebbe una dose, so che la rispetterei. Il problema non è il rispetto. Il problema è la mina esagonale che mi porto nel petto, la mina che va di moda tra gli angeli neri che non ho mai voluto, ma che a tutti gli effetti sono i miei parenti più prossimi.
Ho sempre finto di amare quelle donne che somigliavano a degli addii affascinanti. Perché non ero mai sicuro della mia permanenza. Perché la sola idea della permanenza certa è uno schifo assoluto e non confina affatto con l'Assoluto.
Silvano continua, forse ora siamo nella sua cucina, nelle sue abitudini, nel suo triste sesso con candele e avvisi, “attenta che sto venendo”, lo so che lui il profilattico lo scuce al buio, potrebbe sembrare un momento sporco e lui ha paura della sporcizia.
Silvano ed io non potremmo mai essere davvero amici, lui morirà esclusivamente della sua morte, sarà impegnato tutto il tempo a difendersi dalle difficoltà, a costruire il suo mondo, fissato com'è con il voler riconoscere l'odore di casa, degli affetti, dei suoi vestiti, dei suoi figli, dei suoi francobolli rari e dei suoi mal di pancia da abbuffate.
Provo desiderio per quella donna, che intanto si è accorta del mio sguardo da cane avvelenato. La voglio perché non guarirò. Se indosserà quel cilindro per me, commetterà un errore. Persino i giochi sessuali necessitano di qualche briciola di permanenza sostenibile. Ma io sono tetragono ed incorruttibile, in questo senso. Il desiderio fisico si sposa bene alla percezione della propria vita come un labile confine tra il troppo e il niente. C'è gente molto più intelligente e sensibile di me in giro, ma io ho una certa fantasia nel sabotarmi e nel fottermi dando le spalle a tutta la pubblicità di Dio che mi mettono sotto la porta.

La donna si tocca i capelli più volte, non le tolgo gli occhi di dosso. Se mi baciasse equivarrebbe ad uno sparo in faccia. Resterei senza occhi e con l'anima appesa al resto come una sacca ematica mezza vuota. Forse l'intimità vera è dotata di echi sinistri, forse nell'intimità che non sia solo paccottiglia e spaccio di umori, un duo di esseri umani decide di arrampicarsi ad una parete di ghiaccio per testarne la tenuta senza equipaggiamento. Mi prenoto per essere io quello che sceglie di cadere. A lei non deve cadere nulla, neanche il cilindro argentato. Non permetto ingiustizie in ere di buio. Al buio non si può essere ingiusti e banali.

Poi lei saluta l'amica e va via. Cammina guardando per terra, ed è così perché sa che la sto guardando, le sto dicendo addio, senza rancore e senza cilindri in testa.
Silvano intanto parla d'amore. Non so cosa voglia da me. Non siamo amici. I suoi amori mi sembrano dei formaggini. I suoi amori sono animali domestici in un recinto e nei suoi campi ci sono tanti di quegli spaventapasseri imbevuti di morale che Satana si annoia con lui e le sue difese estenuanti.
Silvano non cadrà mai. Si arrenderà solo all'ultimo respiro, protetto, sorvegliato, amato e tollerato dai suoi cari. Per me sarebbe già troppo. Non vedo oltre pareti di ghiaccio e cilindri argentati, perché sono un po' cieco e certamente arrogante. Come tutti quelli scivolati troppo presto via dalla strada maestra, quel puzzle per bambini buoni.


LdP, 30 settembre 2015

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