17/09/15

L'anima in perizoma


Oggi il mio umore è come la voce di Mark Sandman.
Sbandato, drogato, sotto alcol senza aver bevuto, un umore che cerca di accordarsi ad un sax inesistente, un filo di sax esiguo come il perizoma di una donna.
Quando mi sveglio, mi dico subito che tutto il ciarlare sull'anima -io sono il primo della lista- dev'essere una specie di gioco dell'oca per tutti i controversi freelance come me. Forse ho un'anima freelance. Forse la mia anima è appunto un perizoma senza niente dentro. La confezione di un gigantesco organo sessuale che invece di accogliere drena cieli, stati di necessità e parole che non pesano neanche i famosi ventuno grammi.
Leggo le mail e mi torturo la barba, gli occhi, i capelli. E fumo senza nemmeno accorgermene. Basta un dettaglio e mi infastidisco. Basta una frase che non mi piace. Un atteggiamento attendista. I tipi prudenti nei comportamenti verbali ed emotivi mi stanno sul cazzo. Forse la mia anima è come il personaggio di Chance in “Vivere a morire a L.A.”. C'è una scuola qui vicino. Vedo macchine e macchine che scaricano bambini. Magari sono tragitti di settanta metri. Tutti prendono l'auto anche per andare a comprare il giornale. Qui i ribelli leggono 'Il Fatto Quotidiano', i tradizionalisti progressisti non si fanno mancare 'Repubblica', i destrorsi e gli eversori fiscali leggono 'Il Giornale'. Schema fisso. Le mamme hanno gonne molto corte. Si portano. A volte si vede un orlo merlettato bianco sotto la gonna. Ti immagini cose che non ci sono e atmosfere che non si genererebbero. Forse la prepotenza del sesso è solo una farsa. Una farsa di mezz'ora con la bocca aperta e umori che poi si asciugano sulle lenzuola dopo quattro o cinque minuti. Le tracce organiche non hanno la forza di creare altri mondi: è desolante, se ci si pensa.
La mia anima non pesa ventuno grammi. Forse è solo un sospensorio. O una canzone laccata. Forse l'anima ha la forma del cazzo. O di una cornice di quelle terribili che ti vendono ad un euro a cinquanta, con il cuore stilizzato o l'orchidea che spunta fuori come un insulto all'intelligenza.
Ricordati della mia anima, sembriamo urlare tutti, e intanto scopami, fatti scopare, fatti sposare, leggi i miei racconti, fammi i complimenti e le carezze prima di dormire, dammi un figlio che voglio continuarmi anche dopo la cremazione, dammi dolcezza e garantiscimi un ristoro economico, se possibile.
Sono solo le otto del mattino ma giuro che metterei su un bel disco techno minimal e forse mi farei una dose. Al buio in un privè zeppo di spettri, con la mia anima perizoma a farmi fare figure di merda.

Un tizio vuole un'intervista, ma è come se gli dovessi leccare il culo e i piedi. Vuole che lo tratti come un Unico Inimmaginabile, il Re della “sua propria meravigliosa musica”. L'aria è quella di una marchetta, quindi abbandono subito il campo. Intanto, mi accorgo che quella giornalista che doveva recensire una mia cosa ha cambiato avatar al profilo google, passando dalle cosce accavallate alla scollatura orlata. A volte penso che dovrei finirla con i quadri di Munch e i fotogrammi di film dimenticati e passare ad una foto del cavallo dei pantaloni con l'ovatta dentro e la formina a sinistra. Ma poi attirerei spam, con tutte quelle finte donne cinesi e giapponesi del cazzo che si infilano le dita in bocca e non si capisce cosa guadagnerebbero se tu finissi con il fartelo in mano.

Una mail parla chiaro: “Cucina indiana e reading ad opera dell'autore Nevio Coguaro e dell'attrice Yvy Yvonnesca, installazione fotografico/sensoriale a cura del Gruppo 'Visioni a Testuggine', ti aspettiamo”
E tu continua ad aspettare pure, che ci mando la mia anima con la scacciacani. Maledetti reading. Con quelle voci impostate, con quelle voci a poesia, quelle note musicali vestite ad emozioni come le peggiori stilizzate checche nei film anni settanta. Cuore ed amore, sesso e piedi che si baciano dopo l'orgasmo per sancire, storie di saghe familiari, di cammini individuali nel bidet del mondo, rondini sul porto al tramonto, la prima donna non si dimentica mai, la prima morte è solo l'inizio di una serie, il primo tradimento è la prima vera ammissione di inadeguatezza morale ed affettiva. Prosa che si fa poesia, jazz che te lo succhia, poesia che prosa e allarga la scenografia su lacrime tenute in serbo per la commozione utile. Altro che i quadri di Munch. Quelli avranno rotto i coglioni a tutti. Poesia che fa plin plon come il pianoforte a picco sul mare, immagine borghese della sensibilità d'animo.
Comincia un'altra giornata. Giacca e cravatta e gru nei pantaloni, teleferica tra coglioni ed emisfero cerebrale, mi piaci e ti corteggio, amici che fanno gli amici sperando prima o poi nel bacio con la lingua bagnata e il futuro mai così vicino.
Caos. Disordine. Immoralità. Il diavolo sotto i bicchieri di casa. Il diavolo nello specchio da rossetto. Scrittura satura di alcol di pessima qualità, di ricordi scambiati come figurine, il libro richiama il blog che richiama l'uomo che a sua volta richiama a rapporto mani, dita, lingua, carta d'identità scaduta e il cazzo non può far altro che scegliere bungee jumping. Ma per farlo l'uomo attaccato deve essersi già impiccato tempo fa.
Lascio una poesia nel pianoforte che si staglia ridicolo al tramonto, aspetto i topi e non rispondo alle mail.

Luca De Pasquale, 17 settembre 2015

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