21/09/15

Labbra, cuore, specchio


Oggi mi hanno colpito due scene.
La prima, la vetrina di un fotografo. In prima fila sulla mensola di vetro -impolverata- campeggiava un album dal titolo “Fabrizio: i miei primi meravigliosi 18 anni”. L'immagine di copertina ritraeva il suddetto Fabrizio, un rubicondo e paffuto ragazzotto in giacca e cravatta.
Un album fotografico per una festa di 18 anni? Un album-sunto dei primi 18 anni di vita? Impensabile. Mi sono fermato e ho guardato il volto del ragazzo per almeno un minuto. Sorridevo a pensare come sarebbe un mio album “I miei primi contraddittori 43 anni”. Innanzitutto, in copertina non ci sarei io. Probabile un quadro di Bacon o Spilliaert. Nell'album non ci sarebbero che poche foto; più probabile che ci potessi inserire articoli, fotocopie di bollette, lettere di licenziamento, intimidazioni di Equitalia, corrispondenza con musicisti e artisti in genere. L'album vivrebbe massimo un mese, poi lo getterei nel fuoco. Odio le reliquie. I souvenir celebrativi. Odio puntellare la mia vita di eventi da ricordare. Una sorta di clessidra della morte, un abominio autentico. Non voglio ricordare giorni di calendario, voglio ricordare le sensazioni. Austerità assoluta, nessuna celebrazione.

La seconda scena. Squallidi tavolini di un bar a ridosso di una fermata d'autobus. Un ragazzo piuttosto in carne con l'alopecia, la sigaretta in bocca e addosso una tipica t-shirt di gruppo musicale non ben identificato. Mi sono chiesto chi stesse aspettando. O cosa. Me lo sono immaginato innamorato da anni di una che non se lo fila, se non come rincalzo. L'ho immaginato piangere segretamente per lei. Dedicarle delle canzoni che lei non degnerà della minima attenzione. Uno di quelli che scopa poco o pochissimo in attesa del grande amore, del rimborso spese del padreterno, della fantasia che diventa una colomba e non una macchina atta a massacrare. Finirà con lo sposare una donna che non ama, ma che è carina e devota. Finirà in canottiera a guardare sport. Porterà la bara dei suoceri, quando sarà il momento. Non ci sarà mai un vero istante di ribellione nella sua ingenua vita. E di questo mi dispiace.
Perché di fronte a prospettive del genere, io sceglierei mille volte l'autodistruzione. Non puoi sposare una persona che non ami. Non le puoi restare accanto, se poi scopri che non c'è niente. Che è stato un equivoco, una frizione di errori tra inguine ed arterie.
Me lo vedo, il ragazzo con la sigaretta in bocca, fare ragionamenti equilibrati sull'affetto da dare e ricevere, sui sacrifici di coppia e altre stronzate del genere. In troppi continuano a pensare che l'amore ci sia dovuto. Non è così. L'amore è qualcosa in più. È di certo un bel miracolo, ma sempre sorvegliato da uno stormo di avvoltoi pronti a fare scempio della prima incertezza fatale. L'importante è saperlo. Sapere che niente è garantito e niente è giusto di suo. Applicare un po' di inumanità necessaria alla proprie manie di rischio e tentativo. Tutto qui. Buona fortuna e niente fiori e neanche opere di bene; solo un fiammifero nella notte più fredda dell'anno o un bacio su uno specchio appannato, fingendo che siano labbra.

Poi arrivo a casa e il mio cuore è lucido come uno specchio sotto i colpi di straccio di una donna annoiata. Vorrei divorarmi il cuore e addormentarmi. No, forse no. Solo sostituirlo. Il mio cuore è un cross-fader. Il mio cuore è uno stick di rossetto nel quale hanno invertito e confuso i colori. È la luna che mi scrive in faccia e mi prende in giro. Il mio cuore è sopravvissuto ed io non ho mai imparato a perdonarlo per questo. Con lui uso il rasoio, la frusta, la parola, l'umiliazione della confidenza non richiesta, lo oltraggio con i miei capricci, lo sottovaluto, lo metto in castigo dietro una lavagna di ghiaccio. Lo costringo a guardare film notturni con me e le mie schifose sigarette. Lo deprimo, con le mie ipocrite tirate contro la bellezza. Perché sono un ipocrita, un pessimo attore, un baro e un mercenario per ripicca. Perché sono un volgare cronista di cicatrici e mi manca quasi sempre il coraggio migliore, quello della luce del sole.
E anche oggi, pur continuando a sorridere come un ebete, propinerò al mio cuore diapositive di luoghi abbandonati, poesie interrotte, rivoluzioni sessuali senza promesse, canali radio all'ultima trasmissione, battelli da lago che ospitano sempre almeno un personaggio di film o di libro, quel disco dei Church che è una corteccia scura e morbida come il letargo. E anche oggi sarà lui a compatirmi, fingendo di essere convinto di battere nel petto di un personaggio da film di Zurlini. Mi dirà che è vero, che somiglio a Daniele. Che ho quella nobiltà di distruzione dentro. E poi mi esorterà ad un gesto calmo, sensato, come si fa con i malati, con gli uomini in esilio, con i ribelli che non sanno maneggiare bandiere e dunque tornano bambini.


Luca De Pasquale, 21 settembre 2015



1 commento:

  1. Niente fiori. Niente saracinesche.
    Ancora fantasmi. Ancora nodi.

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