20/09/15

La ruga Steve McQueen


Writing is a defence against boredom, but it's also a cure for melancholy”
Bohumil Hrabal

Ho già scritto di Paddy McAloon e dei Prefab Sprout.
Ma quanto mi mancano. Lo so che Paddy fa ancora musica, a dispetto della sua condizione di quasi cieco, ma non è la stessa cosa. Mi manca “Steve McQueen”.
Perché “Steve McQueen” non è un semplice disco: è una condizione dell'anima. Niente di meno. Al di là di ogni becero gioco di etichette, che ormai mostrano tutta la loro pochezza, inflazionate in forum, libri, pagine social, chiacchiere saputelle senza passione. Con “Steve McQueen” ce ne si poteva fregare tranquillamente, di cosa fosse. Di quale recinto disciplinare gli fosse destinato. Non era solo pop.
Steve McQueen” ha cambiato molte vite di quelli che hanno la mia età. Quel mondo, quella condizione, sono poi venute a mancare. Con quel disco ti potevi innamorare anche di un pezzo di lego, un poster, una luce esterna, un odore di febbre. Con “Steve McQueen” eri semplicemente e meravigliosamente predisposto all'amore. Quali ne fossero le conseguenze. Una delusione, con quella magia di vinile, finiva per essere un pretesto per nuove sensazioni. Canzoni perfette. L'immagine della giovinezza che non si arrende davanti a nulla, che idealizza ed estetizza, sì, e che se ne fotte di soffrire per un po'. Tanto, sembrava dire l'immagine in copertina, ti innamorerai di nuovo e sarà ancora meglio. Quel mondo è venuto meno, alla fine dei conti. E con lui, anche le cause, le conseguenze, la sventatezza, l'ottusità, la caparbietà, la capacità di guardare nell'acqua torbida e scovare comunque sirene.

Sono trascorsi trent'anni da quando acquistai quel disco. Non sono mai guarito. Sono ancora perdutamente innamorato di quei solchi, ma è come guardare la foto di una bellissima donna mai più incontrata, che oggi si può solo immaginare parzialmente sfiorita e purtroppo -sì, purtroppo- pacificata. Imborghesita. Smemorata. Una donna che non avresti mai il coraggio e la sfrontatezza di ricontattare, per il terrore di ottenere in cambio una visione deprimente, di letale malinconia. Non c'è niente di peggio di ricordare chi potevi amare o chi ti ha amato, finendo per conservare solo la sensazione di una porzione di tempo sopravvalutata.

Ogni tanto mi rifugio in “Steve McQueen” e anche nei dischi successivi dei Prefab. Probabilmente per sfuggire a quella follia invecchiata del settorialismo musicale. Coinvolto anche senza voglia in sterili discussioni tra puristi, so che se torno verso i Prefab Sprout e Paddy McAloon non dovrò districarmi tra diktat, ampollose e ridondanti descrizioni della musica e del contesto che l'ha generata. I Prefab Sprout erano un modo di sognare, di non arrendersi. Di concepirsi, soprattutto, come creature difettose ma in grado di amare. Di amare sul serio. Di rivoluzionare tutto per seguire istinto e passione.
Oggi sento latitare quel coraggio forse sciocco, non tanto nelle persone quanto nell'aria. Quell'aria, quella scenografia tra sogno e veglia, sono estinte quasi del tutto. Spesso mi guardo attorno e non vedo altro che ragionieri affettivi. Gente che urla ai quattro venti di amare ed essere riamata, ma che in effetti si barcamena tra psicologia da latrina, romanticismo da sgrassatore per il cesso, con l'aggiunta di insopportabili tempeste calcolate e sterzate grottesche e fuori tempo verso l'errore consapevole.
Gente che dovrebbe finire a Forum, in quelle farse attoriali di bassissimo profilo che vorrebbero convincerci della loro autenticità. Prendi un guitto di Pordenone ed uno di Napoli, mettili insieme a raccontare che erano amici per la pelle e che hanno litigato per una donna. La quale poi si presenta in studio e dall'accento scopriamo che è di Perugia. Jules et Jim in versione per ebefrenici, con tanto di giudice fasullo.
Mi manca da morire Paddy McAloon. Come se lo conoscessi. Come se parlassi del mio migliore amico, io che per scelta ne ho pochissimi e che prima di fidarmi del tutto dovrò farmi un catetere.
Sulla mia carta d'identità, quel fetido rito di riconoscimento cartaceo, vorrei la foto di Paddy sulla copertina di “Steve McQueen”. Ma mi andrebbe anche la foto del fratello Martin, per inciso un bassista di gran gusto (ecco che anche io scacazzo fuori dal vaso emotivo per mostrare la competenza, come siamo deboli e penosi).

Il 1985 non tornerà mai più. Sto diventando sempre più blu, con il passare del tempo. Appena mi distraggo, finisco a sgranocchiare il mio enorme croccante al gusto malinconia. Me ne sbatto dei miei capelli grigi, delle rughe d'espressione, degli acciacchi fisici che mi ricordano la fine delle energie inesauribili. Me ne frega invece che quel disco ancora è unico, irripetibile, e che mi fa un po' male, lo ammetto. L'ho già detto e scritto troppe volte, che tutto ciò che mi piace è un mezzo dolore.
Stasera il vento è finalmente fresco, stasera non mi sento particolarmente giovane ed ecco che quel disco torna a girare sotto la puntina della mia malinconia, un disco rotante che sprigiona bellezza non ammuffita e che si muove dentro di me come un'affettatrice.
Non so quante rughe ho adesso, proprio mentre chiudo questa breve nota, ma è certo che la più profonda e tenera, probabilmente tenera, è quella di “Steve McQueen”.

Luca De Pasquale, 20 settembre 2015

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