18/09/15

Interno notte


Ululano i lupi al freddo,
in città rispondono i cani;
il sole tramonta dopo mezzogiorno,
la notte comincia nel mezzo del giorno.

Ululano i lupi nel buio,
nelle strade è la luce dei lampioni,
come nel cielo l'aurora boreale
sopra gli ammassi di case.

Ululano i lupi nei fossi,
ritrovano la voglia di sangue
desiderano monti e boscaglie
quando vedono il fuoco dell'aurora boreale.

Ululano i lupi sul monte,
rochi ululati d'odio,
in cambio della loro libertà
castità e sbarre hanno avuto dagli uomini”

August Strindberg


In giro ci sono poche persone alle quali in effetti gira bene. Il resto, con qualche sfumatura, mangia molta merda. E soffre. Non vede l'ora di digerirla, la merda. Di dimenticarla. Di passare improvvisamente al dolce. Il riscatto e la rivalsa sono diffuse ossessioni.
A chi patisce in questo modo, e sono in molti, molti anche a non ammetterlo, suggerirei di chiudere completamente baracca. Soprattutto socialmente. Di accettare l'invisibilità e di rovesciarla come un calzino. Di tagliare i ponti con rami secchi, contatti ed abitudini inutili, affetti massacrati di noia, speranze fraintese dal primo istante.
Chiudetevi quel cazzo di facebook, per cominciare. E tutti gli altri social a seguire. Non chiamate quell'amico ormai distante per inerzia, ogni nove giorni. Smettetela di fissarvi con persone che non vi vogliono. Che non vi ameranno. Che non vi scoperanno. Che dei vostri hobby, delle vostre passioni e delle vostre sofferenze se ne fottono.
Piantatela di farvi delle storie per non restare soli. Piantatela di idealizzare artisti, scrittori, cinematografari, giornalisti che sembrano più intelligenti di voi, musicisti che sembra suonino per voi ma che non possono neanche immaginare che siete vivi.
Accorciate le distanze. Accorciate e bruciate le propaggini.
Quello che non funziona va mandato all'inferno. Chiuso, fattura, arrivederci e grazie. E vaffanculo. Elegantemente. Con una bella giacca da camera e un sigaro in bocca o su per il culo.

Da tempo non ne potevo più di queste farse. Svicolavo, mi dibattevo, risultavo contraddittorio, conflittuale, inaffidabile. In realtà stavo cercando di uscirne. Una volta per tutte e senza rimpianti.
Luca lo scrittore”. Non mi sono mai qualificato in questo modo. Luca chi? Lo scrittore chi? Oggi gli scrittori sono quelli che mostrano le copertine dei loro libri, quelli che si fanno i selfie. Quelli che parlano al cuore e al pancreas della gente, strizzando l'occhiolino fresco e pulito da piccoli marinaretti. Non è un sogno e non è una qualifica “Luca scrive”. Non siamo in una canzone della Pausini. La maggior parte delle canzoni italiane moderne è una merda e non voglio finirci dentro. Neanche per sbaglio.
E basta con le stronzate di contorno, i riconoscimenti facciali ed interiori. Mi sembra di conoscerti, ti dicono. No, non mi conosci. È così che le persone restano deluse. Come quella storia che sembravo uno -non so come sia possibile- associabile ad una cultura di sinistra italiana. Ma certo che no. Un equivoco. Certo, si andava per esclusione. Perché probabilmente non avrò in comune con la destra che una posizione su duemila. Ma non uccidere un uomo non significa essere un santo.

Più ti divincoli, più il guard-rail sparisce dalla strada. Rischi continuamente di precipitare, perché finisce per esaurirsi quel carburante nevrotico dell'uomo moderno, il supposto supporto degli altri. La loro considerazione. La loro benevolenza. La loro non richiesta pazienza. Le opportunità che credono di darti, tu che non le volevi. Che non le hai mai volute. Se sei inserito tra le persone per bene e non ti comporti a tono, tu che forse mi leggi, sappi che finirai su una strada senza illuminazione e senza persone che ti aiutino a cambiare le gomme o che ti possano regalare una borraccia se il deserto ti minaccia. Se non ne vuoi sapere di raccontare storie edificanti, finirai nello sgabuzzino dei tipi strani, insieme a gente bavosa, onanisti, disadattati, maniaci compulsivi, melomani impotenti, poveri cristi calpestati dalla loro stessa codardia. Il fascino che pensavi di esercitare sulle persone si trasforma in un dildo e ti allargherà tutti gli orifizi come una pessima beffa fisica e morale. Scoprirai che la fiducia era a tempo e termine, che la fiducia nei tuoi mezzi non ti apparteneva, era ufficialmente in mano agli altri. Puoi, a questo punto, scegliere solo due strade: o ti spari in faccia o rendi tutto questo una forza aggiunta.

Per farlo, devi saper astrarre. Astrarre e astrarti. Estrarre e allo stesso modo sradicarti. Senza sensi di colpa. Te ne devi sbattere se poi ti dicono che avevano sperato in te. Non è vero. Cercavano solo una mano. Un'affinità. Il ricatto delle affinità. La mania persecutoria del non disattendersi, di rispondere al ritratto che ha in testa l'altro.
È così che finiscono nel letame le storie d'amore. Sembra che tu abbia tradito. E tutto questo solo perché non hai risposto al nome che non potrai mai riconoscere; se qualcuno ti definisce “mio amore” scambiandoti per qualcun altro, tu devi andare via. Allontanarti e dimenticare. E non farti ripescare. Non si può amare per sogni interposti. A quel punto, è molto più onesto scopare e lavarsi con contegno subito dopo, magari continuando a darsi del lei come in certi film carucci di marca francese.
E pensare che sognavo per me e per te una casa in cima al monte”
Mi hai chiesto se la volevo, una casa in cima al monte? Ah, no? Ci siamo fraintesi? Perfetto, contratto sciolto. Senza lacrime, senza coccodrilli, senza libri dedicati tardivamente. Il mondo è pieno di gente da amare e poi da dissolvere nell'acido del rancore. Esercitati pure altrove.

Sì. Mi sono allontanato dalla civiltà. Lo desideravo. Mi serviva. Tutto è diverso, rispetto a prima. Sento tutto di più. Ogni tanto arrivano bellissime folate di pace, ma è chiaro che anche le sofferenze sono diverse, più arcigne, senza appigli, senza consolazioni, soprattutto incondivisibili. Sono scomparso dai radar. Me ne assumo tutta la responsabilità. Conosco meglio i muri delle stanze, le facce degli estranei, le musiche, i miei tratti somatici, i profumi dell'aria, e il sesso non mi sembra più una pratica di movimento e distrazione. Ogni attimo, val bene la pena saperlo, va comunque -felice o distruttivo- in direzione opposta alla vita, è una sottrazione. E allora bando alle ciance. Libero arbitrio. Potere di dimenticare. Di ricreare. Di sbagliare diversamente. Di non piacere. Libero arbitrio di fottersi l'interno come si desidera. Se vieni a casa mia, accetta le mie luci, il lavabo che perde, accetta i miei morti e i miei fantasmi, accetta come scrivo e quel che scrivo, non pretendere che ti incanti con una bella storia a lieto fine, non pensare che i rapporti di cortesia decidano per noi, come gli umori sessuali. Si decide a livello verticistico, senza che noi si possa intervenire, si decide in stanze senza finestre, si decide al buio. Potremo sperare di essere un tiro di dadi. Una carta vincente in una serata di pioggia. Potremo sperare che il nostro piacere fisico e il nostro bisogno d'amore non finiscano sul ponte levatoio o su un tavolo autoptico, alla mercé di una vecchia stronza che sbrana una caramella mentre ci seziona pensando ai cazzi suoi.

A volte, quando decido di dormire, guardo il soffitto e sto attento ai rumori. Mi accorgo che ho ancora briciole di musica dentro. Anche se ho spento lo stereo da ore. Mi accorgo che i miei occhi hanno ancora fasci di luce di riserva all'interno. E che tutto questo non è affatto odio, non è isolamento, è strada non annunciata, è specchio in fondo alla foto dove non ti si vede. Sei sfocato ma sei energia, sei a rischio, ma non più di altri.
Scrivere non qualifica. Amare non qualifica affatto. È solo una scelta. Una scelta spesso occasionale. Quello che ti qualifica è la coscienza. Anche solo quella bastevole a farti rendere conto di quanto poco spazio hai per muoverti.

Una delle cose più dure da affrontare è la delusione altrui. Hai implorato che non avessero aspettative su di te, ma loro hanno sbagliato lo stesso, pur avendoti rassicurato nei momenti che sembravano topici.
Basta strizzare gli occhi e fingere di ricordare una canzone.

Luca De Pasquale, 18 settembre 2015


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