09/09/15

Il mio colore è il buio



Se uno improntasse i rapporti alla massima e continua sincerità, cosa accadrebbe?
Probabilmente, si finirebbe per grugnire una decina di volte l'anno con un massimo di due o tre persone. Non sono certo il primo a trovare che sia tutta o quasi una finzione, e di sicuro non si tratta di un pensiero granché originale.
Non sento l'esigenza di essere sempre sincero, cristallino e trasparente. Sento invece l'esigenza del silenzio. Forte, impellente e per nulla deprimente. Mi piace il silenzio. E anche l'assenza, che del silenzio è la fedele concubina.
Sto imparando molto. Molto più dalle notti silenziose, che sembrano sempre uguali e invece differiscono in odore, contorni e sogni, che dalle chiacchiere -sempre le stesse- e dalle spensierate compagnie.
A volte, dopo una conversazione che non porta nulla di nuovo, solo notizie confuse, supposizioni, pettegolezzi, mi sento svuotato; in qualche modo contaminato da qualcosa che non mi piace mai.
Parlare d'amore non vale mai l'amore stesso. Parlare di passione è un fatto vezzoso che nasconde profonde insicurezze.
In questo momento ho il mare davanti, la mia stanza è quasi nel buio, solo la luce del pc e le ali di fumo della sigaretta. Mi piace, mi basta. Mi pacifica. Per poco, ma va bene.

Non sono uno di quelli che “guarda che ho scritto e leggi”.
Vuoi leggere? Mi fa piacere.
Non mi leggi? Respirerò comunque.
Non mi piace inventarmi parentele ed affiliazioni. Sentirei di tradirmi. E anche di offendere gli altri, chiunque siano. Non ci sono vicinanze e affratellamenti che io voglia sponsorizzare. Non sono così vigliacco da inventarmi l'appartenenza ad un movimento, ad una scuola di pensiero o di scrittura, una coloritura politica inesistente. Non mi sento italiano. Non devo difendere posizioni di pensiero coerenti. No scuole filosofiche.
Le cause civili, civiche, collettive. Io non ci sono quasi mai. Non fingo. Sono un solitario. Un isolato. Gli sfigati sono altri. Gli sfigati sono quelli con la smania di partecipare sempre e comunque.

Se adorassi gli esseri umani in genere, se fossi davvero fiducioso, non amerei tanto la luce della notte. Che implica silenzio. Pochi volti, pochi passi. Frettolosi. Vite che si sfiorano, mezzo sguardo e poi ognuno a casa sua, con le sue ossessioni e le sue scialuppe di salvataggio.
Nei film, i personaggi che preferisco sono quelli che parlano pochissimo. Jeff Costello. Gaear Grimsrud di Fargo. Mi sembra che tengano di più la scena.
Qualche sera fa ho incontrato un tipo che non ha fatto altro che citarmi persone, gente, amici suoi. Dopo il secondo nome, ho perso attenzione. Ho pensato che se fossi stato davvero sincero, avrei dovuto dirgli che non condividevo le sue simpatie. Ma la verità è che lascio parlare. Poi nel locale è entrata una donna molto bella e tutti l'hanno guardata. Anche io, ma con il silenziatore e senza tremare. Mi sono accorto che era bella. Ho pensato che un certo tipo di bellezza è adatto però a chi non ha una scenografia notturna dietro. Molti devoti alla bellezza hanno un bel sole stampato alle spalle. Metà vero e metà di polistirolo. Si emozionano, lo danno a vedere. Le loro case sono ordinate. Sono ordinati in tutto. Anche quando si abbassano le mutande o lanciano poesie in movimento sul ponte levatoio dell'attrazione. Hanno idee e scopi precisi. Accettano l'ombra come parte della vita, ma non arrivano a preferirla alla figura.
Se pure dovessero scrivere, creare, suonare, lo fanno perché vogliono comunicare qualcosa di profondamente costruttivo. Forse non sono tanto interessati ai ponti che bruciano come il sottoscritto, oppure alle controfigure di sabbia che si sbriciolano alla prima vera emozione dichiarata. Non celebrano l'assenza e non hanno nessuna pazienza nel dolore.

Nel dolore, anche quello sordo, di sottofondo, immotivato e crudele, occorre una sorta di disciplina dello sguardo ed un entusiasmo incomunicabile per le rinunce. Rinunce casuali ma profonde.
Mi piace rinunciare, qualche volta. Sento di comprendere meglio quello che mi circonda. Se rinuncio, finisco in altri mondi, ci precipito senza paracadute. E mi ritrovo straniero in scene sempre diverse. Pochi grugniti, lo sguardo fiero, la notte profonda e personale alle spalle come un mantello di carezze rifiutate senza iniziale consapevolezza.

Ad un certo punto del nostro incontro, mi è chiaro che il mio interlocutore vede o sente in me qualcosa di spezzato, di interrotto. Può darsi che sia così, ma che importa? Mi attribuirà certamente mali che non ho, tare caratteriali diverse da quelle reali, sorteggerà per il mio destino traumi infantili o adolescenziali, scomoderà qualche santone del pensiero per scovare in me demoni dei quali, è ovvio, io non sono a conoscenza. Io ho una folla di demoni dentro. Mi rosicchiano ogni giorno e allo stesso tempo mi danno la carica. Sono crudeli e spesso affascinanti. Mi seducono. Mi usano ed io uso loro per vivere. Mi espropriano spesso ed io li abbraccio come farei con la donna amata. Chi ha provato a cancellarli è stato a sua volta cancellato. Sono in equilibrio con le mie fate scure, in equilibrio su un filo che non esiste, la mia ragione, le mie speranze, i baci alla luna che diventano lucciole nelle fantasie del bambino che non sarò mai più.
Il mio colore è il buio e grazie a questo vedo meglio, scorgo dettagli. E quando mi innamoro, di un'idea, di una sensazione, di un percorso, di una persona, allora ne va della mia stessa vita, divento coraggio e lampo e dunque acquisto senso. Anche quello della fine.

LdP, 9 settembre 2015




Gaear Grimsrud

Amore tossico - Claudio Caligari

Rust Cohle
 
Daniele Dominici

Jeff Costello
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